Il Neorealismo
Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale si sviluppa in Italia un movimento cinematografico, artistico e letterario che intende descrivere la realtà storica appena vissuta e le sue conseguenze, mirando a mettere in luce i problemi del Paese.
Esso prende il nome di Neorealismo e si diffonde in tutte le espressioni artistiche, offrendo soprattutto nel cinema manifestazioni molto apprezzabili, come i film di Vittorio De Sica “Ladri di biciclette” e “Sciuscià” e di Roberto Rossellini “Roma città aperta”.
In campo letterario gli scrittori sentono il bisogno di una letteratura impegnata che dia testimonianza, con uno stile da cronaca, di quanto è stato vissuto nella guerra e della vita quotidiana delle classi più povere. Le tematiche sono dunque quelle relative alla guerra, alla Resistenza, alla miseria delle popolazioni del Sud.
Gli anni dal 1943 al 1948 in particolare sono caratterizzati da un’abbondante produzione di diari, memorie, testimonianze che mirano a ricostruire gli avvenimenti appena trascorsi. Più in generale, la narrativa neorealista si esprime in generi quali il romanzo, il racconto-documento e in un linguaggio semplice, scarno, vicino al parlato, così da poter essere compreso anche dalle classi meno colte e che non esclude a volte l’uso del dialetto.
Si distinguono tra i narratori neorealisti: il torinese Primo Levi che nel suo “Se questo è un uomo” (1947) racconta la propria esperienza di ebreo deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, e poi nel “La tregua”; successivamente Carlo Levi, che, inviato al confino dal fascismo in uno sperduto paese della Lucania, dà testimonianza delle condizioni di miseria delle popolazioni del Sud (“Cristo si è fermato a Eboli”, 1945); Mario Rigoni Stern, che con il “Sergente nella neve” racconta la sua esperienza nella campagna di Russia durante la Seconda guerra mondiale; Beppe Fenoglio (“Il partigiano Johnny”).
Possono essere citati, almeno per un periodo della loro produzione artistica, anche Cesare Pavese (“La casa in collina”, “La luna e i falò”), Italo Calvino (“Il sentiero dei nidi di ragno”) ed Elio Vittorini (“Uomini e no”).
Il termine neorealismo fu usato già verso la fine degli anni Venti per indicare recenti tendenze artistiche e letterarie. Ma a utilizzarlo in modo nuovo fu nel 1942 il montatore cinematografico Mario Serandrei, per il film “Ossessione” di Visconti, e rapida fu la sua diffusione nell’ambito cinematografico.
Già subito dopo il 1943 esso si estese anche all’ambito letterario, con varie oscillazioni e sovrapposizioni con altri termini: chi lo utilizzava in accezione positiva sottolineava la novità del fenomeno e il suo collegamento con la grande tradizione ottocentesca, messa da parte durante gli anni del fascismo; chi lo impiegava in accezione negativa ne sottolineava il carattere occasionale, troppo legato alla cronaca immediata, e gli opponeva l’ipotesi di un realismo più maturo e cosciente delle proprie prospettive.
Ora faremo un’analisi più dettagliata di “Fontamara” di Ignazio Silone, uno dei libri più rappresentativi del Neorealismo.
Fontamara
Scritto in esilio nel 1930, Fontamara è il primo dei libri con cui Silone, dopo aver abbandonato una militanza politica attiva, continua il suo impegno morale e civile con la letteratura.
Il romanzo narra la storia di un vecchio paese della Marsica, provincia dell’Aquila, Fontamara, più arretrato e misero degli altri.
In primo luogo Silone ci rende nota la tremenda differenza tra quelli che chiama “cafoni”, ovvero i contadini poveri che popolano sia Fontamara sia tanti paesi simili in tutto il mondo. Essi lavorano la terra non per guadagnare, ma per sopravvivere; si sforzano di estinguere i debiti contratti per superare l’inverno precedente; parlano solo dialetto e ignorano la lingua dei cittadini: l’italiano. I cittadini “normali” cambiano il mondo e i Fontamaresi fanno da spettatori.
Silone osserva che le discrepanze sono così notevoli che le due categorie costituiscono addirittura due razze distinte, diverse persino nel linguaggio; un cittadino e un cafone potranno parlare per ore senza comprendersi: per loro è impossibile discutere. Non è così, invece, tra i cafoni del resto del mondo che costituiscono un’unica razza e nella comunicazione riescono a superare le barriere linguistiche e ad intendersi a meraviglia.
