Estratto del documento

Liceo scientifico statale

“C. Cavour”

La potenza devastante della natura

Martina Tripepi V^G

Anno scolastico 2009-2010

Indice

Pag. 3

La natura nel pensiero di Leopardi

Leopardi e la potenza sublime della natura 5

“Dialogo della Natura e di un Islandese” 5

“La Ginestra o fiore del deserto” 7

La “Critica del Giudizio” di Immanuel Kant 9

L’analisi del bello 9

Universalità del giudizio estetico 10

Giustificazione dell’universalità del giudizio estetico 10

Il sublime 11

Lucrezio e il “De rerum natura” 13

Nature in “Frankenstein” by Mary Shelley 16

The power of nature and the sublime 17

Nature as man’s physician 19

Il terremoto di Messina 20

La questione meridionale 21

Dal 1861 a Giolitti 22

Il Novecento 24

I terremoti 29

Origine e natura dei terremoti 29

Il ciclo sismico 30

Propagazione e registrazione delle onde sismiche 30

I sismogrammi 32

Terremoti ed interno della Terra 32

Distribuzione geografica dei terremoti 34

Le onde 34

Moto ondulatorio 34

Comportamento delle onde 35

Bibliografia 36 2

La natura nel pensiero di Leopardi

La natura in tutta la sua potenza devastante e quindi nella sua sublimità, è riscontrabile nell’opera di Giacomo Leopardi (Recanati 1798-Napoli 1837), uno dei più grandi esponenti del Romanticismo italiano, soprattutto nell’Operetta morale “Dialogo della Natura e di un Islandese” e ne “La Ginestra”.

Il pensiero leopardiano si fonda su un sistema di idee continuamente sviluppate e pensate, il cui processo può essere seguito tramite le migliaia di pagine dello Zibaldone.

Al centro della meditazione di Leopardi abbiamo un motivo pessimistico, l’infelicità dell’uomo.

Rifacendosi alla tradizione settecentesca e sensistica, egli identificò la felicità con il piacere, materiale e sensibile. Ma è necessario considerare che l’uomo non desidera mai un piacere, ma il piacere, ovvero aspira ad un piacere che sia infinito, sia per intensità che per durata.

Dall’impossibilità dei piaceri di cui l’uomo può godere sulla terra a soddisfare questa esigenza, nasce nel poeta un senso di insoddisfazione perpetua. Da questo desiderio inappagato dell’uomo che si protende verso l’infinito nasce l’infelicità dell’uomo, il senso di nullità di tutte le cose.

L’uomo è dunque per Leopardi necessariamente infelice, per la sua stessa costituzione.

La natura, in questa prima fase, è concepita da Leopardi come madre benigna, attenta provvidenzialmente al bene delle sue creature. Infatti essa ha voluto offrire come rimedi all’uomo: l’immaginazione e le illusioni.

Per questo gli uomini primitivi e gli antichi Greci e Romani, che erano più vicini alla natura, e più capaci di illudersi e di immaginare, erano felici, perché ignoravano la loro reale infelicità. Il progresso della civiltà e della ragione ha invece crudamente posto sotto gli occhi dell’uomo la verità.

Quindi la prima fase del pensiero leopardiano è tutta costruita su questa antitesi tra natura e ragione in base alla quale:

  1. Gli antichi, nutriti di generose illusioni, erano capaci di azioni eroiche e magnanime.
  2. I moderni, a causa del progresso della civiltà e della ragione, che hanno spento le loro illusioni ed affievolito ogni loro slancio magnanimo, sono capaci solo di viltà, di meschinità. La colpa dell’infelicità presente è dunque attribuita all’uomo stesso, che si è allontanato dalla via tracciatagli dalla natura benigna.

Leopardi giudica duramente la civiltà del suo tempo, vedendola dominata dal tedio e dall’inerzia.

Da ciò scaturisce la tematica civile e patriottica delle prime canzoni leopardiane.

Ne deriva anche un atteggiamento titanico, in cui il poeta si erge solitario a sfidare il fato maligno, che ha condannato l’Italia a tante abiezioni.

