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La vita

Simone de Beauvoir nacque a Parigi il 9 gennaio 1908 da una famiglia altoborghese, segnata presto dalla bancarotta del nonno paterno. Simone e Hélène, sua sorella, vissero lunghi anni di disagi e ristrettezze economiche: "usavamo i vestiti fino alla corda, e anche oltre". Ben presto Simone rivelò un'intensa passione per lo studio. Iscritta all'Istituto Désir, diventò un'allieva esemplare, e decise – fatto allora eccezionale – di continuare a studiare e di dedicarsi all'insegnamento, allontanandosi allo stesso tempo dalla religione.

Studiò alla Sorbona, dove nel 1929 ottenne "l'agrégation" (idoneità) in filosofia e dove incontrò colui che, senza matrimonio né convivenza, sarebbe diventato il compagno della sua vita, il filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre.

Sono, questi, gli anni in cui conosce Merleau-Ponty, Lévi-Strauss, Raymond Aron, Paul Nizan. Simone de Beauvoir è considerata la madre del movimento femminista, nato in occasione della contestazione studentesca del maggio 1968, che seguirà con partecipazione e simpatia.

Gli anni settanta la vedono fervidamente in prima linea in varie cause del progresso civile: la dissidenza sovietica, il conflitto arabo-israeliano, l'aborto, il Cile, la donna (è presidentessa dell'associazione "Choisir" e della Lega dei diritti della donna).

Nell'ultimo periodo della sua vita, Simone de Beauvoir affronta con coraggio un altro problema sociale, quello della vecchiaia, cui dedica un importante saggio, La Terza Età (1970).

Nel 1981, in seguito alla morte di Sartre, scrisse La cerimonia degli addii (La Cérémonie des adieux), cronaca degli ultimi anni del celebre pensatore.

Il secondo sesso

Dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, pubblica Il secondo sesso (1949), un saggio fondamentale che da un lato fa il punto sulle conoscenze biologiche, psicoanalitiche, storiche, antropologiche esistenti sulla donna, e dall'altro apre la strada a quella discussione radicale sulla condizione femminile che avrebbe caratterizzato i decenni successivi.

Nel secondo sesso, Simone sottolinea che dal punto di vista culturale esiste ancora un tipo, un modello umano unico e assoluto: il tipo maschile, mentre le donne non hanno identità propria. Così nel suo libro va alla ricerca di quell'altro modello, quello nascosto e indefinito che dovrebbe servire da riferimento alle donne per diventare se stesse.

Le tesi principali dell'opera sono:

  • Il desiderio di piacere, il mito del "principe azzurro" sono tratti culturali che forgiano l'immagine della donna, anche quella che essa offre a se stessa.
  • La donna è ridotta a immagine vivente dell'Alterità: tutto ciò in cui l'uomo può proiettarsi. Lo scarto tra l'esistenza fisica della donna e il "sogno" maschile crea una situazione frustrante per entrambi.
  • L'identificazione del soggetto maschile come norma nel sistema di organizzazione e relazione ha portato alla perdita di identità sociale femminile, complice nel prolungare la sua sottomissione, invece di responsabilizzarsi.
  • Il fascino femminile è il risultato di un "orrore storico": la donna è stata cancellata come personalità, condannata a essere solo una situazione dell'immaginario, in perenne conflitto con se stessa.
  • La donna deve rifiutare di essere la controparte dell'identità maschile, ma cercare di conquistare un'autonomia completa, anche se comporta sacrifici, opponendo i valori femminili a quelli maschili, realizzandosi come essere umano.

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La vita

Nacque a Roma il 18 agosto del 1912, da Francesco lo Monaco ed Irma Poggibonsi, maestra elementare ebrea di Modena, in un ambiente familiare apparentemente tranquillo, ma che in realtà nascondeva gravi tensioni interne.

Dopo aver conseguito la maturità, si iscrisse alla facoltà di Lettere e cercò di mantenersi agli studi da sola, dando lezioni di italiano e latino, scrivendo tesi di laurea per altri, collaborando ad alcune riviste culturali. Da quell'esercizio giornalistico nacque il suo primo volume di racconti, Il gioco segreto (1941); nello stesso anno sposò lo scrittore Alberto Moravia, da cui si separò nel 1962. Contemporaneamente mostrava interesse per il mondo infantile con la pubblicazione della favola Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (1941), illustrata dalla stessa Morante e scritta quando aveva solo quattordici anni.

Ma l'opera che la impose alla critica fu Menzogna e sortilegio (1948), con cui vinse il premio Viareggio, e che venne acclamato come uno dei migliori lavori della letteratura italiana.

