Tesina del colloquio interdisciplinare
Anno scolastico 2007/2008
“La notte nella sua dimensione simbolica”
Fabio Demis Piccione
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Storia
La guerra come espressione di morte
Prima guerra mondiale
Letteratura e scienze della Terra
Giuseppe Ungaretti Le stelle
Notte
“Veglia”
Filosofia e inglese
Nietzsche
First World War
Morte di Dio, il nichilismo, il crepuscolo delle certezze, apollineo e dionisiaco, superuomo
Eliot “The Waste Land”
Indice
Mappa concettuale________________________________________________pag. 3
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Introduzione: Il tema della notte nella sua dimensione simbolica____________pag. 5
Letteratura: Giuseppe Ungaretti______________________________________pag. 9
Poesia “Veglia”_________________________________________________pag. 12
Storia: Prima guerra mondiale_____________________________________pag. 14
Filosofia: Nietzsche Friedrich Wilhelm_______________________________pag. 21
Riassunto opera Così parlò Zarathustra______________________________pag. 25
Inglese: Eliot Thomas Stearn____________________________________pag.31
Prefazione The Burial of the Dead___________________________________pag. 33
Poesia “The Burial of the Dead”____________________________________pag. 34
Scienza della Terra: Le stelle______________________________________pag. 36
Introduzione
La notte nella sua dimensione simbolica
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La notte... un argomento che mi ha particolarmente colpito, sul quale si può dire molto, specialmente perché a seconda di come viene interpretata assume molteplici significati.
Vorrei partire da una domanda precisa: Che cos’è la notte per ognuno di noi? Cosa rappresenta? Per i poeti talvolta era ed è una musa ispiratrice, basti pensare a Giovanni Pascoli e alla sua poesia “Il gelsomino notturno”, dove la notte racchiude nel suo seno e rende evidente, l'altrimenti impercettibile, presenza di piccoli esseri, di suoni, di fragranze, di fremiti indefinibili, che divengono per il poeta altrettanti echi simbolici, attraenti ed inquietanti allo stesso tempo, capaci di creare tensione emotiva e significatività al messaggio che vuol rappresentare.
Per gli astronomi altro non è che l’alternarsi del giorno, quell’intervallo di tempo tra il tramonto e l’alba, per altri è semplicemente la notte.
Secondo il mio pensiero la notte è simbolismo di oscurità, ed è proprio su questo che si basa lo svolgimento del tema.
Quando guardo la TV, leggo un giornale, mi rendo conto di come tutto è avvolto dalle tenebre.
Bambini derubati della loro innocenza, donne violentate, attentati kamikaze, guerre in nome di Dio! E allora mi chiedo, come può un uomo, come posso io non paragonare la notte a tutto questo? Con l’avvento della notte tutto sembra incupirsi, raffreddarsi; il sole, inteso come ultima speranza di luce, svanisce e cede il passo alle tenebre.
L’uomo moderno, secondo il mio parere e Socrate non me ne voglia, non è più quell’animale razionale, ma solo un buco nero che assorbe, che attrae tutto al suo interno.
Distrugge tutto, anche le cose a lui care, vivendo nell’eterno buio.
La cosa che più mi intimorisce è che sta diventando tutto un circolo vizioso, quasi che fare il male è ormai abitudine, l’eterna notte.
Se volgiamo lo sguardo all’indietro, notiamo di come altri hanno paragonato la notte all’oscurità.
Il poeta Giuseppe Ungaretti la inserisce, la vede e la commenta nell’ode lirica “Veglia”.
Questa poesia fa parte della raccolta “Il Porto Sepolto” (1917), scritta al fronte durante la Prima guerra mondiale.
I singoli termini esprimono la tragedia del poeta in trincea e dell'umanità nella guerra.
In questo caso la notte è la guerra, la morte; il poeta la vede negli occhi morenti del compagno, nelle sue mani tese come a cercare aiuto in un atto disperato, l’attaccamento alla vita.
