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La pena di morte

Tra la giusta sentenza e l’omicidio legalizzato

di Valentina D’Ovidio 5 A

^

Liceo delle Scienze Sociali 0

A.S. 2008/2009 1

Indice

Premessa pag. 2

  • Mappa Concettuale pag. 3
  • Storia pag. 4-10
  • Italiano pag. 11-12
  • Filosofia pag. 13-16
  • Scienze Sociali pag. 17-20
  • Diritto pag. 21-24
  • Inglese pag. 25-26
  • Bibliografia pag. 27
  • Sitografia pag. 27

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Premessa

Premetto che ho deciso di approfondire quest’argomento, la pena di morte, non solo per l’attualità del tema, ma soprattutto per i numerosi spunti di riflessione che esso propone.

Da un’attenta analisi, infatti, ho potuto constatare come questo supplizio sia al centro di numerosi dibattiti etici e filosofici ormai da secoli, ma sfortunatamente con pochi esiti positivi.

Durante i regimi totalitari, l’uso sconsiderato e cruento della pena di morte nel tentativo di eliminare le “razze inferiori” e i personaggi scomodi (politici, rivoluzionari, ecc.), segnò la storia in modo particolare, lasciando poche speranze per un totale e definitivo abbandono di quest’usanza (su questo argomento abbiamo visto “La Rosa Bianca - Sophie Scholl” di Marc Rothemund del 2005).

2005

Grazie al (quali per esempio Amnesty International e Nessuno tocchi Caino) e alle organizzazioni internazionali, molti Paesi hanno deciso di rinunciare alla pena di morte che, per l’appunto, è stata abolita per legge e in pratica in 138 stati. Sono ancora molti, però, i paesi che non intendono desistere, ritenendola necessaria per mantenere il controllo e l’ordine pubblico.

Secondo i dati raccolti da Amnesty International, sono 59 i paesi che mantengono l’esecuzione capitale e su questi in 52 paesi sono state emesse 8.864 condanne a morte solo nel 2008.

Infine, ho voluto rivolgere la mia attenzione anche ai “diritti umani” e alle questioni di Bioetica (trattate durante l’anno scolastico) proponendo un interrogativo al centro di numerosi dibattiti e attorno al quale si svolgerà la mia trattazione:

È efficace e lecito punire un crimine con un altro crimine? 3

Mappa concettuale

Storia

La pena di morte nella storia e nel mondo attuale

Italiano

Franz Kafka

“Il Processo” e “Nella Colonia Penale”

Inglese

Thomas Hardy

“Tess of the D’Urbervilles”

Filosofia

Cesare Beccaria

“Dei Delitti e Delle Pene”

Norberto Bobbio

“Contro la Pena di Morte”

Diritto

“Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” e “Moratoria Universale”

Scienze Sociali

Potere dello Stato e la nascita delle Istituzioni penitenziarie

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5

La pena di morte nella storia

Il concetto di pena risale all’istituzione delle prime società, infatti, si hanno prove della sua applicazione fin da popoli come Babilonesi, Egizi, Greci e Romani.

.

Prevista in tutti i codici delle società antiche, era ritenuta “la regina di tutte le pene”, ovvero la giusta punizione per chi infrangeva le regole dettate dall’autorità.

L’applicazione della pena e in particolare della pena di morte avveniva per reati diversi (quali i delitti contro il culto, lo stupro, l’alto tradimento, il furto, la falsa testimonianza, le infrazioni fiscali e gli omicidi volontari) e consisteva nell’infliggere al reo lo stesso male da questi compiuto; si tratta della cosiddetta “legge del taglione” o “legge del contraccambio” (simile a quella del contrappasso presentata da Dante nella “Divina Commedia”). Essa, però, non era ritenuta necessaria solo per soddisfare i bisogni di vendetta e giustizia sociale, ma aveva anche una finalità educativa; era, in altre parole, considerata come strumento per educare, più che il reo, la società stessa. Per questo motivo, la maggior parte delle volte, le esecuzioni erano pubbliche, cosicché i cittadini, vedendo le atrocità inflitte al condannato a morte, si sarebbero astenuti dal commettere a loro volta dei reati.

Il Medioevo, in Europa, fu caratterizzato da frequenti esecuzioni capitali, spesso inflitte con atroci strumenti di tortura. Il sistema feudale medioevale presentava un sovraffollamento di poteri tale per cui al potere dello Stato, che si identificava con il re o l’imperatore, si affiancava il potere dei feudatari, a cui il re delegava il compito di amministrare la giustizia, e, infine, il potere dei magistrati cittadini. Erano molti, quindi, coloro che potevano decretare le pene, anche quella capitale, a volte sulla base di leggi, ma spesso in modo arbitrario dal potente di turno.

