Estratto del documento

La prima metà del ‘900

  • Italiano: Italo Svevo
  • Storia: La prima guerra mondiale
  • Scienza delle finanze: Il debito pubblico
  • Diritto: Partiti politici ed istituti di democrazia diretta
  • Inglese: Political parties
  • Informatica: Base di dati
  • Economia aziendale: La concessione di fido bancario
  • Matematica: La programmazione lineare

De Vita Salvatore

Italo Svevo

Formazione culturale

Italo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitz, nacque a Trieste il 19 dicembre 1861 da una agiata famiglia della borghesia ebraica. La famiglia del padre era di origine austriaca, quella della madre italiana; tuttavia non furono queste circostanze a fargli scegliere lo pseudonimo; dovuto piuttosto alla sua formazione culturale, legata sia agli autori italiani sia a quelli tedeschi (o “svevi”).

L’origine triestina dell’autore è d’altronde fondamentale per capire le caratteristiche della sua formazione. Apparentemente all’impero austro-ungarico fino al 1918, Trieste era un’importante porto commerciale, in cui convivevano tre etnie: austriaca, italiana e slava. Inoltre, fin dal 1781, anno in cui l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo aveva emanato il cosiddetto “editto di tolleranza”, che consentiva a quanti appartenevano alle comunità straniere di vivere nei territori dell’impero asburgico, erano numerosi gli ebrei presenti nella città. Dediti per lo più alle attività commerciali, essi appartenevano alla ricca borghesia cittadina e detenevano il potere economico.

Trieste era dunque una città multietnica di confine, isolata e periferica ai centri culturali italiani, ma aperta all’influsso della cultura europea, soprattutto di quella mitteleuropea, cioè dell’Europa centrale, di qui recepiva precocemente gli indirizzi di pensiero, dalla filosofia di Schopenhauer a quella di Nietzsche alla psicanalisi di Freud.

Svevo ebbe la possibilità di approfondire la conoscenza della letteratura tedesca durante i cinque anni trascorsi in Germania: infatti, dopo l’istruzione primaria presso la scuola israelitica di Trieste, dove si studiavano sia l’italiano sia il tedesco, il padre lo mandò con due fratelli a studiare presso un istituto commerciale di Seignitz, in Baviera, dove rimase per cinque anni e dove, oltre alle materie commerciali, studiò i più grandi rappresentanti della cultura tedesca tra cui Goethe e Schopenhauer. A diciassette anni, tornato a Trieste completamente padrone della lingua tedesca, frequentò, per volere del padre, l’istituto superiore del commercio.

Le prime opere letterarie e il periodo di silenzio

In seguito al fallimento dell’industria paterna, nel 1880 Svevo si impiegò in banca dove lavorò per 18 anni. Nello stesso periodo si dedicò alla letteratura dei grandi autori francesi e italiani. In questi anni, venne in contatto con le teorie di Darwin e del positivismo, spingendosi ad abbracciare le idee socialiste e marxiste e maturando la convinzione che la società esercita sugli individui un pesante condizionamento. La sua prima opera fu Una vita, un romanzo in cui si ritrova riflessa la routine della vita impiegatizia, ma non fu neppure considerato dalla critica ufficiale, con grande sconforto dell’autore. Nel 1896 sposò Livia Veneziani, una cugina di tredici anni più giovane e di famiglia benestante: il padre era proprietario di un’industria di vernici per imbarcazioni. Il matrimonio migliorò la condizione economica e sociale di Svevo, infatti lasciò la banca per entrare nella ditta del suocero dove ebbe incarichi dirigenziali. Il contatto con il mondo degli affari portarono l’autore ad abbandonare la letteratura. Negli anni successivi Svevo viaggiò spesso all’estero per motivi di lavoro ed ebbe la necessità di conoscere meglio l’inglese: si rivolse a James Joyce, che allora insegnava inglese a Trieste. Tra i due nacque reciproca stima e amicizia: Joyce lesse i romanzi dell’amico e apprezzò molto Senilità, tanto da insistere perché Svevo riprendesse la sua vita letteraria.

