Estratto del documento

“L'uomo muore sempre prima di essere completamente nato”. Erich Fromm

Renna Michela

Alunna:

Classe: V sezione B

Liceo: “E. Fermi” Minervino Murge

Corso: Liceo socio-psicopedagogico

Mappa delle materie 1

Latino e italiano

Seneca – “De Brevitate Vitae”; Foscolo – “Il nulla eterno”.

Inglese

Gray – “La poesia cimiteriale”.

Storia

“Sterminio e Shoah”.

Italiano e filosofia

“Il pessimismo”.

Pedagogia

“Freud – Eros e Thanatos”.

Leopardi e Schopenhauer.

Biologia

“Il sistema circolatorio”.

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Ovunque io vada

Lei mi segue

In silenzio

Senza farsi notare

Discreta

Ogni tanto mi sembra

Di sentirne il respiro

Dietro ogni angolo

Dietro ogni porta

Dietro i miei passi

Non serve correre

O rifugiarsi

O andare chissà dove

Perché lei ci sarà sempre

Perché lei mi segue

E non lo posso sopportare

Non riesco ad allontanarla da me

Mi ossessiona

Io sono l’unico ad accorgermi di lei

Sono l’unico a vederla

Ma forse una soluzione c’è

Non cadrò nelle sue braccia

Non sarò il suo burattino

Ormai ho deciso

Sarà il mio coltello

A farmi fuggire da lei

Per sempre… William Wilson.

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“Non riceviamo una vita breve, ma tale la rendiamo: e non siamo poveri quanto alla vita, ma la sprechiamo con prodigalità” (De Brevitate Vitae).

Questa frase fu scritta da uno dei più grandi scrittori latini, Lucio Anneo Seneca (4 a.C.-65 d.C.). Seneca nacque all’incirca nel 4 a.C. a Cordova ed essendo figlio di un retore, fu inviato a Roma per completare gli studi in previsione della sua carriera politica.

A Roma ebbe come maestri di filosofia lo stoico Attalo ed il neopitagorico Sozione, mentre il retore Papirio Fabiano lo mise a contatto con la scuola filosofica dei Sestii. Da costoro Seneca derivò un orientamento ascetico che lo accompagnerà tutta la vita.

Seneca, come del resto la maggior parte degli intellettuali romani che si occuparono di filosofia, fu animato da un atteggiamento non dogmatico verso le principali scuole di pensiero greco-ellenistico. Aderì principalmente allo stoicismo, ma nella sua filosofia sono riconoscibili anche elementi platonici, neopitagorici e cinici.

Il nucleo di pensiero prevalente fu comunque quello stoico: il suo interesse per la natura, il concetto di divinità, l’insistita riflessione morale, lasciano arguire che Seneca non fu solo seguace dello stoicismo, ma ne sviluppò anche con originalità alcune posizioni.

Nonostante il saldo ancoraggio alla tradizione filosofica a lui precedente, si può notare in tutta l’opera di Seneca una continua polemica contro la filosofia insegnata nelle scuole, sinonimo spesso di un’erudizione fine a se stessa, contraria al principio che la sapienza non è in verbis, bensì in rebus.

La fondamentale trattazione della tematica del tempo era già stata sviluppata da Seneca nell’opera De brevitate vitae. Oltre ad affermare che la vita non è breve, ma siamo noi a renderla tale, sprecando gran parte del tempo che il destino ci ha concesso, Seneca espone il proprio concetto di tempo, integrando la prospettiva degli stoici con quella degli epicurei: il saggio non deve affidare nulla della propria vita al futuro, perché la vita può cessare da un momento all’altro; egli deve invece interessarsi solo al presente, vivendo ogni singolo giorno come se fosse l’ultimo.

Valenza formativa e morale della morte

Ogni uomo, in quanto essere razionale, ha la possibilità di interrogarsi di fronte al succedersi degli avvenimenti e, dunque, di fronte alla vita. Ma ciò significa che, se la vita implica la morte, l’uomo ha la possibilità di interrogarsi sulla morte.

Anzi: proprio l’interrogazione relativa al senso della morte diventa uno dei momenti che caratterizzano l’espressione della vita e, in particolare, della vita del sapiente. Di fronte alla vita, e quindi di fronte alla morte, il sapiente stoico deve dimostrare la propria virtù: deve cioè confermare la propria capacità di essere in sintonia con il senso complessivo del divenire.

