Matteo Carbone, 5C
A.S. 2008/2009
Indice
- Mappa concettuale
- La seconda rivoluzione industriale
- Nuova classe sociale
Filosofia
- Karl Marx
- Il Capitale
- Merce, lavoro e plusvalore
Inglese
- Charles Dickens
- Hard Times
Italiano
- Il Verismo
- Giovanni Verga
Storia dell’arte
- Il Futurismo
- Umberto Boccioni
- Carlo Carrà
- Giacomo Balla
Fisica: l’elettricità
- Le equazioni di Maxwell
- Onde – Elettromagnetismo
Geografia astronomica
- Lo spettro elettromagnetico
- Tappe fondamentali dell'evoluzione di una stella: il diagramma H-R
- Le stelle nascono e invecchiano: dalle nebulose alle giganti rosse
- Morte di una stella: nane bianche, stelle di neutroni e buchi neri
Latino: Seneca
- Naturales quaestiones
Bibliografia e Sitografia
I trili progressо
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Mappa concettuale
Seconda rivoluzione industriale
Le innovazioni tecnologiche
Fisica: Elettricità
Filosofia: Karl Marx
Il Capitale
Equazioni di Maxwell
Merce, lavoro & plusvalore
Onde - Elettromagnetismo
La posizione dei letterati di fronte al progresso
Astronomia: Spettri stellari
L’evoluzione di una stella
a
Inglese: Dickens
Hard Times
Latino: Storia dell’arte:
Italiano: Il progresso secondo Seneca
Il Verismo
Il Futurismo
Verga
Storia
La seconda rivoluzione industriale
Tra il 1870 e il 1914 l’Europa conobbe un lungo periodo di pace durante il quale affrontò le trasformazioni più grandi di tutta la sua storia.
L’intenso sviluppo economico e tecnologico, in particolare l’applicazione su vasta scala dell’elettricità, fu alla base della crescita delle grandi industrie, che per competere sul mercato spesso attuarono fusioni di portata tale da determinare concentrazioni monopolistiche (i trust o cartelli).
Tutti i settori subirono grossi mutamenti dovuti al rapido rinnovamento tecnico e aumentarono notevolmente la produzione di beni. La crescita straordinaria e l’espandersi del processo di industrializzazione in quasi tutta l’Europa ebbero nella rivoluzione dei trasporti un fattore determinante.
Date la complessità e l’onerosità di tale sistema, gli Stati intervennero sempre più spesso per indirizzare lo sviluppo – il numero delle persone impiegate al servizio dello Stato crebbe fino a influire in modo determinante sulla formazione di un nuovo settore economico, il terziario – e i mutamenti sociali da esso determinati.
Gli effetti dello sviluppo si avvertirono anche nella vita quotidiana: una popolazione in continuo aumento in quanto le città si estesero a dismisura e l’agricoltura migliorò nella quantità e nella differenziazione delle colture grazie agli apporti della scienza e della tecnica. Non ci furono più crisi alimentari, le attività agricole si collegarono con quelle industriali e commerciali, il reddito nazionale aumentò, si sviluppò rapidamente un commercio internazionale di dimensioni mai raggiunte prima.
La rivoluzione industriale e i progressi tecnici del XIX secolo inoltre rafforzarono e approfondirono il predominio mondiale che l’Europa deteneva dal Cinquecento, fornendole nuovi strumenti – la nave a vapore, la ferrovia, nuove armi da fuoco – e nuove motivazioni.
La necessità di materie prime, dovuta allo sviluppo delle capacità produttive dell’industria, e quella dei mercati di sbocco per merci prodotte indusse molti in Europa a ritenere che il benessere nazionale richiedesse la creazione di imperi coloniali destinati a divenire mercati riservati. Inoltre i sempre più presenti sentimenti nazionalistici spingevano nella medesima direzione.
Per quanto riguarda la politica interna degli Stati europei, il liberismo fu affiancato da due sue alternative: la democrazia e l’autoritarismo. La democrazia si manifestò nel coinvolgimento delle grandi masse popolari nella cittadinanza politica, con l’allargamento impetuoso del suffragio, nel raggiungimento dei primi obbiettivi di sicurezza sociale, nel riconoscimento dei sindacati e nella creazione dei primi grandi partiti di massa.
Parallelamente si formò per la prima volta una vasta classe, che sarà definita da Karl Marx “classe operaia”, che solo a distanza di decenni, lentamente e faticosamente, riuscirà a conquistare un suo peso sociale e politico nella vita dei Paesi industrializzati.
Filosofia
Karl Marx
Nel contesto della seconda rivoluzione industriale, il progresso evocò immagini immediate di fiducia e di benessere collettivo. In questo periodo si colloca Karl Marx, che afferma che se il progresso dell'umanità è assicurato da leggi scientifiche, esso è inevitabile e non necessita di una particolare attenzione da parte dei governi: il superficiale ottimismo sulle sorti del mondo ha dunque un ruolo politico e sociale sostanzialmente conservatore. La critica sociale, economica e politica di Marx è ben più incisiva, e individua nelle condizioni materiali della società i fattori che determinano il nostro modo di pensare. Il filosofo tedesco si fa interprete del proletariato industriale, e dà una nuova dimensione alla filosofia: essa non può limitarsi a criticare il mondo, ma deve modificarlo.
Vita e opere
Marx è considerato uno dei filosofi moderni più importanti perché riuscì a unire le sue teorie filosofiche alle teorie economiche e politiche. Egli nacque nel 1818 a Treviri e ricevette un'educazione di stampo razionalistico e liberale. Studiò all'università di Bonn e di Berlino, e si occupò di filosofia. Infatti seguì attentamente le teorie di Hegel e nel 1843 stese l'opera "Critica della filosofia del diritto di Hegel". Nel 1844 a Parigi pubblicò gli "annali franco-tedeschi" e strinse amicizia con Engels, con il quale scrisse "Sana famiglia". Le sue opere più importanti furono il "Manifesto del partito comunista", pubblicato a Londra, e il "Capitale" nel 1866 in occasione della fondazione dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori. Egli morirà nel 1883.
