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Il pugilato

Il pugilato è uno degli sport più antichi che si conoscano. Nei graffiti preistorici risalenti al III millennio prima di Cristo e conservati presso il British Museum of London è possibile riconoscere le figure di persone che combattono con i pugni chiusi. Le prime sfide competitive nella storia umana sono testimoniate dagli inni e dalle leggende delle civiltà della Mesopotamia e dell'antico Egitto. L'epica sumera o i racconti di Gilgamesh sono pieni di riferimenti su incontri di pugili e di lottatori che si affrontavano con audacia in combattimenti selvaggi e brutali. In Egitto gli incontri di lotta erano particolarmente apprezzati anche dai faraoni e le tecniche, sempre in evoluzione, sono ben rappresentate in molti dipinti murali tra cui le 400 immagini di combattimenti corpo a corpo dei muri del tempio di Ben Hasan risalenti al 2000 a.C.

Non sappiamo bene quando questo modo di combattere divenne una disciplina sportiva vera e propria, con tanto di atleti e apparato organizzativo. Le prime testimonianze letterarie che ci descrivono questo sport sono contenute nel XXIII canto dell'Iliade di Omero. L'antico scrittore ci narra degli incontri che Achille organizzò accanto alle mura di Troia in occasione della cerimonia funebre di Patroclo. Anche Virgilio si fa cronista sportivo presentando, nel V libro dell’Eneide, la gara tra Entello, un anziano eroe sicano, e il giovane troiano Darete.

I greci consideravano la lotta con i pugni una disciplina completa ed ideale, con la quale un uomo poteva sviluppare una mente vigile e reattiva in un corpo sano e robusto. Nel 688 a.C. i greci lo introdussero come nuova disciplina nella XIII Olimpiade antica. La popolarità di questo sport aveva ormai raggiunto un altissimo livello. Gli incontri olimpici del pugilato finiranno in Grecia solo nel 393 d.C., quando l'imperatore Teodosio I vietò l'organizzazione di nuove Olimpiadi.

Gli atleti greci cominciarono a proteggersi le mani con dei guantini chiamati himantes, che vedranno una loro evoluzione nel corso degli anni. Inizialmente erano formati da semplici strisce di cuoio (lunghe all'incirca 4 metri) arrotolate attorno ai polsi e alle nocche delle dita, per cercare di evitare danni eccessivi al volto e alle dita dei contendenti. Più avanti le strisce di cuoio vennero sostituite da vimini con borchie di ferro, oppure da cuoio trattato apposta per essere tagliente.

La posizione di guardia del pugilato antico era eretta, col busto esageratamente in avanti ma con la testa all'indietro, il braccio sinistro avanti in alto a proteggere la testa ed il braccio destro in basso a proteggere il fegato. I criteri per l'assegnazione di una vittoria erano differenti da quelli utilizzati oggi, basti solo pensare che non esistevano categorie di peso, quindi i combattimenti erano riservati a taglie alquanto elevate e soprattutto i risultati si rivelavano spesso tragici visti i molti casi di decessi e di lesioni gravi. Gli incontri non avevano un termine, proseguivano fino a che uno dei due sfidanti non si arrendeva. Molto spesso capitava che un pugile infierisse senza pietà nei confronti dell'altro nonostante questo fosse caduto a terra.

I pugili dell'antica Roma avevano le mani protette da guanti pesanti chiamati caestus. I guantoni diventarono così l'arma offensiva più micidiale, rinforzati con inserti di piombo e di chiodi per assicurare al duello un finale rapido, devastante e sanguinoso. Il pubblico romano non sopportava le lunghe schermaglie, si spazientiva e si irritava. A nessuno interessavano le finezze tecniche e il valore della competizione. Tutti attendevano solo il colpo pericoloso, volevano presto arrivare al brutale annientamento di uno dei combattenti. Con il passare degli anni vennero fissate delle regole per evitare che i contendenti si ferissero seriamente o che addirittura riportassero lesioni mortali.

Nel Medioevo si assiste ad una fase di declino per questo sport. Solo in alcune città d'Italia come Lucca, Genova e Venezia venivano organizzati incontri degni di nota. A Venezia esiste il ponte dei pugni, dove anticamente fazioni diverse si scontravano.