Stesso successo critico ebbe L'isola di Arturo, del 1959, che vinse il premio Strega. In quegli anni Elsa fece la conoscenza di Umberto Saba, Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini, con i quali strinse una solida amicizia.

Dopo la separazione con Moravia, ebbe una relazione con il regista Luchino Visconti e poi con il giovane pittore americano Bill Morrow.

Verso la fine degli anni '60 si recluse sempre di più, accrescendo la sua disillusione e sviluppando una vera e propria ossessione per il suo aspetto fisico.

Ne Il mondo salvato dai ragazzini la scrittrice accentuò caratteri anarchici già presenti nelle sue opere e nel suo romanzo successivo, La storia (1974), denunciò la falsa rappresentazione che la società ordinata si dà nella storia.

L'ultimo lavoro della Morante, Aracoeli (1982), vinse il Prix Medicis, ma nel 1980 si era fratturata un femore e, dopo aver subito un intervento chirurgico, non potendo più camminare, nell'aprile del 1983 tenta il suicidio aprendo i rubinetti del gas, ma viene salvata da una domestica.

Prostrata dalla solitudine ed incapace di superare la depressione, Elsa Morante, ricoverata in clinica a Roma, vi morì, il 25 novembre 1985.

Menzogna e sortilegio

La vicenda è incentrata sulla decadenza di una famiglia del Sud e ha come voce narrante quella allucinata di una giovane donna rinchiusa nella sua stanza, Elisa, che sceglie consapevolmente la menzogna, visto che alla donna non è consentita l'autodeterminazione. La storia ha inizio con il matrimonio di Cesira, nonna di Elisa, con Teodoro Massia discendente di una ricca casata aristocratica presso cui Cesira lavorava come istitutrice.

Dalle nozze nasce Anna, che trascorre la propria fanciullezza coltivando il mito del bel cugino Edoardo, tenebroso, capriccioso e irascibile figlio di Concetta, la più ricca sorella di Teodoro. Il loro primo fortuito incontro fa nascere nella ragazza un ambiguo sentimento che appare ben presto ricambiato.

Anna e Edoardo vivono un singolare rapporto di 'cuginanza', dietro cui si nascondono profondi affetti, che il giovane sembra voler ripetutamente rimuovere. Durante gli studi, Edoardo conosce Francesco Di Salvo, figlio di contadini che si fa passare per aristocratico, con cui si lega in stretta amicizia.

Francesco ha come amante la bella Rosaria, esuberante e sempre in bilico tra vitalità e volgarità, al cui fascino Edoardo cede. Molte le peripezie, durante le quali le due coppie soffrono di gelosie, inganni, risentimenti. Francesco sposa Anna e mette al mondo Elisa.

Edoardo è colpito con sempre maggiore frequenza dalla malattia che lo accompagna dalla giovinezza: chiuso nel suo mondo di paure, fantasmi e tenebrosi presentimenti, va verso la morte. Rosaria fa una vita di orgogliosa solitudine. A distanza di anni, stringe amicizia con Elisa, e diventa per lei una specie di maestra di vita.

Francesco muore in un incidente sul lavoro. Anna è consumata dalla malattia, mentre insegue misteriose lettere un tempo scambiate con l'amato cugino. Elisa, con accanto la forte presenza di Rosaria, affronta la vita.

L'isola di Arturo

È ambientato a Procida e le vicende ruotano intorno a tre personaggi: Arturo, sedicenne inquieto, Wilhelm, padre di Arturo e narcisista instabile, Nunziatina, la sposa, coetanea di Arturo, proveniente dai quartieri popolari di Napoli.

La scrittura della Morante, aderendo, seppure non meccanicamente, alla letteratura neorealistica del dopoguerra, racconta cose reali, non fiabe. L'isola di Procida, il mare, le case, le botteghe del porto, la «Casa dei guaglioni», il penitenziario e tutti i personaggi di questo romanzo sono pertanto oggettivamente e minuziosamente descritti e rappresentati.

Ma tutto al tempo stesso sfuma nella favola e nell'allegoria: tutto è poeticamente trasfigurato: linguaggio, ambiente, intreccio sono funzionali alla maturazione del protagonista, il cui fine ultimo è staccarsi dalle illusioni dell'adolescenza per entrare nel mondo degli adulti.

E così, trasformando l'umile, storica e quotidiana realtà nel mondo atemporale e magico del mito, Arturo, il fanciullo-eroe dal nome di stella, rievoca la propria infanzia e la propria adolescenza.