Il personaggio che incarna il potere è quello dell’Impresario, abile uomo d’affari che ha saputo costruire la propria ricchezza in pochi anni, mentre la gente comune gettava il sangue sulla terra da secoli senza riuscire a racimolare qualche soldo per migliorare le proprie condizioni.
Per questo motivo i contadini sostengono, invidiosi, che egli abbia trovato l’America a Fontamara, e i più sospettosi arrivano a supporre che egli sia il diavolo in persona.
L’autore, inoltre, ci narra delle tante burle dei cittadini ai danni dei Fontamaresi, come quando le donne intenzionate a parlare col podestà si recano al municipio e vengono derise da chi sostiene che porterebbero solo i pidocchi nello stabile, o come nell’aneddoto del parroco e dell’asino.
La storia
Fontamara rimase per la prima volta senza illuminazione elettrica poiché nessuno pagava e si riabituò al chiaro di luna.
Il giorno dopo, all’alba, le mogli dei contadini si accorsero che un gruppo di operai lavorava per deviare il corso d’acqua con il quale i Fontamaresi irrigavano i campi. Subito i “cafoni” pensarono a una burla, poi le donne andarono verso il capoluogo per parlare col sindaco, ma furono derise dalle guardie.
I carabinieri le accompagnarono a casa del Podestà appena eletto, l’impresario. Dopo varie discussioni, il segretario del comune decise che tre quarti dell’acqua dovessero andare all’impresario e i tre quarti del rimanente ai Fontamaresi, spiegando come si trattasse di una decisione equa che garantiva a tutti la stessa quantità d’acqua: tre quarti, “cioè un po’ più della metà”. I cantonieri ripresero i lavori.
Berardo Viola decise di partire e far fortuna in America, ma non poté riuscirci a causa di una nuova legge. Trovò lavoro da bracciante fuori da Fontamara e faticava parecchio.
I rappresentanti dei cafoni della Marsica dovevano essere convocati ad Avezzano per ascoltare le decisioni del nuovo Governo di Roma sulla questione del Fucino.
Un giorno arrivò a Fontamara un camion che, gratis, portava i cafoni ad Avezzano. Salirono tutti sul camion, furono condotti in una grande piazza e successivamente dovettero gridare inni ai podestà mentre la piazza era attraversata da un’automobile, poi potevano tornare a casa.
Intanto nel paese arrivarono dei camion con i militi fascisti che, fatta rincasare la popolazione, portarono via tutte le armi, violentarono le donne, uscirono in piazza e chiesero agli uomini che tornavano dal lavoro circa il Governo, ma nessuno diede risposte soddisfacenti.
I Fontamaresi decisero di chiedere consiglio a Don Circostanza affinché egli trovasse un’occupazione in città per il povero Berardo.
I cantonieri finirono di scavare il nuovo letto per il ruscello e giunse l’ora della spartizione dell’acqua; i Fontamaresi videro che il livello dell’acqua destinata a loro scendeva sempre di più e capirono che sotto vi era l’inganno.
Berardo decise così di partire l’indomani, ma la sua avventura fu sfortunata perché tra tasse, avvocati e inghippi vari rimase senza soldi, senza lavoro e venne incarcerato poiché sospettato di essere il Solito Sconosciuto, un tale che cospirava contro il sistema attraverso la stampa clandestina. Nonostante Berardo fosse innocente, decise di addossarsi la colpa; in seguito verrà ucciso.
La storia giunse a Fontamara e i suoi abitanti decisero di scrivere allora un giornale con gli appunti lasciati dal Solito Sconosciuto e fu intitolato “Che fare?”.
L’autore e altri cafoni andarono a distribuirlo negli altri paesi, ma mentre tornavano a Fontamara, udirono degli spari. Era la guerra a Fontamara, chi aveva potuto era scappato, gli altri erano morti. Il narratore, il figlio e i pochi cafoni che erano con loro si salvarono nascondendosi nei campi.
Non ebbero più notizie di nessuno del paese e vissero all’estero grazie all’aiuto del Solito Sconosciuto, ma non poterono restarci. Dopo tante pene, lutti, ingiustizie, odio, i cafoni superstiti si chiedono sempre: “Che fare?”.