Nel XVIII sec. nel pugilato cominciarono a svilupparsi le prime tecniche di combattimento che fecero diventare questa attività sportiva uno sport vero e proprio e non solo un combattimento cruento. Nei primi anni del '700 il pugile inglese James Figg (1665-1740) concepì il pugilato come uno sport dove era più importante difendersi che attaccare. Lo stesso Figg fu il primo a definire il pugilato noble art. La boxe del XVIII secolo era molto diversa da quella di oggi. Spesso capitava che i colpi venissero portati a "martello", dall'alto verso il basso, il perimetro entro il quale combattevano i pugili era delimitato dagli stessi spettatori dell'incontro oppure si tracciava una semplice riga circolare per terra. I pugili si battevano senza mai fermarsi; quando uno di questi cadeva l'avversario lo cominciava a colpire appena si rialzava da terra. Il combattimento si svolgeva a pugni nudi e si proseguiva ad oltranza senza riprese.

James Figg può essere ricordato come il padre della boxe, che con la propria opera diffuse le esibizioni di pugilato e la sua iniziativa rese possibile l'apertura di molti altri anfiteatri in Inghilterra. Il pugilato ebbe un grande successo sia per il numero di praticanti che per il numero di sostenitori, tanto che l'Inghilterra fu il primo paese al mondo in cui nacque la figura del pugile professionista. Raggiungere la vittoria nel titolo di campione di Inghilterra significava raccogliere un enorme prestigio e vincere concrete somme di denaro. Il titolo di campione di boxe inglese dal '700 fino alla prima metà del XIX secolo fece la storia della boxe, e praticamente equivaleva al titolo di campione del mondo.

Un altro grande campione fu Jack Broughton, rimasto famoso nella storia per aver formulato le prime regole per la boxe nel libro London Prize Ring Rules pubblicato nel 1743 e per aver inventato i guantoni da combattimento. Un'altra tappa importante alla fine del secolo è rappresentata da Benjamin Brain: da questo momento in avanti i campioni che si faranno strada nel pugilato si affronteranno con metodi completamente differenti dal passato. Si comincia a parlare di combattimento secondo schemi e metodi scientifici. Non si pone più affidamento sulla forza e la violenza dei colpi, ma l'attenzione si focalizza sull'utilizzo di una strategia per sconfiggere l'avversario. Ecco quindi che fanno la loro comparsa nuove tecniche di combattimento. Difendersi dai pugni dell'avversario e attaccare diventano una cosa sola, il pugile si difende coprendosi e spostandosi con rapidi giochi di gambe, allo stesso tempo però la difesa è il punto di partenza per un successivo attacco.

La nascita della boxe moderna

A questo punto attorno alla boxe cominciano a ruotare notevoli interessi economici, fatti di rilevanti scommesse e ingenti premi in denaro. Per questo motivo si sentì l'esigenza di regole più rigorose. Nel 1867 John Douglas, marchese di Queensberry, scrisse il Codice della boxe scientifica che, a parte qualche piccola differenza, contiene le regole principali della boxe moderna:

  • Guantoni: obbligatorio l'uso dei guantoni.
  • Round: l'incontro è diviso in più riprese di tre minuti l'una, non vi era limite di riprese.
  • Knock out: il pugile perdeva se non si riprendeva dai colpi ricevuti entro 10 secondi, il pugile avversario doveva aspettare il comando dell'arbitro per riprendere a colpire.
  • Categorie di peso: i pugili sono divisi in categorie di peso. Non possono avvenire incontri tra atleti di categorie differenti. Le categorie erano tre: leggeri, medi e massimi.

Le nuove regole rendevano il pugilato molto meno violento e lo trasformavano in uno sport di abilità, destrezza e velocità. Le regole di Douglas vennero assorbite con molta lentezza. Ancora alla fine del XIX secolo molti incontri i pugili si affrontavano secondo le vecchie regole del London Prize Ring Rules, nonostante numerose nazioni vietassero l'organizzazione di incontri in cui non era previsto l'uso dei guantoni protettivi. Dal momento in cui venne scritto il codice della boxe scientifica si fa coincidere la storia della boxe con la categoria dei pesi massimi.

L'egemonia americana

La boxe trovò rapida diffusione negli Stati Uniti d'America a tal punto che il 7 febbraio 1882 l'americano John Lawrence Sullivan vinse il campionato del mondo nella categoria pesi massimi. Con questa vittoria il centro d'interesse della boxe mondiale si spostò definitivamente dall'Inghilterra all'America. Sull'onda della forte crescita economica statunitense il pugilato si diffuse in tutti gli stati dell'Unione, divenne uno dei principali sport praticati e rappresentava, per le classi più disagiate, un modo per uscire dalla difficile situazione socio-economica.

