Estratto del documento

Introduzione

Il 9 ottobre del 2009 il mondo si svegliava, in luoghi e orari diversi, con una sorprendente notizia.

Il presidente in carica e neo eletto degli Stati Uniti, Barack Obama, era stato votato all’unanimità dalla commissione per il premio Nobel, come promotore della Pace mondiale per l’anno 2009.

Fin dal rimbalzo della notizia sulle maggiori testate giornalistiche mondiali, lo sconcerto ha travolto chiunque, compreso il protagonista.

Sconcerto, in verità, dovuto a svariate opinioni. Quesiti complessi cui neppure Obama ha saputo ribattere. Perché consegnare un premio tanto eccelso, in precedenza dato a personaggi del calibro di Madre Teresa di Calcutta, Nelson Mandela, Martin Luther King, a un uomo che non ha ancora fatto nulla di davvero rilevante per la pace?

Perché dare il premio Nobel per la Pace al presidente di un paese coinvolto attivamente in due sanguinosi conflitti, iniziati da aggressioni statunitensi?

Non sta di certo a me capire quanto, come e quando Obama e la nazione che rappresenta, saranno realmente degni di tale premio.

Il tempo saprà dirci se quest’assegnazione, fatta per cosiddetta previsione realistica, sarà stata il simbolo di un riscatto nazionale o soltanto una chimera.

Di certo però tutto ciò mi ha portato a una riflessione angosciante e terrificante

La guerra è necessaria

quando nel suo discorso Obama ha affermato: “ ”.

Per definizione da dizionario, la Pace ha come 1° definizione la seguente citazione: “Condizione di un popolo o di uno stato che non sia in guerra con altri popoli o altri stati e non abbia situazioni di lotta armata al suo interno”.

La Guerra, invece, esiste per definizione assoluta senza essere negazione di nessun altro concetto. Esiste, persiste ed è definita in primo termine dal dizionario. “Lotta armata tra due o più stati o tra fazioni di uno stesso stato”.

In sostanza la pace fra gli stati è primariamente considerata una negazione dello stato di guerra.

Succede, nella sua esserne negazione, solo allo stato di guerra.

Prima la guerra, dopo la pace.

Secondo me la guerra è un atto di forza che ha per scopo quello di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà. Le due forze si armano delle proprie invenzioni scientifiche per misurarsi con l’avversario. Per raggiungere la vittoria occorre che il nemico sia posto nell’impossibilità di difendersi.

Affrontare il tema della guerra, comunque, non significa necessariamente parlare di pace o di non violenza.

L’obiettivo che mi sono prefissata è quello di utilizzare l’argomento “guerra” come leitmotiv (motivo conduttore) delle varie discipline. È evidente come nel discorrere di tale argomento, sinonimo di dolore, angoscia e tristezza, emergano la sensibilità e il trasporto emotivo di artisti, letterati e poeti.

Un esempio lampante può essere individuato nella figura di Ungaretti, che più di chiunque altro, ha saputo interpretare questo senso di angoscia e tristezza dovuto proprio alla guerra. ~ ~

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Ungaretti

Il nome di Giuseppe Ungaretti si è a lungo identificato, in Italia, con l’idea stessa di poesia moderna: a chi lo venerava come a chi lo riprovava, è apparso il più audace eversore di vecchi schemi e il fondatore di un’arte nuova. Eppure, man mano che la sua figura si allontana nel tempo, paiono sempre più importanti quegli aspetti che ne fanno invece un assertore di continuità con la tradizione, l’ultimo esponente, forse, di un’antica idea della missione della poesia.

Ungaretti nacque l’8 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto, dove si era stabilito suo padre, un contadino lucchese emigrato per lavorare alla costruzione del canale di Suez. Nel 1890, alla tenera età di due anni, Giuseppe rimase orfano del padre assieme al fratello, Costantino, di otto anni più grande di lui. Fu costretta a occuparsi dei figli la sola madre, una donna energica, molto religiosa, che gestiva alla periferia della città, dove la famiglia viveva, un forno di proprietà del marito. A quell’epoca era presente in famiglia anche Anna, una vecchia croata. Le vicende fantasiose e le notizie esotiche, sulla base dei suoi trascorsi avventurosi, che lei raccontava s’impressero definitivamente nella memoria del futuro poeta. L’abitazione degli Ungaretti si trovava ai limiti del deserto e la sensibilità di Giuseppe fu segnata per sempre dai silenzi, dai suoni misteriosi, dai colori di quel paesaggio favoloso e primitivo. La sua istruzione scolastica iniziò in un collegio di religiosi, e proseguì all’Ecole Suisse Jacot, la migliore scuola di Alessandria, dove compì gli studi liceali. Qui ha la fortuna di incontrare insegnanti particolarmente aperti, grazie ai quali matura le prime profonde esperienze letterarie.