Il Capitale
Economia e dialettica
All'interno del Capitale, Marx mette in luce i meccanismi strutturali della società borghese al fine di svelare la legge economica che sorregge la società moderna. Non esistono leggi universali dell'economia, ma ogni formazione sociale ha caratteri e leggi storiche specifiche. L'economia deve far uso dello schema dialettico della totalità organica, studiando il capitalismo come struttura i cui elementi risultano connessi.
Marx vuole studiare il capitalismo distinguendone gli elementi di fondo ed estraniando da quelli secondari ciò che mette in luce le caratteristiche strutturali e le tendenze di sviluppo.
Merce, lavoro e plusvalore
La caratteristica principale del modo di produzione capitalistico è di essere produzione generalizzata di merci. Una merce ha un valore d'uso, perché deve essere utile a qualcosa, e un valore di scambio, necessario per essere cambiata con qualcos'altro. Il valore di scambio deriva dalla quantità di lavoro socialmente necessario per produrla.
Più lavoro è necessario per produrre una determinata merce e più essa vale. Ma il valore di una merce non è il prezzo, poiché il prezzo può superare il valore reale o stare al di sotto di esso. Il prezzo non è il valore, ma ha il valore alla propria base. Nel capitalismo, la produzione di merce è finalizzata all'accumulazione di denaro. E infatti, il ciclo capitalistico non è quello M.D.M., cioè merce-denaro-merce, ma è quello D.M.D'., cioè denaro-merce-più denaro. Infatti, il capitalista investe denaro in una merce per ottenere più denaro. Il plus-valore D' deriva dal livello della produzione capitalistica delle merci.
Nella società borghese il capitalista ha la possibilità di comprare e usare una merce particolare che produce valore. Questa merce è l'operaio, cioè la forza-lavoro, che viene pagata secondo il valore corrispondente alla quantità di lavoro socialmente necessario a produrla, che corrisponde al salario. Ma l'operaio produce un valore maggiore di quello che gli è corrisposto col salario. Quindi il plus-valore discende dal plus-lavoro dell'operaio e si identifica con l'insieme del valore da lui gratuitamente offerto al capitalista.
Il capitalista dispone di merci di produzioni, mentre il lavoratore dispone solo della propria energia che deve vendere in vista del salario. Dal plus-valore deriva il profitto. Marx fa una distinzione fra capitale variabile, cioè il capitale mobile investito in salari, e il capitale costante, cioè il capitale investito nelle macchine e in tutto ciò di cui ha bisogno la fabbrica per funzionare efficientemente.
Poiché il plus-valore nasce in relazione al capitale variabile, il saggio del plus-valore risiede nel rapporto tra il plus-valore stesso e il capitale variabile. Il capitalista investe non solo il capitale variabile, ma anche il capitale costante. Il saggio del profitto non coincide con il saggio del plus-valore, ma scaturisce dal rapporto tra il plus-valore e la somma del capitale variabile o del capitale costante. Il saggio del profitto è sempre minore rispetto al saggio del plus-valore ed esprime il guadagno del capitalista.
Tendenze e contraddizioni del capitalismo
Il fine strutturale del capitalismo è la maggiore quantità possibile di plus-valore. Per raggiungere tale scopo si deve creare una società retta dalla logica del profitto privato.
Per accrescere il plus-valore, il capitalista aumenta la giornata lavorativa, ma ciò ha dei limiti, perché oltre un certo numero di ore la forza-lavoro dell'operaio cessa di essere produttiva. Quindi, più che il plus-valore assoluto, il capitalismo punta sul plus-valore relativo, derivante da una riduzione della giornata lavorativa e da una maggior produttività del lavoro. Il processo di produzione del plus-valore relativo passa attraverso tre fasi successive:
- La cooperazione semplice;
- La manifattura;
- La grande industria.
La grande svolta del capitalismo è l'industria meccanizzata, che ha introdotto la macchina, capace di erogare maggiore plus-valore relativo. Ma l'aumento di produttività conseguito con l'uso delle macchine genera cicli di crisi di sovrapproduzione, cioè di sovrabbondanza di merci rispetto alle esigenze del mercato.
La crisi genera sia la distruzione capitalistica dei beni, sia la disoccupazione. Ma la necessità al continuo rinnovamento tecnologico genera anche la caduta trascendentale del saggio di profitto. Infatti, se il capitale variabile resta stabile, anche il plus-valore resta stabile. Ma se il capitale costante accresce, il saggio del profitto è diminuito. E quindi il profitto risulta progressivamente sempre più scarso rispetto al capitale impiegato, in virtù della crescita del capitale costante.
La crisi mette in difficoltà la borghesia e si arriva alla scissione della società in due sole classi antagoniste: da un lato una minoranza industriale, dalla gigantesca ricchezza e dall'immenso potere, dall'altro una minoranza proletaria sfruttata.
Inglese
Dickens e Marx
Because of Dickens's moral outrage and his attacks on society's institutions and values, later critics, who were often Marxists, hailed him variously as subversive, rebellious, and even revolutionary. They did not necessarily claim that Dickens was aware of the subversion or revolutionary thrust of his novels. Some critics have compared Dickens to Marx saying: "The difference between Marx and Dickens was that Marx knew he was a revolutionist whilst Dickens had not the faintest suspicion of that part of his calling." There was good reason for contrasting the two men; Marx fled to London in 1849, died there in 1883, and was also a writer.
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