Nei primi anni del '900 si fissarono altre categorie di peso e per limitare la durata degli incontri si stabilì che il numero massimo di riprese doveva essere 15 per gli incontri validi per titoli europei e mondiali, 12 per titoli nazionali. Limitando la durata dell'incontro, si imponeva la necessità di individuare criteri per la vittoria ai punti. Il problema fu risolto con l'istituzione dei giudici di gara.

Il pugilato diffuso in Italia nei primi anni nel secolo creò la sua federazione organizzatrice la FPI (Federazione Pugilistica Italiana) nel 1916 a San Remo. I padri fondatori furono Goldsmith (Presidente) e Lomazzi (vice Presidente). Nel 1920 ci furono i primi campionati italiani. La sede nazionale diventò Milano per trasferirsi a Roma nel 1929. Nel 1933 comparve alla ribalta mondiale l'Italiano Primo Carnera che rimase campione del mondo solo per un anno, ma raccolse la simpatia di molti. Carnera era un pugile imponente con i suo 115 kg di peso e 2,05 m di altezza, allo stesso tempo velocissimo e con un'ottima tecnica.

Il pugilato, non solo uno sport ma anche una filosofia di vita

Ogni sport richiede impegno, preparazione, attitudine, forza fisica e una buona dose di intelligenza, ma nessun sport al mondo è così feroce da chiederti il 100% di te stesso in ogni istante come fa il pugilato. Il ring è come una gabbia nella quale si sceglie di entrare e dalla quale nessuno può fuggire perché sarebbe come fuggire da se stessi e un uomo non può permetterselo. Non è necessario essere dei professionisti e affrontare dodici riprese da tre minuti ognuna per rendersi conto quanto sudore, sacrificio e concentrazione siano necessari per salire su quel quadrato magico; un solo round di 180 secondi sembrerà una montagna insormontabile anche per l’alpinista più esperto e preparato del mondo, o rugbista, o calciatore e così via. Questa non deve essere una gara tra sport, ma solo un piccolo esempio di come questo sport richieda tutto ciò che abbiamo. La preparazione per un incontro è faticosissima, senza contare i dolori e gli infortuni ai quali si può andare incontro, che possono così impedire gli allenamenti.

Il pugilato inoltre ti insegna a controllare le emozioni e a sfogare le proprie energie negative in palestra e non per strada come molti possono pensare. Ti permette di conoscere te stesso a 360°, consentendoti così un maggiore autocontrollo nella vita di tutti i giorni e riuscendo così ad affrontare i problemi più facilmente. Molti vedono il pugilato come uno sport violento, ma la violenza in realtà è ben altro: la violenza è una partita di calcio dove i giocatori si comportano in modo scorretto e ci sono tifoserie che si insultano e picchiano; la politica è violenza, nei confronti della gente che non riesce ad arrivare a fine mese, e non la boxe, non la “noble art” che è un esempio perfetto di metafora della vita. Uno sport dove oltre la lotta fisica, c’è quella psicologica tra due persone che hanno sacrificato molto di loro per arrivare alla vittoria. Dopo l’incontro però, c’è il classico abbraccio tra i due “guerrieri”, dimostrando quanto rispetto c’è in questo sport tra avversari. Perché praticare pugilato e qual è il suo fascino? Il pugilato funziona al contrario della vita. Sul ring vai incontro al dolore e vai incontro con tutta la forza che puoi per incassare il meglio possibile senza mai indietreggiare, con la consapevolezza che tutto quello che potrebbe farti male ce l'hai davanti, che niente ti colpirà alla nuca approfittando di una distrazione momentanea, che nessuno giocherà alle tue spalle. Non ci sono traditori sul ring, nessuna bugia in quel quadrato, perché il pugilato è onore ed insegna a crescere, ad essere uomini. Il pugilato è magia, è la follia di rischiare tutto per un sogno che nessuno vede, tranne te.

Pugilato ed arte: un connubio perfetto

Perché la boxe sembra essere uno degli sport in assoluto più «artistici»? Perché il ring è essenzialmente l’immagine della drammaticità della vita e dei suoi conflitti. Se tutto lo sport è epica e teatro, il pugilato — per le sue caratteristiche di individualità, lotta diretta, fisicità, coinvolgimento, crudezza, prova di resistenza e insieme di agilità — è l’immagine del dramma, della tensione della vita verso una liberazione o un riscatto. Il ring svela i contrasti nella loro crudezza e immediatezza, concentra le tensioni della vita e le rappresenta. Ma soprattutto le rappresenta fisicamente non idealisticamente. Il pugilato non è lotta di idee, ma di carne, sudore e sangue, che però vengono assunti dentro uno spazio delimitato e sottomessi a regole precise.