In pratica, la virtù del sapiente consisterà nel mantenere ferma la propria forza razionale lasciando che essa si esprima di fronte a qualsiasi evenienza, compresa quella estrema: appunto la morte.

Ma non è facile mantenersi saldi e avere la forza di resistere incrollabili e saggi di fronte alla morte e a quanto, come la malattia e il dolore, di essa è l’annuncio.

Anzitutto occorre rendersi conto che “la distanza dalla morte è ovunque breve: non è che la morte si mostri in ogni luogo vicina: essa è realmente in ogni luogo vicina”. La morte, in questa prospettiva, rivela la sua fortissima valenza formativa.

Il “non essere” nella morte

Seneca farà presente all’amico Lucilio che proprio il modo in cui moriamo dirà chi davvero siamo; suggerirà quindi che il miglior rimedio per vincere la morte è semplicemente quello di disprezzarla.

Più seriamente, occorrerà considerare la morte per quello in cui di fatto consiste: “la morte è non essere”, è la pura e semplice condizione in cui vi è l’assenza della percezione della vita, l’occasione in cui il venir meno del corpo si accompagna al venir meno della percezione e quindi della coscienza.

Così si ricava dalla tragedia Le Troiane, vv. 401-402: “la morte è qualcosa di indivisibile: un malanno del corpo che non risparmia lo spirito”. Essa finisce per essere un punto d’arrivo ineffabile: si badi, non solo dopo la morte non c’è nulla, ma il morire medesimo è qualcosa di sfuggente, è il limite estremo di un rapidissimo spazio di tempo.

Works: he wrote “Elegy Written in a Country Churchyard”. Gray took more than seven years to write this elegy, which was probably inspired by the death of his friend West. This poem can be divided into three moments.

Stanzas 1 - 11: in a small country churchyard in Stoke Poges, at the end of the day, the sight of the tombs of the “rude forefathers of the hamlet” calls up in the poet’s mind images of humble country life.

These images, rich in symbolic elements, such as the elms, the yews, the cockcrow, the horn and the sickle, lead Gray to meditate on death and on its levelling power.

Stanzas 12 - 21: Gray compares the humble lot of poor people with the great careers from which their fate excluded them. But he also considers how their poverty also prevented them from committing crimes and falling victims of luxury, pride and corruption.

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Stanzas 22 - 32: the poem ends with the supposed death of the author, his burial in the same churchyard and the epitaph on his tomb.

Comment: the neoclassical idealization of poor country life conceals the denunciation of what poverty means in term of hardship and unfulfilment so that the “rude forefathers” come to be seen in the double role of both happy people and victims of nature and society.

Their tombs, silent and obscure, become therefore the natural conclusion of an equally silent and obscure life, simbolized, among the other things, by the “buried gem” and the “unseen flower”.

Style: the poem is based on an alteration of description and reflections. This technique was dear to neoclassic poets, as it enabled them to break the possible monotony deriving from using one only of these two types.

The sepulchral poetry became very popular in Italy, where it inspired, among other works, Foscolo’s Sepolcri. But Foscolo concentrated on the function of the grave as a link between the living and the dead. Foscolo in fact believed in life continuing after death through the memories of the living.

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Lo scrittore italiano Niccolò Foscolo (Ugo fu un nome assunto più tardi dal poeta), nato a Zante nel 1778, ha una visione della morte simile a quella di Seneca.

Il Foscolo nel romanzo epistolare “Le ultime lettere a Iacopo Ortis”, storia di un giovane patriota che, visto svanire tutti i propri sogni, spinto dalla disperazione amorosa e politica, vede nella morte l’unica via d’uscita da questa situazione negativa, al tempo stesso insostenibile e immodificabile.

La morte, intesa in termini materialistici e nichilistici, come distruzione totale e “nulla eterno”. Anche nel sonetto “Alla sera” è centrale il concetto del “nulla eterno”; la sera, in quanto immagine della morte, è cara al poeta: la morte ha un’efficacia liberatoria, perché rappresenta l’annullamento totale, in cui si cancellano conflitti e sofferenze.