Frequentando la scuola ha pure l’occasione di stringere un’amicizia saldissima con Moammed Sceb e, grazie a questi, con un altro emigrato Enrico Pea. Sono questi gli anni della “Baracca rossa”, l’edificio che ospitava l’abitazione e il magazzino di Pea, e che offriva spesso ospitalità a rivoluzionari e sovversivi di ogni paese. Qui maturano le prime riflessioni e le prime esperienze politiche del giovane Ungaretti: partecipa a riunioni e collabora con riviste anarchico-socialiste; fu anche arrestato, assieme a un gruppo di dimostranti, per aver

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partecipato a una manifestazione di protesta per la liberazione di ammutinati russi. Processato presso il consolato d’Italia, è assolto.

In questi anni Ungaretti si guadagna da vivere con impieghi modesti: novelle, traduzioni letterarie, prose liriche e nel 1908 diventa corrispondente dall’Egitto

La Voce,

della rivista legandosi di amicizia epistolare con i suoi redattori.

Nel 1912, a ventiquattro anni, Ungaretti lasciò l’Egitto con l’intenzione ufficiale di continuare a studiare diritto, com’era nei desideri della madre, in Europa.

Dopo un viaggio per mare, approdò a Brindisi e vide per la prima volta materializzarsi davanti ai suoi occhi l’Italia di cui aveva tanto sentito parlare nel corso dell’infanzia. Fu accolto a Firenze dagli amici de “La voce”; da qui, con una lettera di presentazione del direttore della rivista per gli ambienti culturali parigini, proseguì alla volta della capitale francese. A Parigi prese alloggio in un piccolo albergo e s’iscrisse alla Facoltà di Lettere della Sorbona. Dopo poche settimane lo raggiunse il suo caro amico Mohammed Sceab, il quale, tuttavia, incapace di adattarsi al modo di vivere europeo, sentendosi sradicato di lì a poco si tolse la vita. All’epoca, poco prima della Grande guerra, Parigi era la capitale della cultura europea, la città verso cui naturalmente convenivano intellettuali e artisti di tutta Europa e nella quale erano elaborate e promosse le teorie artistico-letterarie più avanzate e avanguardistiche. Ungaretti frequentò assiduamente e conobbe alcuni dei rappresentanti più significativi della cultura del tempo, come Apollinaire, con cui strinse amicizia. Si può dire, quindi, che la sua prima formazione culturale fu senz’altro francese, in una lingua che egli padroneggiava benissimo, ancor meglio dell’italiano. Pur profondamente influenzato dall’esperienza francese, Ungaretti ha ormai scoperto definitivamente la sua vocazione poetica.

Nel 1914, Ungaretti rientra in Italia, schierandosi apertamente sul fronte interventista. Arrestato per la seconda volta in seguito alla partecipazione a un comizio anarchico-interventista, dopo il rilascio si trasferisce a Milano dove, conseguita l’abilitazione all’insegnamento della lingua francese, insegnò in una scuola secondaria in attesa di essere chiamato alle armi. Nel corso di questi avvenimenti conobbe Mussolini, il quale aveva da poco lasciato “L’Avanti!”, giornale socialista, per fondare “Il Popolo d’Italia”. Nel maggio 1915 Ungaretti fu chiamato al fronte. Sembrò destinato in un primo momento a restare in un ospedale militare, poi fu inviato sul fronte del Carso. La tragica esperienza della vita di trincea trasformò profondamente la sua idea della guerra e la stessa poesia. Attraverso versi carichi d’intenso dolore per l’orrore della violenza bellica, si scoprì essere fragile, uomo nudo di fronte alla morte e si sentì spinto ad attaccarsi alla vita, al bisogno di spezzare con l’umanità dei sentimenti e la forza della poesia il silenzio che circonda la vita umana.

Scriverà più tardi:

  • “Posso essere un rivoltoso, ma non amo la guerra. Sono, anzi, un uomo della pace…ma pareva che la guerra s’imponesse per eliminare finalmente la guerra: erano bubbole, ma gli uomini a volte s’illudono e si mettono in fila dietro le bubbole”;
  • “Non è l’idea di uccidere o di essere ucciso che mi tormenta… Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione”.

