La “Belle Époque”
La seconda rivoluzione industriale ebbe effetti più rapidi e sorprendenti della prima, ed influì in modo più determinante nella vita dell'uomo.
Tra il 1873 e il 1896, i paesi industrializzati europei subirono un periodo di crisi economica noto col nome di grande depressione, una sorta di fase di assestamento dopo l'ondata della prima rivoluzione industriale del XIX sec.
Non dimentichiamo che la concorrenza mondiale dovuta alla seconda Rivoluzione industriale, porterà presto ad una spietata rivalità tra grandi potenze –specie nell’ambito dell’industria bellica e della cosiddetta corsa agli armamenti– con la conseguente divisione del mondo in sfere di influenza e la formazione di blocchi di alleanze che di fronte ai primi episodi scatenanti sarebbero entrati in guerra (ciò che di fatto avverrà nel ’14); essi furono:
1879 = Triplice Alleanza (Germania e Austria; poi l’Italia dal 1882) e 1907 = Triplice.
Se la Prima rivoluzione industriale fu contraddistinta da una fase di liberismo economico o di libera iniziativa economica, questa Seconda rivoluzione industriale fu contraddistinta invece da una forte organizzazione della nuova industria in monopoli (unioni di produttori di una stessa merce), cartelli (unioni “orizzontali” tra produttori di merci affini) e trust (controlli “verticali” dei processi produttivi, dalla materia prima al prodotto finito).
Se la Prima rivoluzione industriale era basata sul capitalismo della libera iniziativa economica, la Seconda fu basata invece sul capitalismo monopolistico, in altre parole sulla forte concentrazione industriale (degli scambi, dei mercati e della concorrenza) nelle mani dei pochissimi trust internazionali che controllavano “verticalmente” tutti i processi produttivi, dalla materia prima al prodotto finito. Tale concentrazione industriale fece sì che le piccole industrie o imprese, non potendo reggere la concorrenza di quelle più grandi, finissero per essere fuse e assimilate da queste o addirittura per fallire e scomparire.
Per far fronte a un mercato di dimensioni mondiali si avverte l’esigenza di ingenti capitali, che spesso sono quelli finanziari, prestati dalle banche; come le industrie, anche le banche, specie quelle destinate a prestare alle industrie ingenti capitali, si concentrarono nelle mani di “pochissimi” e, non accontentandosi più di prestare solo denaro alle industrie o imprese, puntarono presto alla loro gestione acquistandone, a tal fine, la maggioranza delle azioni. I
Nacque cioè una fusione fra banche ed industrie, tra monopoli industriali e bancari, tra capitali industriali e capitali finanziari, dando luogo al cosiddetto capitalismo finanziario.
Per questa influenza determinante delle banche nella vita economica, presto si sarebbe determinata anche una nuova forma di collaborazione e alleanza tra governi politici e banche stesse.
Tuttavia in alcuni paesi questa collaborazione fra banche ed economia generale, non sempre favorì la produzione ma diventò terreno adatto a manovre più speculative nel conflitto tra capitale industriale e capitale finanziario.
Non fu certo una soluzione al problema quella del passaggio dal liberismo e dall’alleanza economia – banche all’intervento e protezionismo statale nell’economia.
Difatti, il liberismo professato dalla Destra storica s’ispirava ad un modello –quello inglese– già industrializzato e non colpito dalla concorrenza di altri paesi industrializzati, e pertanto poco congruente all’effettiva situazione economica italiana in cui, almeno all’inizio, l’industrializzazione non sarebbe potuta nascere e decollare se non fosse stata sostenuta dallo Stato.
Tuttavia anche questo intervento e protezionismo statale nell’economia speculative diventò terreno adatto a manovre più o ad intese sottobanco tra speculatori e politicanti corrotti; accadeva per es. che le sovvenzioni statali, anziché essere impiegate a fini produttivi collettivi –come ad es. un aumento degli investimenti– fossero distribuite invece fra i maggiori azionisti delle industrie, incrementando così il loro profitto privato.
All’intervento e al protezionismo statale nell’economia si aggiunsero le salate tariffe o dazi doganali protettivi del 1887, che avrebbero dovuto difendere le
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industrie nazionali dalla concorrenza di quelle straniere.
L’effetto negativo fu che avvantaggiarono le zone più industrializzate (come Centro-Nord) mentre danneggiarono quelle meno industrializzate (come Sud) costrette ad acquistare prodotti industriali a prezzi maggiorati rispetto al mercato internazionale, e private nello stesso tempo della possibilità di sbocchi su altri mercati internazionali.