I personaggi
I “cafoni” sono i miseri contadini meridionali proprietari al massimo di un asino o di un mulo, non hanno mezzi per difendersi e vivono in una perpetua ignoranza di cui approfitta persino colui che è considerato “l’amico del popolo”, Don Circostanza, che rappresenta insieme la difesa e la rovina dei fontamaresi; la loro vita si ripete uguale di generazione in generazione segnata dal lavoro e dalla fatica. Essi sono consapevoli della disperata condizione in cui vivono, come spiegano ad un forestiero.
- In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa.
- Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra.
- Poi vengono le guardie del principe.
- Poi vengono i cani delle guardie del principe.
- Poi, nulla.
- Poi, ancora nulla.
- Poi, sempre nulla.
- Poi vengono i cafoni.
- E si può dire ch’è finito.
Il nome Fontamara racchiude in sé già un destino di sventure e sofferenze. Quasi tutti i nomi dei personaggi del romanzo non sono casuali: Don Circostanza, infatti, si adegua alle diverse situazioni tenendo prima la parte dei contadini, quindi quella degli agiati cittadini, cercando sempre un tornaconto personale; Don Abbacchio, il prete, richiama il verbo “abbacchiare”: egli, infatti, non farà altro che deprimere i poveri abitanti della Marsica, ignorando persino il suicidio di Teofilo, sacrestano della chiesa di Fontamara; Don Carlo Magna è il ricco proprietario terriero; l’Impresario, il podestà abile a speculare su alcuni terreni acquistati da don Carlo Magna a poco prezzo e sui quali farà deviare l’acqua del ruscello di Fontamara riducendo alla miseria i cafoni; Innocenzo La Legge, il messo incaricato di portare i nuovi ordinamenti dalla città.
Berardo Viola, protagonista maschile del romanzo, è l’eroe del paese, violento ma altruista, è il primo a sacrificarsi tra i cafoni per il bene della collettività: i cafoni infatti erano stati raggirati di continuo ed ogni appello ai notabili del paese risultava inutile poiché questi difendevano sempre gli interessi del ricco podestà, si ritrovavano così sempre più poveri ma ognuno non aveva pensato che al proprio appezzamento di terra, a se stesso.
Attraverso il suo personaggio Silone sembra sottolineare il bisogno che qualcuno muova all’azione, ponga fine alla totale indifferenza dei “cafoni”, sempre più sfruttati e tenuti nell’ignoranza dal nuovo regime che li induce lavorare in modo duro ed estenuante.
I cafoni non avevano mai rappresentato una vera minaccia per i gerarchi della potente città, da cui erano sempre stati osteggiati grazie alla cultura ed all’ingegno ma, nel momento in cui provano anche questi ad avvicinarsi al mondo scritto, sentiti come una forte minaccia vengono rapidamente fatti scomparire.
Fontamara e la questione meridionale
Da Fontamara viene un ricco contributo documentario per la conoscenza del meridione italiano. Silone riesce a cogliere la fatica e la miseria dei contadini del Sud, le attività agricole nel variare delle stagioni vengono illustrate con minuzia e competenza.
Nelle sue pagine non c’è soltanto una descrizione realistica, finalmente senza retorica, Silone analizza criticamente, dalla parte del Sud e dei cafoni, tutto uno scorcio di storia italiana: l’annessione al regno sabaudo è avvenuta con le modalità della conquista coloniale, mentre sono rimasti intoccati il latifondo e i rapporti sociali che esso determina.
I governi post-unitari non hanno soddisfatto la fame di terra dei contadini: infatti non si è praticato l’esproprio, neppure parziale, dei grandi possidenti né sono state assegnate ai cafoni le terre confiscate agli ordini religiosi, oggetto, invece, di una vendita all’asta che ha favorito solo i detentori di capitale liquido.
Nel 1929, l’anno in cui si svolgono le vicende di Fontamara, non diversamente dal periodo borbonico, la sopravvivenza del cafone dipende dal suo minifondo, in cui pratica una stentata agricoltura di sussistenza, e dipende dal lavoro a giornata, precario e mal pagato, sulle terre dei latifondisti.
E alla miseria dei cafoni si collegano strettamente ignoranza, vulnerabilità agli imbrogli e ai soprusi, dipendenza dai notabili per ogni contatto con il mondo evoluto e complicato della città.