La mitica iniziazione di Arturo alla vita non viene tanto raccontata, quanto piuttosto, con precisione spassionata, indagata e illustrata, al fine di esemplificare le tappe fondamentali di quel difficile percorso che conduce dalla «malefica e meravigliosa» isola dell'infanzia alla coscienza di sé e al mistero della vita adulta.

Così, per il fanciullo-eroe Arturo-Boote, diventare adulto equivale ad abbandonare Procida: la solare felice isola dell'infanzia, l'isola delle certezze assolute, lo spazio chiuso e senza tempo, su cui vaga «sospesa nell'aria» l'arcana divinità della madre perduta. E lo svelamento della realtà e della vita ha fatalmente inizio con l'arrivo a Procida della giovanissima sposa del padre, Nunziatina, figura di madre-amante-bambina, definita dalla critica «una delle immagini più vive e sorprendenti del nostro romanzo contemporaneo».

Varcate, infine, tutte le frontiere, oltrepassate le Colonne d'Ercole, dissolte tutte le certezze, Arturo Gerace lascia il mondo del mito ed entra nel mondo della storia con l'acquisita consapevolezza che «Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra, fu tutto».

Gli abitanti di Procida sono disprezzati da Arturo, accomunati in questo alle donne, che rappresentano solo comparse anonime. La descrizione delle comari, che incarnano lo stereotipo della donna rurale, povera e sottomessa, consente di gettare uno sguardo sulla sfilza di donne vestite di nero che sono passate attraverso la storia confabulando sull'uscio delle case, abbruttite dalle fatiche domestiche, serve incapaci di ribellarsi ad antichi padroni, tra loro nemiche, eppure solidali in caso di necessità.

La storia

La vicenda è ambientata nella Roma sconvolta dalla seconda guerra mondiale e poi avviata a un'incerta ricostruzione.

La protagonista è una vedova di origine ebraica, Ida Ramundo, maestra elementare, con un giovane figlio adolescente, Nino. Ma la vita modesta e appartata di Ida viene sconvolta dal grave passaggio della Storia, incarnata nella figura di un soldato tedesco che violenta la donna, lasciandola incinta.

Ida porta avanti la gravidanza e dà alla luce Giuseppe (Useppe), unica nota di gioia e di allegria nella vita della famigliola. Intanto Nino, esaltato dai discorsi della propaganda fascista, si arruola nelle camicie nere, mentre la casa di Ida viene distrutta da un bombardamento, così che la donna deve trasferirsi con il bambino in un rifugio per senza tetto.

Nuovi traumi si aggiungono: la deportazione degli ebrei del ghetto romano, la guerra di liberazione, nella quale milita anche Nino, passato con i partigiani, e i sintomi dell'epilessia (“il grande male”) di Useppe.

Gli ultimi mesi dell'occupazione sono i più duri e la donna è costretta a rubare per sfamare il suo bambino. Ma anche con la liberazione e la fine della guerra la situazione non migliora: Nino si dà al contrabbando e finisce ucciso in uno scontro con la polizia; Useppe muore dopo un attacco di epilessia. Al che Ida impazzisce di dolore.

È ottocentesca la visione di un mondo in cui le vicende della gente comune (“la microstoria”) si scontrano con la spietata indifferenza e le incomprensibili ragioni della Storia.

Utilizzando personaggi umili e comuni, la Morante volle rivolgersi ad un pubblico più vasto di quello in grado di apprezzare le tecniche astratte dei romanzieri neoavanguardisti (Joyce, Proust, Woolf). L'esaltazione degli umili, tutti istinto e naturalezza, trova il suo archetipo più efficace in Ida Ramundo: questa mater dolorosa dall'aspetto dimesso e invecchiata prima del tempo, «pare una vittima predestinata per la sua totale mansuetudine, la rassegnazione, l'insignificanza sociale, la rinunzia a chiedere alla vita qualsiasi cosa per sé. Ida soffre tutti i dolori senza averne alcun compenso. Non ha mete da raggiungere che non siano la sopravvivenza e la difesa dei suoi figli».

Sentimento predominante in lei è la paura, soprattutto quella dell'essere indifeso, di chi sta sempre in allarme e teme i colpi sinistri del destino. Per quest'umile maestrina il potere è un insieme assurdo e incomprensibile di enti, da cui non ci si può aspettare altro che essere avversati.

Ella non si sente a suo agio se non nelle istituzioni più elementari della società: la famiglia perché fondata su istituti naturali, e la scuola perché si presenta soprattutto come un insieme di «bambinelli straccioni e mocciosi da amare come figli». (C. Sgorlon).

Non comprende appieno il mondo dei grandi, perché è rimasta nel fondo una bambina come quei «Felici Pochi», celebrati dalla Morante ne Il mondo salvato dai ragazzini.