In questo periodo aumentò considerevolmente anche il potere della Chiesa, la quale istituì la cosiddetta “Inquisizione”, e impose il proprio dominio ecclesiastico, condannando a morte moltissimi eretici, sia sul piano dogmatico sia su quello politico e scientifico (memorabile fu la condanna al rogo di Giordano Bruno). Era evidente come nel Medioevo il potere temporale e spirituale fossero inscindibili. Le pene, negli anni “bui” dell’Inquisizione, erano considerate come una giustizia divina che la Chiesa doveva esercitare per volontà di Dio (teoria della delegazione divina). Dal momento che, secondo la tradizione biblica, l’uomo macchiato del “peccato originale” ha sia la possibilità di fare del bene che del male, la Chiesa, nell’amministrare la giustizia, prevedeva l’espiazione delle colpe tramite il cosiddetto autodafé, ovvero l’atto di fede. Il dolore, infatti, doveva essere offerto e vissuto in funzione di redenzione, al fine di valorizzare il vero e il buono dello spirito umano, qualunque sia il mezzo utilizzato. Di conseguenza, ogni procedura inquisitoria, dall’interrogatorio alla tortura, aveva lo scopo di indurre alla confessione e quindi ad una dichiarazione di colpevolezza, o di assoluta innocenza dell’inquisito.

In quest’ottica, anche la prigione rivestiva un ruolo fondamentale. Il trattamento dell’inquisito era diverso perchè basato sulla distinzione tra le celle, vi erano, infatti, quelle che avevano la funzione di indurre a riflettere, quelle che dovevano mettere alla prova o punire e, infine, l’isolamento, visto come la massima misura di pressione sulle coscienze. La segregazione di un individuo riassumeva, difatti, il rituale della sottomissione e del rifiuto sociale (alienazione dell’uomo deviante).

La pena di morte veniva applicata per crimini come omicidio, furto, sacrilegio, tradimento e per altri reati che oggi consideriamo semplicemente d’opinione (si pensi alle donne condannate al rogo o all’impiccagione perché accusate di stregoneria e di rapporti clandestini con il diavolo).

In aggiunta, veniva inflitta in modo differente a seconda del ceto sociale del condannato.

Alcuni esempi di supplizi principalmente utilizzati nel Medioevo sono: allungamento, annegamento, bollitura, calderone, cavallo di legno, CROCIFISSIONE, decapitazione,

Crocifissione

defenestrazione, implemento, schiacciamento da elefante, lapidazione, letto (o sedia) di ferro, morte da insetti, morte per fame, pendolo (una lama affilatissima che veniva lentamente abbassata sul condannato che giaceva sulla schiena; come nel racconto di Edgar Allan Poe "Il Pozzo E Il Pendolo"), percossione (con strumenti quali il “gatto a nove code”), rogo, ruota, sbranamento da animali, scorticamento 6

sotterramento, sparo di cannone, VERGINE DI FERRO, e molti altri.

FERRO 7

La Francia è ancora oggi la nazione più famosa per l’atrocità dei supplizi e l’introduzione, durante la Rivoluzione Francese, della ghigliottina su proposta di Joseph-Ignace Guillotin.

Questa macabra invenzione era considerata più umana e meno dolorosa.

L’esecuzione di Maria Antonietta, Regina di Francia in una stampa dell’epoca

Con il passare dei secoli, la progressiva laicizzazione dello Stato supera l’antica concezione del diritto divino e ripropone, sotto una diversa luce, il problema della pena.

Nel Rinascimento è attribuita alla pena di morte una connotazione utilitaristica, ovvero è utile al fine di proteggere e tutelare la convivenza civile.

Solamente con l’avvento dell’era dei “lumi”, l’Illuminismo, si fanno strada le prime voci dissonanti ed inizia il dibattito intorno all’argomento. La vera svolta si ha nel 1764 con la pubblicazione del libro di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene”. Beccaria afferma che il fine della pena è quello di "impedire il reo dal far nuovi danni e rimuovere gli altri dal farne uguali"; è quindi preferibile imputare pene meno crudeli, ma intense e prolungate nel tempo (per esempio l’ergastolo ed i lavori forzati). Le tesi del Beccaria danno vita ad un ampio dibattito filosofico che coinvolgerà numerosi pensatori abolizionisti e non.