La coscienza di Zeno tra indifferenza e successo

Alla fine degli anni venti, Svevo si dedicò alla composizione del terzo romanzo, La coscienza di Zeno, che fu pubblicato nel 1923 e fu accolto con la stessa indifferenza dei precedenti. Nel 1925, Eugenio Montale elogiò Svevo, così finalmente la critica italiana ed europea si accorgeva della grandezza e dell’originalità dell’autore triestino. Oltre ai tre romanzi citati, Svevo scrisse dei racconti e 13 commedie che non ebbero fortuna sulla scena. Mentre attendeva alla composizione di un quarto romanzo, dal titolo il vecchine e il vecchiardo, Italo Svevo morì in seguito ad un incidente stradale nel 1928.

Il pensiero e la poetica

La formazione culturale di Svevo fu variegata e complessa; bisogna tener presente che l’autore non accolse la lezione dei maestri in modo completo, ma trasse da ciascuno gli elementi più congeniali alla sua sensibilità e alle sue esigenze.

La componente irrazionalistica del pensiero di Schopenhauer e Nietzsche spostò l’attenzione di Svevo sull’interiorità dei personaggi e sulla complessa rete delle motivazioni che ne regolano l’agire.

L’interesse per la psiche indusse Svevo ad accostarsi, negli anni tra il 1908 e il 1910, alle teorie di Freud: secondo la testimonianza di un contemporaneo, la psicanalisi invase Trieste dalla vicina Vienna come un ciclone, suscitando in alcuni entusiastica adesione, in altri netto rifiuto.

Tuttavia le teorie gli interessavano come nuovo strumento nel processo di introspezione del labirinto della psiche dei suoi personaggi. Infatti la teoria dell’inconscio, il luogo delle pulsioni che l’io cosciente vorrebbe tenere a freno, ma che continuano a manifestarsi attraverso i lapsus, i sogni, gli atti mancati metteva a sua disposizione un prezioso strumento di analisi introspettiva, di cui si servì nella coscienza di Zeno.

Resta da precisare il rapporto con Joyce, l’amico che seppe riconoscere l’originalità dei suoi romanzi e lo incoraggiò a proseguire sulla strada della letteratura. L’amicizia con Joyce spinse Svevo a interessarsi alla narrativa inglese, il cui influsso è da collegare all’umorismo e all’ironia che caratterizzano l’ultimo romanzo.

Le opere

Il suo primo romanzo, come si è detto, è Una Vita (1892). La novità dell’opera è rappresentata dalla figura del protagonista: Alfonso Nitti è, nella nostra letteratura, la prima figura di inetto, cioè di un uomo incapace di vivere la vita e destinato a fallire poiché privo delle qualità necessarie per emergere in una società che premia l’intraprendenza.

È evidente, in questo primo romanzo, l’influsso del naturalismo: l’impianto narrativo è infatti ben congegnato e con la sua minuziosa caratterizzazione di personaggi e ambienti risponde alle esigenze di oggettività rappresentativa tipiche del realismo. Da Flaubert, in particolare, è ripresa la critica nei confronti degli atteggiamenti di ribellione velleitaria del protagonista, figura di sognatore destinato alla sconfitta. Anche la rappresentazione della società risente della lezione darwiniana e della teoria sull’evoluzione della specie, che concepisce la vita come lotta dove solo il più forte sopravvive. Ma di Darwin e del positivismo, Svevo non condivide la fiducia nel progresso e infatti l’epilogo della vicenda è tutt’altro che ottimistico e testimonia la crisi del razionalismo e dei miti “positivi” tipica della fine del secolo.

Senilità, il secondo romanzo, pubblicato nel 1898, è la storia di una rinuncia alla vita e al godimento: la condizione di passività e autoesclusione del protagonista viene dall’autore definita, appunto, “senilità”. Questo romanzo, pur ancora legato, per certi aspetti, all’impianto narrativo di stampo naturalista che aveva caratterizzato Una vita, presenta alcuni elementi di novità. Accanto alla figura del protagonista ci sono tre coprotagonisti, che hanno anch’essi un ruolo di primo piano nella vicenda. L’attenzione dell’autore è rivolta alle quattro figure del romanzo e all’intrecciarsi dei loro rapporti, mentre l’ambiente sociale, in cui si muovono, non riveste particolare interesse. Svevo si allontana sempre più decisamente dal romanzo naturalista e si concentra sull’immagine della psiche del protagonista. È qui evidente la lezione non solo di Dostoevskij, ma anche il pensiero di Schopenhauer, che aveva messo a nudo il carattere inconsistente dei desideri umani.

Il terzo romanzo, La coscienza di Zeno (1923), rappresenta il definitivo superamento del naturalismo compiuto dall’autore attraverso l’adozione.

