Disagi, povertà e assurdità della vita in un mondo sconvolto dalla seconda guerra mondiale
percorso multi-disciplinare
di
Garofalo Alessandra
classe 5°L a.s. 2008/2009
Materie trattate:
- Storia
- Italiano
- Filosofia
- Francese
- Inglese
- Tedesco
Le condizioni dell’Italia nel secondo dopoguerra
La situazione dell’Italia nel 1945, al termine della guerra, non era migliore di quella degli altri stati europei. I mezzi di trasporto, le industrie, le abitazioni avevano subito gravi danni e le condizioni di vita della popolazione erano difficili: miseria, fame, disoccupazione erano realtà quotidiane. Inoltre, l’economia si riprendeva con grande lentezza.
In questo periodo, l’Italia era divisa in due. Nella parte settentrionale e centrale, vi erano vivissime aspettative e una forte volontà di cambiamento. Non si voleva tornare all’Italia liberale precedente al fascismo; si voleva costruire una democrazia più aperta alle nuove esigenze delle masse popolari.
Al Sud, al contrario, la società era rimasta ferma, immobile: le classi dirigenti tradizionali, appoggiate dagli alleati, avevano mantenuto il loro predominio politico e sociale. Le attese di molti operai, contadini e borghesi di un radicale cambiamento furono incarnate dal governo guidato da Ferruccio Parri, uno dei capi della Resistenza. Questo governo compì, però, molti errori e durò pochi mesi. Quindi le aspettative di cambiamento sfociarono in aspre lotte sociali, come quelle dei braccianti meridionali per una riforma agraria o come le lotte operaie nell’Italia settentrionale, spesso represse con la forza.
Anche se la produzione industriale aumentò considerevolmente, non ci fu un corrispettivo aumento dei salari operai, né un miglioramento delle condizioni generali di lavoro.
Inoltre, il fronte sindacale aveva perso la propria unità: in seguito ad una scissione nella CGIL, a maggioranza comunista e socialista, si era formata la CISL d’ispirazione cattolica e successivamente nacque la UIL, di tendenza socialdemocratica.
Relativamente alla questione della terra, nel Mezzogiorno, si verificarono ribellioni ed occupazioni di latifondi incolti da parte dei contadini. Queste agitazioni furono represse con durezza dalle forze dell’ordine. Fu quindi indispensabile trovare una soluzione.
Gli anni del boom industriale
Negli anni ’50 e ’60, in Italia, l’industria divenne l’attività principale, quella con il maggior numero di addetti. Lo sviluppo delle industrie italiane si basò soprattutto sulla disponibilità di manodopera e sui salari ridotti degli operai, ciò portò quindi ad
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avere basse spese di produzione anche senza innovazioni tecnologiche. Questa situazione permise, tra il ’58 ed il ’63, un grande sviluppo che prese il nome di
boom
economico. In questo modo la disoccupazione diminuì notevolmente e il mercato interno si ampliò.
Questo grande sviluppo fu favorito in primo luogo, dalla politica economica impostata
liberismo
dai governi italiani, basata fondamentalmente sui principi del e del capitalismo. Infatti l’economista liberale Luigi Einaudi (liberale che guidò la politica economica del Paese dalla seconda metà del 1947), riteneva che la ricostruzione dell’economia italiana dovesse fondarsi principalmente sulla libertà di iniziativa delle aziende. I settori industriali che più crebbero furono la siderurgia, la metalmeccanica, la chimica, la petrolchimica e l’edilizia. Nel frattempo la costruzione di nuove autostrade facilitò i collegamenti fra le varie parti del Paese. Di conseguenza, in breve tempo, le abitudini e le stesse esigenze degli Italiani cambiarono. divario Nord Sud.
Le grandi trasformazioni economiche, però, aggravarono il tra e
triangolo
La crescita delle industrie fu particolarmente intensa nel cosiddetto
industriale (Torino, Milano e Genova), in cui si era verificata la prima industrializzazione. Nel Nord il livello di vita salì molto rapidamente e si ebbe una forte richiesta di manodopera. Nel Sud agricolo vi fu una riduzione di posti di lavoro e la povertà rimase diffusissima. Negli anni ’50 meno del 10% della popolazione dell’Italia settentrionale aveva un’alimentazione scarsa, mentre nell’Italia meridionale più del 50% si trovava in questa situazione.
Gli interventi del governo
L’unica soluzione possibile, per risolvere la situazione nelle campagne del Meridione, sembrava essere una riforma agraria che spezzasse il latifondo, creasse le premesse per lo sviluppo dell’agricoltura e consentisse di superare il problema della disoccupazione. Infatti De Gasperi - completata la ricostruzione sul finire degli anni Quaranta anche grazie agli aiuti americani previsti dal Piano Marshall – pose mano a una riforma agraria nel 1950 senza colpire a fondo gli interesse della grande proprietà. Le dimensioni quantitative della riforma non furono tali però da segnare un’inversione di tendenza: a partire dal 1950 circa 750000 ettari della terra dei latifondi vennero assegnati a circa 130000 famiglie, senza che questa operazione consentisse di rinnovare a fondo l’agricoltura italiana. Per il Mezzogiorno si trattò di un’operazione che non modificò in modo incisivo la situazione. Due furono gli eventi che modificarono a fondo l’Italia e crearono le premesse per la sua trasformazione da Paese contadino a Paese industriale: la nascita della cassa del Mezzogiorno, istituita nel 1950, era un ente pubblico finalizzato alla realizzazione di interventi per lo sviluppo e l’industrializzazione del Mezzogiorno d’Italia; l’emigrazione contadina, tra gli anni ’50 e ’60, verso il Nord dove, una volta completata la ricostruzione delle fabbriche, c’era bisogno di molta manodopera.