Sfortunatamente Beccaria era un illustre ignoto e fu solo grazie a Voltaire se queste tesi, del tutto innovative per l’epoca, trovarono uno strepitoso successo in tutta Europa, sia dal punto di vista ideologico che sociale. Molto importanti furono le prime leggi penali che abolirono la pena di morte, dimostrando che l’opera di Beccaria ebbe almeno l’effetto di ridurre il numero delle esecuzioni.

Queste leggi penali furono:

  • La legge del Granducato di Toscana del 1786 (Riforma criminale toscana o Leopoldina) con la quale, Leopoldo I° abolì definitivamente l’uso di questa barbara usanza;
  • L’Istituzione del 1765 con la quale, in Russia, la zarina Caterina II abolì la pena capitale perché disumana e incapace di migliorare le condizioni di alcuna nazione;

A partire dal XIX secolo, in numerosi Stati occidentali, poi di seguito in molti altri, la pena di morte venne abolita e sostituita con altre punizioni come il carcere a vita.

Nel Regno d’Italia fu abolita con l’approvazione, quasi all’unanimità da parte di entrambe le Camere, del nuovo Codice penale nel 1889, durante il ministero di Giuseppe Zanardelli. Tuttavia la pena capitale restava in vigore nel Codice penale militare e in quelli coloniali.

Zanardelli

Con l’instaurazione dei regimi totalitari (quali il fascismo di Mussolini, il nazismo di Hitler, l’unione sovietica di Stalin e la dittatura spagnola del generale Francisco Franco) l’esecuzione capitale venne reintrodotta in alcuni stati e usata in modo sconsiderato da altri. Difatti essa era ritenuta fondamentale per l’attuazione di un’ideologia, con cui questi imperialismi cominciarono a regolare la vita dei cittadini sotto ogni aspetto (riduzione degli individui a meri elementi dell’organismo sociale). L’ideologia poteva essere di tipo storico (si pensi a quella comunista) o di tipo biologico (come nel caso di quella nazista, secondo la quale tutte le altre razze erano considerate inferiori rispetto a quella “pura”, quella ariana). Nel 1926 la pena di morte fu reintrodotta in Italia da Mussolini per punire coloro che avessero attentato alla vita o alla libertà della famiglia reale o del Capo del Governo e per vari reati contro lo stato. In modo particolare con il “Codice Rocco”, entrato in vigore il 1º luglio 1931, aumentarono il numero dei reati contro lo stato punibili con la morte e fu reintrodotta per alcuni gravi reati comuni.

Codice Rocco 1931

In Germania, Hitler mise in pratica la folle idea di sterminare le razze impure, con l’istituzione dei cosiddetti campi di concentramento o meglio definiti campi di sterminio, poiché di questo si trattava. I prigionieri (ebrei, omosessuali, zingari, criminali politici) e tutti quelli che erano considerati pericolosi per l’equilibrio sociale, venivano deportati in queste strutture carcerarie all’aperto, e qui costretti ai lavori forzati, spesso senza neanche uno scopo ben preciso (soprattutto nei “gulag” sovietici). Si potrebbe dire, in un certo qual modo, che i campi di sterminio abbiano voluto riprendere, in modo ironico, l’ideale della condanna ai lavori forzati dei philosophe francesi con la macabra scritta che campeggiava all’ingresso dei lager nazisti: “Arbeit macht frei”, che letteralmente significa “il lavoro rende liberi” (dalle proprie colpe e dalla prigionia). Non sempre, ovviamente, era così. Molte volte, infatti, con “la scusa” di sopprimere chi non era più in grado di lavorare, di fare posto a nuovi deportati o più semplicemente per l’odio che i tedeschi nutrivano contro queste minorità, migliaia di prigionieri vennero orribilmente condannati a morte, “in massa”, nelle camere a gas, oppure lasciate morire di fame e di stenti dallo Stato, dal Potere, da Hitler. Dopo la caduta del regime fascista (25 luglio 1943), il 10 agosto 1944 il decreto legge n. 224 abolì la pena di morte per tutti i reati previsti dal codice penale del 1931; essa fu, però, mantenuta in vigore in base al decreto n. 159 del 27 luglio 1944 per i reati fascisti e di collaborazione con i Nazi-fascisti.