Questa fase è stata designata con il nome di pessimismo storico, in cui la condizione negativa del presente viene vista come effetto di un processo storico, di un allontanamento da una condizione originaria di felicità e pienezza vitale.

La sua concezione della natura come benigna e provvidenziale entra però in crisi.

Leopardi si rende conto che, più che al bene dei singoli individui, la natura mira alla conservazione della specie, quindi è capace anche di sacrificare il bene del singolo in nome del bene collettivo.

Da ciò Leopardi deduce che il male non è un semplice accidente, ma rientra nel piano stesso della natura. Inoltre è la natura che ha dato all’uomo quel desiderio di felicità infinita, senza dargli la possibilità di soddisfarlo.

Da “A Silvia”:

“…O natura, o natura,

Perché non rendi poi

Quel che prometti allor? Perché di tanto

Inganni i figli tuoi?...

”

In una fase intermedia, Leopardi cerca di uscire da queste contraddizioni, attribuendo la responsabilità del male al fato proponendo dunque una concezione dualistica:

La Natura benigna contro il Fato maligno.

Ma ben presto tutte le contraddizioni verranno risolte dallo stesso Leopardi che rovescerà la sua concezione della natura. Questo punto d’arrivo appare chiaro nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”, del maggio 1824.

Leopardi concepisce la natura non più come madre armoniosa e provvidente, ma come meccanismo cieco, indifferente alla sorte delle sue creature. Il meccanismo è crudele in quanto la sofferenza degli esseri e la loro distruzione è legge essenziale.

La sua concezione non è più finalistica, ma meccanicistica e materialistica. La colpa dell’infelicità non è più nell’uomo stesso, ma solo nella natura; l’uomo è semplicemente vittima della sua crudeltà. Leopardi rappresenta la natura come meccanismo inconsapevole, ma ama rappresentarla come una sorta di divinità malvagia.

Il dualismo Natura-Fato viene in tal modo superato, e alla natura vengono attribuite le caratteristiche che in precedenza appartenevano al fato, tra cui la malvagità crudele e persecutoria.

Anche il senso dell’infelicità umana muta:

  1. All’inizio, in termini sensistici, essa era concepita come assenza di piacere, in una dimensione psicologica ed esistenziale.
  2. Ora l’infelicità, materialisticamente, è dovuta soprattutto a mali esterni, a cui nessuno può sfuggire, come le malattie o i cataclismi.

Di conseguenza, se causa dell’infelicità è la natura stessa, tutti gli uomini sono necessariamente infelici.

Al pessimismo storico della prima fase del pensiero leopardiano segue un pessimismo cosmico: l’infelicità non è più legata ad una condizione storica e relativa all’uomo, ma ad una condizione assoluta, ad un dato eterno ed immutabile di natura.

In seguito all’emergere di una tale concezione, successivamente al 1824, Leopardi abbandona la poesia civile ed il titanismo, assumendo un atteggiamento contemplativo, ironico, distaccato e rassegnato. Nei suoi ideali non sarà più l’eroe antico, ma il saggio antico, stoico, la cui caratteristica è l’atarassia, ovvero il distacco imperturbabile della vita. Questo atteggiamento sarà presente nelle Operette Morali.

In momenti successivi tornerà comunque l’atteggiamento di protesta, di sfida al fato e alla natura.

Al termine della vita, nella Ginestra, Leopardi arriverà a costruire tutta una sua concezione della vita sociale e del progresso.

Leopardi e la potenza sublime della natura

Leopardi può essere considerato il più grande scrittore dell’Ottocento italiano che ha messo in luce il rapporto tra l’uomo e la natura in tutta la sua potenza.

“Dialogo della Natura e di un Islandese”

Tra le Operette Morali leopardiane, una delle più famose è certamente il “Dialogo della Natura e di un Islandese”. L’operetta fu scritta nel 1824, e l’idea di assumere un islandese come protagonista del dialogo proviene dalla convinzione che gli islandesi, più di ogni altra popolazione, erano afflitti dalla “malignità” della natura e provavano sulla loro pelle ogni giorno la potenza dell’elemento naturale che si rivolgeva contro di loro, viste le condizioni climatiche della loro isola.