Ungaretti negli occhi spenti del compagno vede quel sole, quell’ultima luce, svanire e lasciare il passo alle tenebre.
Parlando di Ungaretti, delle trincee, di morte, la mente vola a quel tragico periodo, a quella notte così lunga e dolorosa che l’uomo dovette affrontare.
L’oscurità si abbatté sull’umanità il 23 luglio 1914, quando ebbe inizio la Prima guerra mondiale.
Il pretesto di tale conflitto fu l’assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell'Impero Austro-Ungarico, compiuto a Sarajevo (Bosnia) il 28 giugno 1914 da parte del nazionalista serbo-bosniaco Gavrilo Princip.
La prima guerra mondiale vide inizialmente lo scontro della Triplice alleanza: Germania e Impero Austro-Ungarico contro le nazioni dell'Intesa: Francia, Gran Bretagna e Russia.
Con lo svolgersi del conflitto, a seguito di varie alleanze altre nazioni vi presero parte.
Tra queste: Italia, Impero Ottomano (alleato con gli imperi centrali), Belgio, Canada, Australia, Stati Uniti, Serbia, Romania, Sudafrica e Nuova Zelanda. Il numero dei continenti coinvolti fu tale da poter definire la guerra come "mondiale", la prima nella storia dell'umanità.
Le perdite furono alte da entrambi gli schieramenti; per l’Italia i morti furono 650.000, i feriti 947.000 e i dispersi 600.000.
La notte più lunga dell’umanità, durata ben quattro anni (tre per l’Italia) e conclusasi il giorno 11 novembre 1918.
Il poeta inglese T. S. Eliot, durante un suo viaggio in Svizzera, ricordandosi di quella notte lunga, scrisse il poema “The Waste Land”.
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L’opera che letteralmente significa “La Terra Desolata” è contemporaneamente la “Terre Gaste” dei poemi epici medievali, cioè un territorio devastato, sterile e mortale che devono attraversare i cavalieri per arrivare al Graal (uno dei simboli centrali del poemetto), e il mondo moderno, contrassegnato dalla crisi e dalla sterilità della civiltà occidentale, giunta forse al termine del suo percorso.
Ecco la notte, il buio nel cuore dell’uomo.
Il riferimento fatto alla Prima guerra mondiale dal poeta Eliot è evidente.
Non va ignorato il fatto che la prima guerra mondiale, terminata neanche quattro anni prima della pubblicazione del poemetto, era stata vissuta come un'inutile e folle strage che aveva dilapidato milioni di vite e portato quasi alla bancarotta le grandi nazioni europee.
Il filosofo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche, invece, vede la notte come il nulla (nichilismo), come la morte di Dio, il crepuscolo di ogni certezza.
Con l’annuncio della “morte di Dio” egli vuole negare la necessità di porre un principio metafisico alla base del mondo e dell’uomo e rendere quest’ultimo responsabile della propria esistenza.
Abbatte senza pietà tutti i vecchi dogmi della metafisica, della scienza, di religione e dell’etica; il suo nichilismo rappresenta la conclusione inevitabile della metafisica occidentale per cui i concetti capitali che l’hanno caratterizzata (essere, verità, io, realtà e così via) si nullificano, si rivelano infondati, cioè niente. In questo nulla l’uomo sembra vivere in una condizione di orfano in cui inevitabilmente cerca e crea nuovi miti.
Il suo “Zarathustra” predica la morte di Dio e le idee del superuomo, ma alla fine anche lui ammetterà di essere arrivato troppo presto, lasciando intendere che l’umanità non è ancora pronta ad accettare che in realtà Dio è morto, che è ancora troppo attaccata ai vecchi dogmi.
In Scienze della Terra e precisamente in astronomia la notte è simbolismo di sistemi solari, di satelliti, di pianeti e di stelle.
Ma cosa sono le stelle?