25 luglio 1943

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Alleati ancora indignati e scioccati per le atrocità naziste, costituirono l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Nel 1948 venne redatta e siglata a New York la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”; essa è un codice etico d’importanza storica fondamentale: è stato, infatti, il primo documento a sancire l’universalità di questi diritti, non più limitati unicamente ai paesi occidentali, ma rivolti ai popoli del mondo intero, e basati su un concetto di dignità umana intrinseca, inalienabile, ed universale. La dichiarazione fu il primo sforzo legale internazionale al fine di limitare il comportamento oppressivo di taluni Stati e limitare l’uso della pena di morte. In seguito, nacquero numerose altre associazioni abolizionistiche che svolgono tutt’oggi un importante contributo a livello mondiale.

Infine, il 18 dicembre 2007 l’ONU, con 104 voti favorevoli, 54 contrari e 29 astenuti, ha approvato la Moratoria universale della pena di morte, promossa dall’Italia a partire dal 1994. Questa moratoria, forse, riuscirà a sancire una volta per tutte l’esecuzione capitale.

Ingresso del 9

Campo di concentramento di Birkenau

La pena di morte nel mondo attuale

Blu: Abolita per tutti i crimini

Verde: Abolita eccetto per crimini commessi in circostanze eccezionali

Arancione: Abolita in pratica

Rosso: Pena legale

Negli ultimi decenni molti Stati hanno abolito la pena di morte.

Amnesty International distingue quattro categorie di Stati:

  • 68 Stati prevedono la pena di morte nel codice penale e la utilizzano (colore rosso);
  • 89 Stati hanno abolito completamente la pena capitale (colore blu);
  • 10 Stati dove la pena di morte è in vigore, ma solo limitatamente a reati commessi in situazioni eccezionali, ad esempio in tempo di guerra (colore verde);
  • 30 Stati mantengono la pena di morte anche per reati comuni, ma di fatto non ne fanno uso da almeno 10 anni (colore arancione);

Grazie all’azione di organizzazioni internazionali e associazioni abolizionistiche la pena di morte è stata abolita per legge e in pratica in 138 Stati; 59 paesi, però, continuano a praticarla.

La Cina, in particolare, si aggiudica il macabro primato di “Paese boia”, avendo da sola messo a morte più persone che il resto del mondo nel suo complesso. Anche l’Europa non è da meno, visto che la Bielorussia ricorre ancora all’esecuzione capitale, seppur in grande segretezza.

Nonostante gli appelli, le dichiarazioni internazionali, l’attività svolta da numerose associazioni e così via, le stime (anche se approssimative) delle esecuzioni capitali non sembrano essere a favore dell’abolizione. Da quanto risulta nel documento pubblicato il 24 marzo 2009 da Amnesty International riguardante le esecuzioni del 2008, tra gennaio e dicembre dello scorso anno sono state giustiziate circa 2.390 persone in 25 paesi e sono state emesse 8.864 condanne in 52 paesi.

In sostanza, sono state giustiziate una media di sette persone al giorno.

Il maggior numero di esecuzioni nel 2008 è stato riscontrato in Asia, dove undici paesi

continuano a ricorrere alla pena capitale (Afghanistan, Bangladesh, Cina, Corea del Nord, Giappone, Indonesia, Malaysia, Mongolia, Pakistan, Singapore e Vietnam). Solo in Cina sono avvenute quasi tre quarti delle esecuzioni su scala mondiale, più esplicitamente il 72%.

Il secondo maggior numero di esecuzioni, 508, è stato registrato nella regione Africa del Nord -

Medio Oriente. Solo in Iran sono state messe a morte 346 persone con metodi che comprendono l’impiccagione e la lapidazione. Tra questi otto erano minorenni al momento del reato, violando così le normative internazionali che vietano tassativamente di condannare a morte i minori. In Arabia Saudita, le esecuzioni sono state almeno 102, solitamente tramite decapitazione pubblica.

Questi dati potrebbero essere ancora più elevati; purtroppo le informazioni sulle condanne a morte e le esecuzioni non sempre possono essere del tutto attendibili, poiché il più delle volte non vengono nemmeno registrate dai paesi che emettono la sentenza, quasi a voler nascondere gli omicidi commessi. (Da notare che in URSS le statistiche sulla pena di morte sono un segreto ufficiale dal 1934).

In conclusione, anche se non si conosce il numero certo delle vittime, si sa per certo che questa macabra usanza viene ancora praticata, segretamente, da molti paesi e forse non si arriverà mai ad un’abolizione totale e definitiva.

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