Nasceva un modo nuovo di fare poesia, già maturo all’atto stesso del suo apparire. Per tutto il 1916 egli restò al fronte e nel corso di quello stesso anno

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un suo amico tenente, amante della poesia, curò a Udine la pubblicazione delle

Porto Sepolto.

prime liriche nate da questa esperienza sotto il titolo del

In seguito quel nucleo poetico iniziale si accrebbe di nuove liriche, fino a formare una raccolta che, nel 1919, a guerra finita, sarà pubblicata col titolo Allegria di Naufragi.

Nel 1919 Ungaretti sposò una giovane donna francese, Jeanne Dupoix, la quale gli starà a fianco per tutta la vita. La coppia avrà due figli: Ninon e Antonietto.

Le condizioni economiche di Ungaretti furono per diversi anni difficili. Per questo motivo egli accettò un incarico, che conservò per dieci anni, presso il Ministero degli Esteri. La vita in città, inoltre, era troppo cara ed egli si stabilì con la moglie a Marino, un paesino sui colli laziali. Nel 1923 apparve a La

Porto

Spezia, con prefazione di Benito Mussolini, una nuova edizione del

Sepolto. Allegria di Naufragi

Si trattava, in realtà, di una riedizione di del ’19, con l’aggiunta delle liriche scritte tra il ’19 e il ’22. Poi, nel 1928, in occasione di una visita a Subiaco, una cittadina a settanta chilometri da Roma, trovò sfogo alle inquietudini esistenziali emerse nelle liriche di questi anni, accostandosi, sia pure a suo modo, alla religione cristiana. Si tratta di un cristianesimo che fa passare in secondo piano i temi affrontati nelle liriche degli anni venti.

Inni La pietà.

Nacquero gli e tra questi Nel 1929, dopo tanti anni, rivide la

La

madre la quale morirà l’anno dopo. In ricordo di lei Ungaretti scrisse la lirica

madre. Tutte queste poesie furono raccolte e pubblicate nel 1933 col titolo Sentimento del tempo. Egli fu riconosciuto come uno dei padri, se non il più significativo rappresentante della lirica moderna novecentesca. Anche la critica cominciò a occuparsi di lui.

Nel 1936 Ungaretti si trasferisce in Brasile con tutta la famiglia dopo aver ricevuto la cattedra di letteratura italiana nell’Università di San Paolo. Nel paese sudamericano trascorre sette anni, caratterizzati da un intenso lavoro critico, ma funestati anche da terribili lutti familiari; al poeta, che nel 1930 aveva perduto la madre, vengono a mancare prima il fratello maggiore, Costantino, morto nel 1937, e quindi l’amatissimo figlio Antonietto, morto nel 1939 in seguito a una banale appendicite. In occasione di un temporaneo rientro in Italia, esprime pubblicamente la propria violenta opposizione alla guerra e alle leggi razziali: fu arrestato e poi scarcerato per diretto intervento di Mussolini.

Accolto con grandi onori, nello stesso anno è nominato Accademico d’Italia e ottiene la cattedra di letteratura italiana all’Università di Roma, che rischia di

Il

perdere per i rapporti avuti con Mussolini. Nel 1947 porta a compimento

dolore, raccolte che caratterizzano il suo terzo momento poetico: la morte del figlio.

La sua fama è in continua ascesa e fu insignito di numerose lauree Honoris causa da parte di università straniere. Nel 1970 parte per gli Stati Uniti, dove si ammala di broncopolmonite; rientrato in Italia, le sue condizioni di salute peggiorano fino a che, dopo un breve ricovero in una clinica milanese, si spegne nella notte fra il 1° e il 2° giugno.

I temi che Ungaretti affronta inizialmente sono sicuramente influenzati dalla drammatica esperienza della guerra, come il senso della fragilità e della precarietà dell’uomo e il timore della morte da cui scaturisce la forza con cui ci si attacca alla vita proprio quando la si sente sfuggire.

Nelle raccolte successive il poeta affronta gli stessi temi, ma recupera la punteggiatura, usa forme metriche più tradizionali e ricorre più spesso a simboli e ad analogie. ~ ~

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Il risultato è che i suoi versi diventano sempre più complessi.

È per questa ragione che l’opera di Ungaretti rientra a pieno titolo nella poesia cosiddetta ermetica, che caratterizza l’Italia fra le due guerre mondiali.

È caratteristica dell’ermetismo affrontare temi come il dolore e il senso dell’esistenza umana in un linguaggio volutamente oscuro, ricco di accostamenti imprevedibili, di allusioni a cose che solo il poeta conosce.