Lo spunto fu comunque offerto a Leopardi dalla “Storia di Jenni” di Voltaire, che nel contesto di un discorso sui flagelli da cui sono tormentati gli uomini si rifaceva alle terribili condizioni degli Islandesi, minacciati dal gelo e dal vulcano Hekla.

L’operetta segna una fondamentale svolta nel pensiero leopardiano: il passaggio da un pessimismo sensistico-esistenziale a un pessimismo materialistico e cosmico, dalla concezione di una natura benefica e provvidente a quella di una natura nemica e persecutrice.

“…né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio…”

In tutte le operette precedenti la radice dell’infelicità dell’uomo appariva di tipo psicologico-esistenziale, l’aspirazione ad un piacere infinito e l’impossibilità di raggiungerlo; qui invece l’infelicità è fatta dipendere materialisticamente dai mali esterni, fisici, a cui l’uomo non è in grado di sfuggire.

Afferma l’Islandese, il quale è chiaramente il portavoce di Leopardi: “…io non potea mantenermi senza patimento: perché la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore stremo della state… mi travagliavano di continuo… io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena…”

L’operetta narra di un Islandese che, dopo aver “soggiornato in diversissime terre”, attraversando la parte più interna dell’Africa (dove, dice la personificazione della Natura nel Dialogo, “si dimostra più che altrove la mia potenza”) e oltrepassando l’equatore, vide da lontano un busto grandissimo, che inizialmente ritenne essere di pietra, successivamente trovò essere una forma smisurata di donna seduta in terra, appoggiata ad una montagna, con un volto “tra bello e terribile”, “di occhi e capelli nerissimi”. Dialogando con questa figura, l’Islandese scopre di essere al cospetto della personificazione della Natura stessa, dalla quale fuggiva.

L’Islandese, nel dialogo, fa un elenco puntiglioso, ossessivo, dei mali che la Natura causa all’uomo, con un tono di tragica terribilità: climi avversi, le tempeste, i cataclismi, le bestie feroci, le malattie e, tra i più terribili, la decadenza fisica e la vecchiaia.

“…né anche potea conservare quella tranquillità della vita… perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla… non intermittevano mai di turbarmi…”

Da qui traiamo l’idea di una natura nemica, che mette al mondo le sue creature per perseguitarle.

In questa fase del pensiero leopardiano l’autore attribuisce alla natura quelle qualità di crudeltà e di indifferenza che aveva in precedenza riservato agli dei e al fato.

“…ci è tanto impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali; e di tutte le opere tue… e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figlioli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere…”

In questa operetta abbiamo la scoperta folgorante, traumatica, che cambierà tutto il corso della riflessione e della poesia leopardiana successiva dell’indifferenza della Natura nei confronti dell’uomo. Leopardi approda così a un materialismo assoluto e a un pessimismo cosmico, che abbraccia tutti gli esseri.

Afferma la Natura nel Dialogo: “…sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte…”

Il dolore, la distruzione, la morte, lungi dall’essere errori accidentali nel piano della natura, sono elementi essenziali del suo stesso ordine.

Ancora la Natura: “…se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei...”

Il mondo è un eterno ciclo di “produzione e di distruzione”, e quest’ultima è indispensabile alla conservazione del mondo.

La sofferenza è la legge stessa dell’universo, e niente ne è immune. Inoltre questa vita infelicissima dell’uomo sembra non avere uno scopo.

“…a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?...

”

Lo stile dell’operetta prevede una requisitoria incalzante, appassionata, simile a quella riscontrabile ne “La Ginestra”.

“La Ginestra o fiore del deserto”

“La Ginestra” è un ampio poemetto di ben 317 versi, in cui convergono i temi e i toni più diversi, in una vasta orchestrazione sinfonica, composto nel 1836.