Il ruolo in cui Ida si riconosce maggiormente è quello di madre e ogni suo gesto ha i figli come meta finale. Dopo la morte di Nino, la donna vive solo spinta dalla necessità di provvedere a Useppe, ma quando anche costui sarà morto, la sua personalità viene meno destinata a soccombere di fronte al male della Storia.

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Aracoeli

Scritto nel 1982, “Aracoeli” è l'ultimo, intenso, romanzo di Elsa Morante. Tema centrale, costante nell'opera dell'autrice, è il mistero del legame madre – figlio.

Con una prosa magica ed evocativa, l'autrice - attraverso un io narrante angosciato e deluso - tratteggia il ritratto doloroso d'un “diverso” e del suo viaggio, reale e della memoria, alla ricerca della madre perduta e irraggiungibile.

Manuel, non più giovane, vive in solitudine, angosciato dalla propria bruttezza ed omosessualità, e decide di andare a cercare il senso della propria esistenza nella terra natale della madre andalusa, di nome Aracoeli, ormai morta da anni.

Sulla spinta di un “enthusiasmos”, quasi guidato da un disegno divino, sulle note della memoria, Manuel parte da Milano per El Almendral, un piccolissimo villaggio nel territorio di Almeria: “El Almendral io non lo trovai su nessuna carta. Ma intanto quel minimo punto periferico, ignorato dalla geografia, da ultimo era diventato l'unica stazione terrestre che indicasse una direzione al mio corpo disorientato. Il suo era un richiamo senza nessuna promessa, né speranza. Sapevo, al di là di ogni dubbio, che esso non mi proveniva dalla ragione, ma da una nostalgia dei sensi, tale che nemmeno la certezza della sua esistenza non mi era una condizione necessaria.”

Ha così inizio il viaggio della memoria tra i ricordi dell'infanzia e le impressioni della maturità, in una continua sovrapposizione di luoghi ed immagini alla coscienza presente del fallimento di un uomo “forastico e misantropo”.

Le donne nei romanzi di Elsa Morante

Da dove vengono le donne nei romanzi di Morante? Grandi sognatrici, in loro il sogno si dispiega, diventando talvolta allucinazione o delirio (Anna in Menzogna e sortilegio), materiale rimosso della memoria materna (Ida ne La Storia).

Essere in preda ai sogni significa ospitare i segni dell'alterità, del mistero, dell'altrove. Nunziata, Anna, Ida, Aracoeli, ma anche Elisa sono «le altre», cioè figure ambivalenti, irriducibili ai ruoli e agli archetipi della femminilità, tuttavia estranee ai cambiamenti, come se la modernità non potesse raggiungerle nel mondo atemporale, “arcaico” in cui vivono.

Quando sono i personaggi maschili a sognare ci si può domandare se non divengano a loro volta, ambigui, androgini, ospiti dell'enigma del corpo. Attraverso di loro, le altre transitano da un mondo / un corpo, all'altro.

Si direbbe che le donne giungano nel libro o come spettri (Anna, la madre di Arturo) o da un altrove indeterminato, “femminile”, vitale (Nunziata). Questo duplice aspetto rinvia all'ambivalenza dell'ospitalità in cui si intrecciano familiarità e estraneità.

L'intimo è abitato da fantasmi:

  • La follia di Anna, protagonista di Menzogna e sortilegio è ossessione dell'altro ma anche dell'altra se stessa, del suo doppio maschile femminile.
  • La casa dei guaglioni ne L'isola di Arturo non ammette nessuna presenza femminile (così dice la leggenda), salvo la fantasia spettrale che unisce Arturo alla giovanissima madre, morta di parto.
  • Ida, all'inizio de La storia, si sente improvvisamente invasa da una memoria materna che la visita nei sogni, spingendola a cercare la comunità ebraica di Roma.
  • Il segno più inquietante e drammatico di questa ossessione è in Aracoeli: la malattia di Aracoeli, desiderio travolgente che colpisce il corpo matrice, rendendolo corpo estraneo, Doppio incontenibile. L'ultimo narratore è un Edipo disorientato, errante verso una Giocasta (Aracoeli) definitivamente perduta come un sogno d'infanzia che sta poco a poco oscurandosi. Per avvicinarla tutte le favole, le finzioni, le leggende sono state abilmente imbandite; il narratore Manuele è forse l'ennesima maschera tragica, insieme alibi e fantastico Doppio, che avanza a tentoni sul cammino del corpo per incontrare lei, quella che detiene le domande e le risposte: la sfinge.

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