Tutti questi procedimenti impediscono al lettore non specialista una comprensione immediata del senso del testo, o meglio gli lasciano una grande libertà d’interpretazione.

Il porto sepolto si riferisce a un porto reale che doveva esistere anticamente nei pressi di Alessandria, ma ha soprattutto un significato simbolico: allude a “ciò che segreto rimane in noi, indecifrabile”; il porto sepolto equivale al segreto della poesia, nascosto nel fondo di un “abisso” nel quale deve immergersi il poeta. L’espressione ossimori “allegria di naufragi” allude invece alla guerra, che è vista come un naufragio, mentre i sopravvissuti sono come i superstiti del naufragio che, presi da una sorta di ebbrezza per lo scampato pericolo, superano lo sgomento e il dolore con la speranza di un domani migliore. Le due raccolte parlano in gran parte della prima guerra mondiale. In esse Ungaretti utilizza versi brevissimi, fino ad arrivare all’unicità della singola parola; inoltre riduce al minimo i nessi sintattici, abolendo in alcuni casi persino la punteggiatura: la poesia procede per accostamento di frammenti e immagini, per analogie.

Nella raccolta Sentimento del tempo si racchiudono poesie in cui egli medita sulla condizione dell’uomo e sullo scorrere veloce del tempo, delle cose, delle persone amate, che produce la nostalgia del passato e un più tenace attaccamento alla vita. Da un punto di vista formale, quest’opera segna il ritorno alla tradizione: l’uso di versi tradizionali e il recupero delle strutture sintattiche.

La successiva raccolta Il dolore (1947) unisce il tormento personale (la morte del fratello e del figlio di nove anni) alla sofferenza collettiva.

Le ultime raccolte sono: La terra promessa, Un grido e paesaggi, Il taccuino del vecchio. Infine Ungaretti cura l’edizione completa dei suoi versi, pubblicata nel 1969 col titolo Vita di un uomo.

San Martino del Carso

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

Ma nel cuore

nessuna croce manca

E’ il mio cuore ~ ~

5

il paese più straziato

Commento

Ungaretti confronta il proprio cuore con un paese distrutto perché il cuore ospita le croci che invece mancano nel paese distrutto dai bombardamenti.

L’immagine di un paese distrutto dalla guerra, San Martino del Carso, è per il poeta l’equivalente delle distruzioni che sono celate nel suo cuore, causate dalla dolorosa perdita di tanti amici cari. Il poeta trova nelle immagini esterne una corrispondenza con quanto egli prova nei confronti dell’uomo, annullato dalla guerra. La lirica di un’estrema essenzialità è tutta costruita su un gioco di rispondenze e di contrapposizioni sentimentali, ma anche verbali: di San Martino resta qualche brandello di muro, dei morti cari allo scrittore non resta nulla; San Martino è un paese straziato dai bombardamenti ma più straziato è il cuore del poeta. Così Ungaretti riesce a rendere con il minimo di parole la sua pena e quella di tutto un paese. La lirica è costituita da quattro strofe.

“brandello di muro”

La metafora riconduce all’immagine di corpi mutilati, straziati, ridotti a brandelli. La terza strofa si apre con un ma che ribalta l’affermazione precedente. Anche se nulla è rimasto dei compagni morti, “nessuna croce manca”: non è svanito il ricordo di nessuno di quei morti. Le croci suggeriscono l’immagine di un cimitero, ma richiamano, naturalmente, anche al sacrificio e alla morte del Cristo. L’immagine finale del cuore straziato richiama quella iniziale del brandello di muro, racchiudendo il componimento in un cerchio di dolore.

Prima guerra mondiale

~ ~

6

Alla fine dell’Ottocento la fabbrica e la produzione in grande serie avevano profondamente cambiato la vita economica. La tecnologia aveva rivoluzionato i metodi di lavorazione e la qualità dei beni prodotti. Sul territorio europeo non si combatteva dai tempi della guerra franco-prussiana del 1870

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Sintesi

Collegamenti interdisciplinari

  • Italiano: Giuseppe Ungaretti (San Martino del Carso)
  • Storia: la prima guerra mondiale
  • Inglese: Child soldiers (Kony)
  • Geografia: Africa
  • Tecnologia: Petrolio
  • Scienze: le mutazioni genetiche
  • Arte: Pablo Picasso (Guernica)
  • Francese: les monuments de Paris
  • Musica: la musica al servizio della guerra e della pace
  • Scienze motorie: Olimpiadi
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