Addirittura alcuni monopoli industriali (come quelli tedeschi), sfruttando abilmente i dazi doganali, continuarono a tenere alti in patria i prezzi del prodotto ma nello stesso tempo lo abbassavano all’estero per conquistarsi vaste fette di mercato.
La seconda rivoluzione industriale è comunque mossa dalle grandi innovazioni e scoperte scientifiche e tecnologiche, prime tra le quali quelle decisive per i nuovi modi di produzione industriale e di vita civile: le fonti energetiche di elettricità e petrolio, fonti che, per quanto aiutarono molto la produzione industriale, la fecero degenerare, a volte, nella “sovrapproduzione” con conseguenti fallimenti e disoccupazioni a catena.
Tra le innovazioni e scoperte tecniche e scientifiche di questa Seconda Rivoluzione industriale ricordiamo quelle relative ai mezzi di trasporto e di comunicazione
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Il motore a scoppio diverrà il motore ideale di molti mezzi di trasporto; l’automobile (con la nascita di grandi industrie automobilistiche) in sostituzione della bicicletta; i tram elettrici (come comodi mezzi di trasporto cittadini) in sostituzione delle carrozze a cavalli; le ferrovie, in sostituzione di quelle a vapore, la cui rete venne quadruplicata. I mezzi di comunicazione si estesero dal telegrafo al telefono dell’italiano Meucci, alla comunicazione a distanza mediante onde elettromagnetiche di Marconi, e infine alla radio.
Infine, i fratelli francesi Lumière costruirono in quegli anni il primo apparecchio cinematografico e inventarono il cinema come proiezione animata di “immagini in movimento”.
A questo decollo industriale europeo, corrispose un’efficiente e scientifica organizzazione del lavoro, che fece capo alla teoria dell’ingegnere americano Taylor, detta appunto taylorismo.
Queste pretese di pianificare ogni singola operazione dell’operaio, cronometrandola e stabilendo i tempi e le modalità ideali (la famosa catena di montaggio) per una veloce e cospicua produzione che alla fine avrebbe avvantaggiato non solo l’industria ma anche lo stesso operaio con guadagni sì maggiori, e tuttavia con un alienante asservimento alle macchine e alle operazioni più ripetitive e meccaniche.
Infine, oltre alla manodopera locale e gratuita dei paesi colonizzati, la grande industria aggiunge anche la manodopera europea, determinando così il fenomeno della non solo dalle campagne alle città
Emigrazione di massa
industrializzate ma anche dalle proprie nazioni verso quelle più avanzate industrialmente e ricche di possibilità di lavoro.
La seconda rivoluzione industriale in Italia
I tre anni di vita del Ministero Zanardelli – Giolitti (e poi gli anni a seguire degli ininterrotti governi giolittiani) furono contraddistinti anche da un momento di forte decollo industriale, ovvero dalla “seconda rivoluzione industriale” che stava contraddistinguendo tutta l’Europa.
Anche l’Italia assiste alla sua Seconda rivoluzione industriale e al suo decollo industriale; tra il 1896 e il 1913, la nostra economia non è semplicemente agricola ma industriale come nei paesi più avanzati. Quindi anche l’Italia conosce le realtà della concentrazione industriale e del capitalismo finanziario. Il decollo industriale richiedeva ingenti quantità di energia e l’Italia era molto povera di carbone e di petrolio; al fabbisogno energetico provvide pertanto importando combustibile o utilizzando le acque di fiumi di ampia portata come il Po di cui era molto ricca specie al Nord.
Tuttavia, l’impossibilità di allontanare i motori idraulici dai corsi d’acqua e avvicinarli ai luoghi dell’industria, rese urgente l’adozione di quella fonte di energia che, attraverso cavi conduttori, poteva essere trasportata anche a grandi distanze ed essere facilmente convertita in altre fonti energetiche come calore, luce o movimento: l’energia elettrica. III
Gli investimenti nel settore idroelettrico si moltiplicarono e, ovunque vi fossero montagne o fiumi di ampia portata, sorsero centrali idroelettriche.
“Carbone bianco”,
Tuttavia, il mito del cosiddetto ovvero dell’acqua come fonte energetica che avrebbe sostituito carbone e petrolio, restava appunto un mito, perché l’energia idroelettrica da sola non avrebbe mai potuto far fronte ai bisogni industriali e civili.
La produzione di energia elettrica era in 15 anni aumentata di 250 volte e di conseguenza era diminuita l’importazione di carbone dall’estero. Inoltre, poiché tutte le industrie utilizzavano metalli e macchine prodotti dall’industria pesante, metallurgica e meccanica, fu ovvio che questa si sviluppasse molto di più di quella leggera, tessile o alimentare.