La prima guerra mondiale

Le cause della guerra

Nel primo decennio del XX secolo l’Europa era sempre più divisa da rivalità economiche e da spinte nazionalistiche. Le relazioni internazionali erano influenzate negativamente soprattutto dal dinamismo e dall’aggressività della Germania di Guglielmo II, che mostrava scarso interesse per il mantenimento di un equilibrio fra gli stati. Fu così che nel volgere di breve tempo fu vanificato gran parte del lavoro fatto dall’ex cancelliere Bismarck che aveva sempre cercato di evitare l’accerchiamento della Germania in caso di guerra.

Esistevano, poi, due grandi blocchi militari contrapposti:

  • Triplice Alleanza (Germania, Austria, Italia)
  • Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia)

Un’altra grave crisi si manifestò nel settore balcanico, dove riprese forza l’espansionismo austriaco (unico vero alleato della Germania) ai danni dell’impero Turco. La situazione peggiorò quando l’impero austriaco attaccò la Bosnia-Erzegovina, questo gesto irritò particolarmente la Serbia, la quale forte dell’appoggio della Russia voleva liberare i popoli slavi dal dominio austriaco. La regione balcanica costituiva dunque per l’Europa una vera “polveriera”, nella quale convergevano gli interessi del nazionalismo slavo, del militarismo austriaco e dell’imperialismo russo.

La causa occasionale

In un quadro internazionale estremamente delicato, sarebbe stato sufficiente un incidente minimo per far esplodere un sanguinoso conflitto. La scintilla scoccò infatti il 28 giugno 1914, quando a Sarajevo, capitale della Bosnia, vennero uccisi l’arciduca ereditario austriaco Francesco Ferdinando e la moglie Sofia. Autore del delitto fu uno studente serbo, Gavrilo Princip, membro di una società patriottica segreta che mirava alla formazione di una Grande Serbia.

L’Austria si mostrò subito decisa a non perdere l’occasione per dare una lezione alla Serbia e reagì in misura sproporzionata al fatto, inviando a Belgrado un ultimatum contenente condizioni durissime. Malgrado ciò la Serbia si affrettò a rispondere in termini concilianti, ma l’Austria non si ritenne soddisfatta e dichiarò guerra alla Serbia (luglio 1914). L’iniziativa austriaca sconvolse profondamente l’Europa, che dal tempo delle guerre napoleoniche non aveva più vissuto conflitti particolarmente gravi. Scattò infatti il meccanismo delle alleanze militari e quella assai più complessa della mobilitazione generale, giudicata dagli storici la grande novità del drammatico evento, per il fatto che non coinvolse più una parte di persone, bensì masse enormi da riunire, equipaggiare e addestrare per un conflitto che i contemporanei consideravano risolvibile in tempi brevi, anzi brevissimi.

Nel giro di pochi giorni il conflitto divenne generale: fin dal 3 agosto la Germania entrò in guerra al fianco dell’impero austro-ungarico (imperi centrali) contro la Russia e la Francia, schieratesi al fianco della Serbia.

Le prime fasi della guerra

I tedeschi avevano previsto una guerra di movimento, infatti miravano a colpire alle spalle l’esercito francese e al tal fine invasero il Belgio neutrale sulla base del presupposto che i trattati internazionali sono solo “pezzi di carta”. Un simile atto costituì un gravissimo errore che indusse la Gran Bretagna ad entrare nel conflitto, preoccupata anche per la presenza dei tedeschi sulle coste della Manica. Il piano d’invasione della Francia tuttavia era destinato a fallire per l’accanita resistenza dei belgi che riuscirono ad ostacolare l’avanzata tedesca. Così l’esercito francese appoggiato da reparti britannici ebbe la possibilità di fermare i tedeschi sul fiume Marna. In tal modo da guerra di movimento si era passati alla terribile e logorante guerra di posizione. Nel frattempo, sul fronte orientale, si era giunti ad una situazione di stallo.

L’Italia in guerra

Il governo italiano era stato colpito di sorpresa dagli avvenimenti: infatti, non solo aveva inviato un ultimatum alla Serbia senza informare il nostro paese, ma aveva dato inizio a una guerra offensiva in aperto contrasto con quanto prevedeva il trattato di Triplice Alleanza. A buon diritto, dunque, l’Italia aveva dichiarato ufficialmente di voler restare neutrale, offrendo ai francesi la possibilità di sguarnire la frontiera alpina e di concentrarsi sulla difesa di Parigi. Nel paese si aprì un dibattito sulla necessità di intervenire o meno al fianco dell’Intesa.