Una stella è un corpo celeste che brilla di luce propria. Il termine in astronomia si riferisce propriamente ad un'enorme e luminosa sfera di plasma (gas altamente ionizzato ad elevate temperature) che genera energia nel proprio nucleo attraverso processi di fusione nucleare; tale energia è irradiata nello spazio sotto forma di onde elettromagnetiche e neutrini.
Buona parte degli elementi chimici più pesanti dell'idrogeno e dell'elio (i più abbondanti nell'Universo) vengono sintetizzati nei nuclei delle stelle tramite il processo di nucleosintesi.
La stella più vicina alla Terra è il Sole, sorgente di gran parte dell'energia del nostro pianeta.
Le altre stelle, ad eccezione di alcune supernovae, sono visibili solamente durante la notte come dei puntini luminosi, che appaiono tremolanti a causa degli effetti distorsivi operati dall'atmosfera terrestre (seeing).
A conclusione di quanto detto, tengo a precisare che non vedo la vita dal punto di vista negativo, anzi al contrario; sono talmente ottimista e spero che un giorno il sole torni a risplendere di nuovo su questo mondo dilaniato da tanto odio, ma per il momento è notte.
Letteratura
Giuseppe Ungaretti
Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888 e morirà a Milano nel 1970.
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Il padre e la madre erano di Lucca, costretti ad immigrare per via delle loro idee anarchiche.
Nel 1906 incontra il suo conterraneo Enrico Pea, scrittore, poeta ed impresario teatrale.
Nel 1912 lascia l’Egitto e si reca a Parigi dove frequentò per due anni le lezioni, in particolare quelle di Bergson, di Bédier e di Strowschi, alla Sorbonne e al Collège de France.
Venuto a contatto con l’ambiente artistico internazionale, conobbe Picasso, De Chirico, Modigliani, Palazzeschi, Papini.
Con quest’ultimi iniziò la collaborazione alla rivista “Lacerba”, dove pubblicò le sue prime poesie.
Tornato in Italia nel 1914, si schiera con gli interventisti (Mussolini, la Destra, D’Annunzio) a favore della guerra.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale e con l’ingresso dell’Italia in guerra il 24 maggio 1915, si arruola volontario nel 19° reggimento di fanteria distaccato sul Monte Carso.
Al seguito di questa esperienza pubblicherà nel 1916 la raccolta di poesie “Il Porto Sepolto”.
Nel 1918 il reggimento di Ungaretti andò a combattere in Francia e alla fine della guerra il poeta vi rimase dapprima come corrispondente del giornale fascista “Il Popolo d’Italia”, poi come impiegato all’Ambasciata Italiana.
Nel 1919 pubblicò i versi in francese de “La Guerre”.
Gli anni venti segnarono un cambiamento nella vita privata e culturale del poeta.
Egli aderì pienamente al fascismo firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925 e nel 1928 ebbe una vera conversione religiosa.
Nel 1931, inviato speciale per La Gazzetta, si reca in Egitto, in Olanda ed in Corsica.
Raccoglierà così il frutto delle esperienze vissute in Il povero nella città che sarà pubblicato nel 1949 e Il deserto e dopo che vedrà la luce solamente nel 1961.
Nel 1936, durante un viaggio in Sud America venne invitato ad insegnare letteratura italiana presso l'Università di San Paolo del Brasile e decise così di trasferirsi con tutta la famiglia a San Paolo dove rimarrà fino al 1942 e dove nel 1939 morirà il figlio Antonietto, all'età di nove anni, per un'appendicite mal curata, lasciando il poeta in uno stato di grande dolore che si risentirà anche in molte delle poesie raccolte ne Il dolore del 1947 e in Un grido e paesaggi del 1952.
Nel 1942 Ungaretti ritornò in Italia e venne nominato Accademico d'Italia e per chiara fama professore di letteratura moderna e contemporanea presso l'Università di Roma, ruolo che mantenne fino al 1958 e poi - come "fuori ruolo" fino al 1965.
In Italia si fece conoscere con le sue intense letture di poesie che fecero scoprire la vena poetica ad Elio Fiore.