Forse solamente la corsa, tra le altre discipline sportive, riesce a condensare per molte persone con la stessa intensità l’essenza simbolica della vita. Ogni incontro porta con sé la metafora della sfida quotidiana, della «lotta per la vita». Per questo spesso i personaggi prediletti nel pugilato rappresentato nell’arte non sono gli «invincibili», i trionfatori, ma coloro che alternano momenti di gloria e momenti di sconfitta. A volte proprio il dramma della sconfitta ha un potenziale espressivo elevatissimo, come nel caso del film Toro scatenato di Scorsese, ma anche di Million Dollar Baby di Eastwood, che mette in scena il pugilato femminile e lo fa con crudezza.

Non è l’abile uso della violenza, in realtà, a costituire il significato dell’azione, dunque. Certo, la rappresentazione oggettiva è quella di un uomo che dà dei pugni a un altro uomo, il quale a sua volta si difende e attacca. Eppure la situazione del ring così com’è rappresentato in letteratura, cinema, teatro o pittura, è soprattutto «altro», e la violenza diventa metafora. Come si è già visto nel caso di Ali e Foreman o di Entello e Darete, ma anche nel caso della lotta tra Jake LaMotta e Ray «Sugar» Robinson, la sfida più appassionante non è tra due picchiatori poderosi, ma quella tra un pugile massiccio che si impone per la stazza e la potenza fisica, e uno agile che lavora di tattica e di intelligenza. In tal modo si viene a creare una sorta di dialettica tra massa e agilità, tra potenza e intelligenza, che rende in maniera schematica le energie profonde di ogni essere umano.

E tutto ciò non ha nulla a che fare con certo estetismo vitalistico che a volte si pratica in maniera puramente funzionale per sviluppare muscoli divenuti praticamente inutili nella vita di tutti i giorni. Nel caso degli allenamenti descritti nelle opere letterarie o cinematografiche citate, tutto è funzionale non a un esercizio fine a se stesso o all’aspetto fisico, ma a una lotta in cui il corpo è messo a dura prova. Come si è detto, il pugile non ha nessuna preoccupazione di sviluppare i suoi muscoli semplicemente per essere ammirato nel suo fisico: il suo obiettivo è l’azione credibile, non innocua, coraggiosa.

Joyce Carol Oates, grande scrittrice statunitense che della boxe ha scritto spesso e in maniera illuminante, afferma: «Se la parola sport infatti sta per gioco innocuo, la boxe di certo non è uno sport, né certamente è un gioco. Ma “sport” può anche essere un paradigma della vita, una riduzione di tutte le complessità dell’esistenza nei termini di un unico simbolico atto […], definito e contenuto entro un certo numero di regole, nome e costumi: nel qual caso la boxe con tutta probabilità è, per usare le parole di George Foreman, lo sport a cui tutti gli altri aspirano. È la quinta essenza della lotta umana, maschile o no, non solo contro un avversario, ma anche contro il proprio io diviso».

Il pugilato come riscatto sociale

In America, da quando fu abolita la schiavitù si venne a creare una convivenza forzata tra bianchi e neri. I neri vissero per molto tempo in condizioni a dir poco drammatiche: abitavano in veri e propri ghetti e non potevano fare nulla insieme ai bianchi. Fino a metà degli anni '60 in molti stati degli USA erano in vigore leggi che discriminavano duramente i neri, negando loro i più elementari diritti civili. La lotta dei neri d'America per l'emancipazione, per l'affermazione dalla propria dignità e delle proprie origini fu uno dei grandi episodi della storia fino agli anni ‘60.

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Sintesi

Introduzione tesina sul pugilato

Questa tesina di maturità descrive lo sport del pugilato, che è stato definito anche la noble art. Gli argomenti che la tesina tratta sono:

  • In Italiano Pasolini e Saviano, Teatro e Pugilato.
  • In Storia la rivolta di Boxer, il nazionalismo cinese.
  • In Filosofia la volontà di potenza nel pugilato.
  • In Inglese Ernest Hemingway.
  • In Francese Arthur Cravan.
  • In Spagnolo Osvaldo Soriano.
  • In Educazione fisica il regolamento del pugilato.

Collegamenti

Tesina sul pugilato

  • Italiano: Pasolini e Saviano, Teatro e Pugilato.
  • Storia: La rivolta di Boxer e il nazionalismo cinese.
  • Filosofia: La volontà di potenza nel pugilato.
  • Inglese: Ernest Hemingway.
  • Francese: Arthur Cravan.
  • Spagnolo: Osvaldo Soriano.
  • Educazione fisica: Il regolamento del pugilato.
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