I neutralisti erano la maggioranza della popolazione e del parlamento: liberali (guidati da Giolitti), socialisti e cattolici. Gli interventisti erano una minoranza molto attiva:

  • Interventisti di destra: i nazionalisti spinti da intellettuali come D’Annunzio, promuovevano la guerra come segno di vitalità della nazione.
  • Gli irredentisti aspiravano a ottenere la liberazione di Trento e Trieste.
  • Interventisti di sinistra: per alcuni democratici, repubblicani e socialisti l’Italia doveva schierarsi con le forze democratiche dell’Intesa. “Il Popolo d’Italia” di Mussolini divenne l’organo dell’interventismo di sinistra.

Mussolini era stato dirigente socialista, espulso dal partito proprio per il suo sostegno all’intervento.

Alla fine il ministro degli esteri Sidney Sonnino si decise a firmare, senza interpellare il parlamento, con le potenze dell’Intesa il Patto di Londra: l’Italia sarebbe entrata in guerra entro un mese e in caso di vittoria avrebbe ottenuto non solo le terre irredente, ma anche altri territori. Il 3 maggio l’Italia uscì dall’Alleanza e il 24 maggio, dopo una, dopo una massiccia propaganda che orientò l’opinione pubblica a favore dell’intervento, venne dichiarata guerra all’Austria e alla Germania.

1915-1916: la guerra di posizione

Negli anni 1915-1916 ebbe inizio una nuova fase: il conflitto si trasformò in una guerra di posizione, combattuta nel fango delle trincee.

Le trincee erano costituite da fossati scavati a zigzag, difese da soldati di prima linea attraverso postazioni di tiro. L’aspetto peggiore della vita di trincea era la staticità: la trincea, di fatto, impediva ogni possibilità di condurre una guerra di movimento.

La situazione di stallo era più evidente sul fronte occidentale dove le forze anglofrancesi non riuscivano a passare al contrattacco.

Le maggiori difficoltà per l’Intesa provenivano però dal fronte orientale, dove i russi erano stati ricacciati con gravissime perdite. L’Intesa subì un altro insuccesso nel corso di una spedizione navale nei Dardanelli, l’impresa dovette essere abbandonata dopo vari mesi di aspri combattimenti a causa soprattutto dell’ostinata resistenza dei Turchi. Essi furono i responsabili di una terribile persecuzione nei confronti degli Armeni, i turchi temevano che gli Armeni passassero dalla parte dell’Intesa, reagendo con la deportazione e lo sterminio di massa della popolazione.

L’entrata in guerra dell’Italia costituì l’unico elemento positivo per l’Intesa.

Il fronte italiano

L’esercito italiano era male armato, poco preparato e comandato dal dispotico generale Cadorna; la linea del fronte italo-austriaco, per la sua posizione geografica, era difficile da difendere.

Nell’estate del 1916 gli austriaci sferrarono in Trentino una violenta offensiva, detta anche spedizione punitiva, con l’intenzione di vendicare il tradimento dell’Italia. L’Austria, grazie alla superiorità schiacciante dell’artiglieria, ebbe inizialmente successo e occupò Asiago, ma dovette fermarsi per respingere i russi sull’altro fronte. Cadorna contrattaccò e liberò Gorizia, dopodiché si tornò allo stallo e alla guerra di trincea.

Dalla caduta del fronte russo alla fine della guerra

Il logoramento del “fronte interno”

La lunga guerra stava ormai logorando gli animi dei soldati di tutti i Paesi in lotta, oltretutto duramente provati da un inverno particolarmente rigido, e causava difficoltà sempre più gravi alle popolazioni civili. La mancanza di manodopera, l’esigenza di impegnare anche le donne nelle fabbriche e in ogni altro posto di lavoro, la crescente scarsità di viveri e di materie prime, il rapido aumento dei prezzi cominciavano infatti a farsi universalmente sentire, mentre la propaganda pacifista andava diffondendosi fra la popolazione e le truppe. Queste ultime si abbandonavano sempre più spesso a manifestazioni di insofferenza e di insubordinazione; si moltiplicavano così i casi di diserzione e quelli ben più gravi di autolesionismo, durante punti dai tribunali militari.

Il ritiro della Russia

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