Caduto il regime fascista, il poeta si adattò al nuovo clima del dopoguerra e venne sempre rispettato da tutti e, pur ritenendosi poeta ufficiale, fu sempre disponibile e attento ad accogliere i nuovi echi della letteratura nascente. Pubblicò altre raccolte e volumi e si dedicò con entusiasmo a quei viaggi che gli davano modo di diffondere la sua poesia tenendo ovunque conferenze, letture delle sue poesie e ottenendo premi, come il "Premio Montefeltro" nel 1960, il premio Etna-Taormina nel 1966 e il premio internazionale dell'Oklahoma negli Stati Uniti che gli costò un faticoso viaggio. Nella notte tra il 31 dicembre 1969 e il 1° gennaio 1970 scrisse l'ultima poesia L'impietrito e il velluto pubblicata in una cartella litografica il giorno dell'ottantaduesimo compleanno del poeta. Morì a Milano nella notte tra il 1° e il 2 giugno.
I funerali si svolsero a Roma, nella Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura il 4 giugno.
Non vi partecipò alcuna rappresentanza ufficiale del governo italiano.
Di Ungaretti possiamo dire che fu il padre dell’ermetismo.
Lo stile è scarno, ermetico e sintetico poiché fa della parola il centro espressivo della poesia, un esempio è dato dalla poesia intitolata Mattino. La metrica è libera, non ci sono rime e il verso è spesso brevissimo. Tramite analogie tra oggetti e sentimenti Ungaretti è capace di comunicare sinteticamente intuizioni altrimenti indecifrabili.
Queste caratteristiche lo avvicinano molto ai poeti ermetici. Attraverso flash e frasi scomposte, Ungaretti riesce a descrivere un ambiente con parole che hanno un significato più profondo di quanto si possa superficialmente avvertire. Un esempio è la poesia Fratelli, nella quale il poeta descrive come i suoi compagni di trincea, ma anche i suoi nemici, siano per lui fratelli, dato che una cosa li accomuna, sono tutti uomini che subiscono e percepiscono allo stesso modo le atrocità portate dalla guerra.
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Veglia
Di G. Ungaretti
Questa lirica fa parte della raccolta di poesie "Il Porto Sepolto" (1917), scritte al fronte durante la Prima guerra mondiale. I singoli termini esprimono la tragedia del poeta in trincea e dell'umanità nella guerra. Il tema tipico dell'assenza è presente nella prima parte della lirica che poi volge ad una riscoperta della vita. Tutta la formazione poetica di Ungaretti confluisce, in forma originale, in questi versi. Il Porto Sepolto farà poi parte della raccolta "Allegria di naufragi" (poi semplicemente "L'Allegria").
Tema: una stretta vicinanza alla morte scatena un forte attaccamento alla vita.
Metrica: versi liberi
Cima Quattro, il 23 Dicembre 1915
Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
1
digrignata 2
volta al plenilunio
con la congestione
3
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
Note
1 - Digrignata: la bocca che mostra i denti in una smorfia di dolore.
2 - Plenilunio: fase della luna in cui essa è tutta illuminata (luna piena).
3 - Congestione delle mani: mani gonfie e livide per il ristagno di sangue.
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Parafrasi letterale
Ho passato tutta la notte vicino ad un compagno morto, con la bocca aperta in una smorfia di sofferenza rivolto verso la luna, con le mani gonfie e arrossate dal dolore. Intanto io mi sento, più che mai, attaccato alla vita e scrivo lettere piene d’amore.
Commento
Il poeta ci presenta una cruda immagine della guerra di trincea, durante la Prima guerra mondiale.
Parla di una notte intera passata a fianco di un compagno ucciso, con il volto contratto in una smorfia di dolore e le mani gonfie e livide per il ristagno di sangue, tese come se avesse voluto chiedere aiuto. In contrasto con questa immagine così dolorosa, il poeta sente trionfare la vita sulla morte e si sente capace di scrivere poesie d’amore per gli altri.
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