Il regime fascista legalizza il sopruso, emana provvedimenti che peggiorano la situazione dei cafoni, come le leggi sull’emigrazione e la riduzione dei salari, ma non rappresenta nulla di realmente nuovo: Silone individua infatti una sostanziale continuità, almeno per quanto riguarda la politica meridionale, fra il fascismo e i governi liberali del periodo post-unitario, esprimendo così una recisa condanna anche nei confronti di questi ultimi.
Ignazio Silone
Ignazio Silone è lo pseudonimo di Secondino Tranquilli, nato in un piccolo borgo rurale in provincia dell’Aquila agli inizi del ‘900.
Ben presto, un terremoto pone Silone di fronte ad episodi raccapriccianti come la morte di alcuni familiari che gli insegna che i rapporti sociali sono spesso falsi e sleali, e lui, disgustato dai soprusi, dalla violenza, dall’ipocrisia, combatterà tutta la vita per aiutare i poveri e si schiererà al loro fianco in molte occasioni.
Questo il motivo della militanza tra i rivoluzionari, del suo prendere posizione contro la vecchia società e il sistema politico che la rappresenta. Inizia così a scrivere, già molto giovane, degli articoli per ”Avanti!”, poi a Roma entra a far parte della gioventù socialista e si oppone già da subito al fascismo.
È tra i fondatori del PCI e redattore di vari giornali ma, per via di persecuzioni fasciste, viene costretto a vivere da clandestino e a occuparsi dei suoi giornali di nascosto.
Dopo l’approvazione delle leggi in difesa del regime, vengono sciolti tutti i partiti e viene abolita la libertà di stampa. E qui c’è un suo distacco dal partito per l’opposizione alla politica di Stalin o, meglio, per l’incapacità di difendere lealmente i propri principi, senza la necessaria “eliminazione fisica degli avversari”.
In questo clima di crisi politica fugge in Svizzera. Qui, accanto a un’intensa attività culturale con la pubblicazione di alcuni giornali, svolge anche un’importante attività letteraria, con la pubblicazione a Zurigo di Fontamara, in tedesco, nel 1933 (il romanzo sarà completamente ignorato in patria per almeno un ventennio).
Intanto lo scrittore viene internato dai fascisti a Davos poi a Baden, qui pubblica ”Il seme sotto la neve” e dopo qualche anno rientra in Italia dove aderisce al Partito Socialista e continua la sua attività come giornalista mantenendo i suoi principi, opponendosi a qualunque ingiustizia o abuso di potere fino alla morte avvenuta nel 1978, dopo una lunga serie di malattie.
Silone appartiene alla corrente dei neorealisti e Fontamara rappresenta in pieno le caratteristiche del movimento.
Il cinema neorealista
Dopo la fine del fascismo e la caduta della monarchia si iniziano ad abbandonare i vecchi modelli artistici e letterari perché c’era il bisogno di uscire dai vecchi schemi, di abbandonare quegli idoli e quei miti ormai caduti per rappresentare attraverso l’arte una nuova realtà, quella del popolo.
Il Neorealismo è, senza alcun dubbio, il movimento italiano per eccellenza che ha riscosso maggiori consensi e fama in ogni parte del mondo, soprattutto per quanto riguarda il cinema.
Oggi, a distanza di sessant’anni, è difficile apprezzare al meglio questo genere di film aderente alla realtà d’allora. Ogni film si caratterizzava per la propria storia, mentre la costante era rappresentata dal contesto storico.
Nel complesso si possono ulteriormente isolare tre aspetti: morale, politico ed estetico. Fu la reazione morale alle infamie della guerra che spinse i registi a insistere sui valori essenziali dell’esistenza e della convivenza sociale.
Inoltre era necessario dare una risposta sul piano politico agli errori commessi dal fascismo utilizzando un linguaggio nuovo, che riuscisse ad esprimere volontà di mutamento.
Per Neorealismo non si deve pensare ad una scuola di pensiero o ad un movimento culturale, ma ad un fenomeno di vasto respiro che coinvolse sia la letteratura sia le arti figurative.
Nei precedenti anni trenta, il regime fascista aveva investito risorse nel cinema, soprattutto come strumento di propaganda: aveva promosso la realizzazione di teatri e stabilimenti di produzione a Cinecittà (Roma) e a Tirrenia (Pisa).
I film italiani erano essenzialmente di genere avventuroso, sentimentale, oppure venivano proposti i motivi dell’avanspettacolo. Il fascismo era teso ad infondere un senso di serenità attraverso un cinema semplice.
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