La scelta protezionistica del 1887 aveva reso possibile la creazione, sia pure a costi molto alti, di una moderna industria siderurgica; questa divenne un potente trust italiano, al punto che i suoi dirigenti ottennero crescente influenza nel ministero e nel governo: tutto il settore era dominato da poche grandi società.
Nel settore tessile, che restava sempre il più importante per quantità di stabilimenti e per numero di addetti, i maggiori progressi si ebbero nell’industria cotoniera, altamente favorita dal protezionismo delle tariffe doganali e altamente meccanizzata.
Anche in settori non favoriti dal protezionismo delle tariffe doganali si registrarono notevoli progressi: quello chimico segnalava le industrie della gomma (Pirelli); quello meccanico diede una prima dimostrazione di efficienza nella vittoria riportata da una macchina italiana nella gara automobilistica della Pechino – Parigi (1907) e segnalava l’industria automobilistica e il predominio della FIAT (Fabbrica italiana automobili Torino, 1899), fondata da Giovanni Agnelli, e dell’ALFA (Anonima lombarda Fabbrica automobili, 1910); queste industrie automobilistiche si consolidarono anche grazie alle accresciute richieste di materiale ferroviario, navi e armamenti da parte dello Stato, nonché grazie alla domanda di macchinari indotta da tutto il complesso dell’industria italiana e ben presto determinarono la chiusura di altre piccole industrie automobilistiche semiartigianali.
Gli effetti del decollo industriale italiano si fecero sentire nelle cifre del reddito e nella qualità della vita.
Il reddito nazionale annuo crebbe del 50 %, questo tuttavia avviene con notevole ritardo e con minore intensità rispetto agli stessi paesi più avanzati come Francia, Gran Bretagna, Germania o Stati Uniti.
Ciò consentì tuttavia un miglioramento della qualità della vita italiana, soprattutto nelle grandi città: una buona quota dei bilanci familiari veniva destinata non solo alle ordinarie spese per l’alimentazione e per la casa ma anche per i beni di consumo durevoli: utensili domestici, biciclette, macchine da cucire o altri prodotti della moderna tecnologia che si affacciavano timidamente sul mercato nazionale.
I servizi pubblici (illuminazione, trasporti urbani, gas domestico, acqua corrente) s’intensificarono. IV
La mortalità infantile –indicatore per eccellenza dell’arretratezza civile ed economica di un paese– registrò un calo notevole.
Tuttavia le condizioni abitative dei cittadini restavano ancora precarie, nonostante il varo delle prime organiche iniziative di edilizia popolare da parte dei governi e delle amministrazioni locali.
Certo la diffusione dell’acqua corrente e il miglioramento delle reti fognarie costituirono un progresso di non poco conto, contribuendo anche alla forte diminuzione della mortalità da malattie infettive (colera, tifo o affezioni gastroenteriche), ma le case operaie e rurali erano per lo più affollate e malsane, raramente dotate di servizi igienici autonomi e di riscaldamento centralizzato.
L’analfabetismo era ancora molto elevato mentre si avviava a scomparire nell’Europa del Nord.
Durante il governo triennale Zanardelli – Giolitti (e poi gli anni a seguire degli ininterrotti governi giolittiani), la questione meridionale rimaneva aperta.
Come restava aperto il divario tra decollo industriale europeo ed italiano, così restava aperto quello tra Nord e Sud del paese.
Il divario fu più accentuato in ambito industriale, del cui decollo parvero beneficiare solo le città settentrionali del cosiddetto triangolo (Milano, Torino e Genova).
Ma anche l’agricoltura conosceva i suoi progressi soprattutto nel Nord grazie all’intraprendenza delle aziende capitalistiche della Valle Padana, che seppero approfittare della congiuntura favorevole e dell’elevata protezione doganale sui cereali per migliorare le tecniche di coltivazione.
Al Sud, invece, l’agricoltura risultava sfavorita dalle condizioni climatiche e ideologiche, nonché dalla povertà dei terreni di montagna o dalla permanenza di gerarchismi sociali obsoleti e mentalità diffuse che ostacolavano il mutamento economico e sociale.
Da questa situazione, ancor più che dal mancato sviluppo industriale derivava la persistenza dei mali tipici del Sud, mali antichi e ancora più gravi allora, se si pensa a quanto contrastassero con il contemporaneo decollo economico – sociale del paese:
- L’analfabetismo diffuso
- L’assenza di una classe dirigente moderna
- La disgregazione sociale
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