Le strofe in cui Leopardi dà maggior rilievo alla natura nella sua potenza sono la prima e la quinta.

Nella prima strofa il poeta fa riferimento al Vesuvio e al suo pendio arido sul quale è possibile scorgere un fiore profumato ed unico, la ginestra.

Il paesaggio è composto dal “formidabil monte”, in cui si concreta sensibilmente l’immagine della potenza distruttiva della natura; dalle “erme contrade” intorno a Roma, immagine di delusione ed abbandono, che richiama l’azione corrosiva del tempo; le “ceneri infeconde”, immagine di morte.

La ginestra assume un denso valore simbolico: essa rappresenta essenzialmente la pietà verso la sofferenza degli esseri, perseguitati dalla natura.

La ginestra rappresenta inoltre la vita che resiste ad ogni costo al deserto, alla potenza devastante della natura.

La natura nella strofa appare nelle immagini del monte distruttore e dei deserti di cenere e di lava impietrita, che tendono ad una sublimità grandiosa ed orrida.

La prima strofa recita:

”Qui su l’arida schiena

Del formidabil monte

Sterminator Vesevo,

La qual null’altro allegra arbor né fiore,

Tuoi cespi solitari intorno spargi,

Odorata ginestra…

…Questi campi cosparsi

Di ceneri infeconde, e ricoperti

Dell’impietrata lava,

Che sotto i passi al peregrin risona…”

Il motivo della potenza distruttiva della natura della prima strofa è ripreso nella quinta.

In essa Leopardi esprime la certezza che la natura non si curi affatto dell’uomo e dei suoi bisogni.

“…Non ha natura al seme

Dell’uomo più stima o cura

Che alla formica: e se più rara in quello

Che nell’altra è la strage,

Non avvien ciò d’altronde

Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde…”

La natura per Leopardi non si cura dell’uomo più di quanto si curi delle formiche. Come un pomo cadendo da un albero schiaccia un formicaio, così il vulcano con la sua eruzione distrusse nel primo secolo dopo Cristo le prospere città di Pompei ed Ercolano.

La descrizione del cataclisma è tutta vibrante di interna energia e Leopardi si cura di rendere la rapidità delle sue fasi.

Grande rilievo ha la metafora dell’“utero tonante”, immagine che concretizza l’idea di una natura “madre di parto e di voler matrigna” (terza strofa), dal cui grembo esce la vita, ma può indifferentemente uscire la morte.

“…così d’alto piombando,

Dall’utero tonante

Scagliata al ciel profondo,

Di ceneri e di pomici e di sassi

Notte e ruina, infusa

Di bollenti ruscelli,

O pel montano fianco

Furiosa tra l’erba

Di liquefatti massi

E di metalli e d’infocata arena

Scendendo immensa piena,

Le cittadi che il mar là su l’estremo

Lido aspergea, confuse

E infranse e ricoperse

In pochi istanti…”

Ne “La Ginestra” l’ideologia leopardiana giunge a completa maturazione approdando al pessimismo eroico: appello alla solidarietà fra gli uomini per ergersi contro la Natura su di una base di impegno etico-civile e di aperto confronto con le ideologie dominanti. La ginestra indica proprio la resistenza all’avversità della natura: nonostante i campi sono cosparsi di ceneri infeconde e ricoperti dell’impietrita lava, la ginestra continua a spargere il suo profumo ed a mostrarsi in tutta la sua bellezza. La natura di cui trattano gli ultimi versi di Leopardi è dunque metafora della sua ideologia: combattere la sua natura matrigna.

La “Critica del Giudizio” di Immanuel Kant

Quando l’uomo si trova di fronte alla potenza della natura prova il sentimento del sublime.

Una delle prime personalità, insieme a E. Burke, che teorizzò il sublime fu il filosofo Immanuel Kant nel XVIII secolo.

Nella “Critica del Giudizio”, Kant studia il sentimento, come nella “Critica della Ragion Pura” analizza la conoscenza e nella “Critica della ragion Pratica” la morale.

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