Nel sonetto “In morte del fratello Giovanni”, la visione della morte del Foscolo muta; è centrale nel sonetto il motivo della tomba, che si identifica con l’immagine del nucleo familiare e soprattutto della madre: sulla tomba il poeta spera di poter ricongiungere il legame affettivo col fratello e con la madre che parla, con la cenere del figlio morto, del figlio lontano.

Quindi vede la morte come l’unico mezzo per riaffermare quel ricongiungimento col nucleo familiare che sembrava impossibile e definitivamente negato. In questo sonetto la morte non è più “nulla eterno”, ma, essendo “lacrimata”, consente un legame con la vita.

I Sepolcri sono un poemetto scritto sotto forma di epistola poetica di 295 endecasillabi sciolti, indirizzata all’amico Pindemonte, originato dall’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804), con cui si imponevano le sepolture fuori dai confini delle città e si regolamentavano le iscrizioni sulle lapidi.

Pindemonte, da un punto di vista cristiano, sosteneva il valore della sepoltura individuale, mentre Foscolo, da un punto di vista materialistico, aveva negato l’importanza delle tombe, poiché la morte produce la fatale dissoluzione dell’essere.

Foscolo poi riprese quella discussione, ribadendo inizialmente la tesi materialistica sulla morte, ma superandola poi con altre considerazioni che rivalutano il significato delle tombe.

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Quindi anche nei Sepolcri è centrale il motivo della morte: ma è superata l’idea che essa sia semplicemente il “nulla eterno”. Anche se Foscolo, sul piano filosofico, non vede alternative a quella idea, le contrappone l’illusione di una sopravvivenza dopo la morte.

Questa sopravvivenza è garantita dalla tomba che conserva il ricordo del defunto presso i vivi. La tomba assume per Foscolo un valore fondamentale nella civiltà umana: è il centro degli affetti familiari e la garanzia della loro durata dopo la morte.

L’Ortis si chiudeva con il suicidio del protagonista, che escludeva ogni possibilità d’intervento in una situazione bloccata. Ora invece, attraverso l’illusione, Foscolo arriva a riproporre quella possibilità dell’azione politica nella storia che l’analisi razionale del contesto portava ad escludere.

Ed introduce la prospettiva di riscatto dell’Italia dalla miseria presente proprio grazie alla funzione esercitata da un passato di grandezza, tenuto vivo dal culto delle tombe.

Data la presenza di queste tematiche, i Sepolcri, pur avendo alle spalle il genere della poesia cimiteriale, che aveva goduto di vasta fortuna sul finire del Settecento, non possono essere ridotti in tale ambito; a differenza della poesia sepolcrale inglese di Gray, è essenzialmente poesia civile e vuole “animare l’emulazione politica degli Italiani”.

Ed è centrale nel poemetto l’idea secondo cui le tombe dei Grandi spingono il “forte animo” a grandi imprese; è l’avvio all’inno di Firenze e alle tombe di Santa Croce.

Quattro figure di poeti risaltano nel carme. Il primo è Parini, poeta civile per eccellenza, che critica i costumi della società (vv. 57-61). Il secondo è Foscolo stesso, che si ripresenta come eroe perseguitato da una sorte avversa, sconfitto nello scontro col suo tempo, che aspira ad un “riposato albergo” nella morte (vv. 145-150).

Il terzo è Alfieri, anch’egli ritratto come un’anima grande e tormentata, in aspro conflitto con i suoi tempi. L’ultima figura è quella di Omero, in cui si compendia l’essenza del messaggio dei Sepolcri.

Omero incarna esemplarmente l’immagine sacrale del Poeta. È il poeta in cui si raccoglie tutta la tradizione di un popolo, che può così sopravvivere all’azione distruttiva del tempo.

Egli consacra la memoria delle azioni gloriose del passato, incitando all’emulazione, ma canta anche gli sconfitti e le loro sventure.

Il poemetto può essere suddiviso in altrettante parti:

  • Il testo è suddivisibile in quattro parti, secondo il suggerimento offerto dallo stesso autore. La prima parte (vv. 1-90) affronta il tema dell’utilità delle tombe e dei riti funerari. Da un punto di vista materialistico e laico, essi sono inutili, e certamente non riscattano per chi muore la perdita della vita.
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