Estratto del documento

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Istituto Salesiano “Don Bosco”

Villa Ranchibile

Scuola Secondaria di Primo Grado Paritaria

Via Libertà, 199 – tel. 091.625 20 56

90143 – Palermo

La morte dell’arte nell’età della tecnica

~ ~

R C

Rosario Croce

Tesi d’esame

Maturità classica

a.s. 2012-2013

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1 «Poeti del genere dei più arrischianti sono quelli che, rendendosi conto della mancanza di salvezza, della perdizione, si incamminano verso la traccia del Sacro. Il loro canto, al di sopra della Terra, salva. Il loro canto celebra l’integrità della sfera dell’essere... essi apportano ai mortali la traccia degli Dei fuggiti nelle tenebre della notte del mondo. I più arrischianti, in quanto cantori della salvezza, sono poeti nel tempo della povertà»

M. Heidegger, Perché i poeti?

2

Sommario

I. …………………………………………. p. 4

Introduzione H …………………………………………. p. 6

La profezia di Hegel

L …………………………………………. p. 7

La tecnica come metafisica

L’ …………………………………………. p. 12

La salvezza dell’arte

M …………………………………………. p. 15

Montale e la questione del dono

I: …………………………………………. p. 24

I greci e il dolore

Téchnē

L’ - ’ - ’ B …………………………………………. p. 29

Anti-verità e l’anti-linguaggio nell’opera di Beckett

L’ ……………

La nascita dell’arte moderna e il riduzionismo fenomenologico

………………………………………. p. 33

3

Introduzione

Questo breve scritto si pone l’obiettivo di tracciare un quadro, sebbene parziale e privo di ogni pretesa di esaustività, dello stato dell’esperienza artistica in relazione e sullo sfondo storico della tecnica, così come è stata acutamente delineata dal filosofo tedesco Martin Heidegger.

La prima parte di questo scritto è dedicata al chiarimento del significato che la tecnica assume in Heidegger, il quale fornisce una spiegazione di tecnica che non si riduce alla pura strumentalità dell’apparato tecnico, ma assume i caratteri fondanti del pensiero metafisico. La tecnica, nella visione heideggeriana, rappresenta l’ultima risposta che

1

l’uomo dà alla domanda fondamentale della metafisica: perché l’ente piuttosto che il nulla?

Questa risposta è però tragica perché se da un lato si presenta come la più efficace dal momento che realizza il dominio dell’uomo sull’ente, dall’altro rappresenta il compimento ultimo della metafisica occidentale, come oblio dell’essere. Sin da Platone l’Occidente ha cercato di ‘’ontificare’’ l’essere, e questo tentativo nasconde la volontà da parte dell’uomo di assicurarsi il dominio sull’accadere dell’ente. La tecnica ha realizzato tale dominio con la razionalizzazione del mondo tutto supportato dalla tecnologia avanzata e dalle scienze applicate. Ma come rimprovera Heidegger «ciò che l’uomo nella sua essenza è

Useremo qui il termine metafisica con due accezioni: la prima è quella classica che si identifica con le varie forme che la metafisica ha assunto nel corso della storia (da Platone fino alla Tecnica) e che Heidegger considera essere in ultima istanza nient’altro che delle forme di fisica, giacché studiano soltanto l’ente dimenticando l’essere; la seconda accezione si riferisce al tentativo di Heidegger di rifondare la metafisica a partire dall’essere, e quindi dalla domanda metafisica fondamentale.

4

l’ingannevole convinzione che attraverso la produzione, la trasformazione, l’accumulazione il governo e il governo delle energie naturali, l’uomo possa rendere agevole a tutti e in genere felice la situazione umana». Dietro questa volontà di dominio non è impossibile scorgere la volontà dell’uomo di esorcizzare il nulla e con questo la debolezza estrema dell’uomo odierno, il quale venendo meno al problema della morte e non realizzandosi così nel proprio nasconde in casa l’«ospite inquietante» del nichilismo.

Dasein,

Il senso dell’essere consiste invece in questo dell’ente che sporgendo dal

accadere

nulla si rivela come non-nascondimento, e quindi seguendo l’etimo della parola greca

. Recuperare il senso dell’essere, pensato come «evento» significa re-

come verità

ἀλήθεια,

cuperare soprattutto il senso dell’uomo e fare i conti con il nulla.

Presso i greci il linguaggio poetico era la forza stessa del linguaggio metafisico (della metafisica autentica). Oggi la tecnica ha indebolito l’arte fino a farla svanire. Ma resta ancora qualcosa da sperare, l’arte continua ad essere quel luogo privilegiato nel quale si verifica l’incontro dell’uomo con l’essere, e ai «poeti» è affidato il compito più rischioso ma salvifico di incamminarsi sulle tracce dell’essere. Il linguaggio poetico sarebbe infatti, secondo Heidegger, totalmente al di fuori del linguaggio, e quindi del pensiero tecnico, scientifico, filosofico e metafisico, e quindi avrebbe in sé la forza di far riconoscere agli uomini la loro condizione di indigenza, di «mancanza di fondamento»

Questo è secondo Heidegger il compito dell’arte, che storicamente si pone nei confronti del mondo della tecnica moderna in posizione di aperta rottura e inconciliabilità.

La seconda parte analizza il rapporto tra arte e tecnica, del quale sono stati messi in luce due tipi di relazioni, che, tuttavia, non devono essere pensati come indipendenti l’uno

La relazione dell’arte con la tecnica nella comunione o

dall’altro, ma compenetrantisi: I. 2

nella dissonanza del fare e del fare artistico col fare e il fare tecnico (a questo tipo di impostazione del problema si riferiscono i paragrafi sull’arte greca e l’arte moderna, i quali vogliono tratteggiare in maniera generale e «da lontano» la condizione dell’esperienza estetica attraverso l’osservazione di due fenomeni emblematici di un intero periodo storico, quali la tragedia, espressione di punta di tutta l’esperienza greca del mondo, e l’impressionismo, come fondamento e asse portante di tutta l’arte novecentesca;

Il secondo tipo di relazione si presenta come un’osservazione «da vicino» e maggior-

II.

mente specifica di come la tecnica, e in particolar modo il suo linguaggio, è stata avvertita

Fare artistico e fare tecnico sono accomunati, se non addirittura perfettamente identificati l’uno

2

all’altro, dalla parola con la quale in origine era indicata sia l’esperienza estetica che

τέχνη

l’esperienza fabbrile, ma mentre presso i greci le due attività erano accomunate dalla medesima essenza con l’avvento della tecnica come si è verificata una separazione tra fare poetico e fare tecnico in senso stretto.

poietica, Ge-stell

da due personalità, a nostro avviso, tra le più significative del ‘900 quali Eugenio Montale e Samuel Beckett: entrambi sembrano avvertire la portata del linguaggio tecnico, come espressione di quell’orizzonte di senso all’interno del quale si muove e agisce il nostro tempo, nella quale sembra non aver più spazio l’arte autentica. Ma se simili sono le premesse, differenti sono le soluzioni. Ma, si chiede, è ancora lecito parlare di soluzioni, o si tratta piuttosto di una tragica resistenza?

1. La profezia di Hegel

Le parole di Hegel sulla «morte dell’arte», come insufficienza dell’esperienza estetica a incarnare l’assoluto (compito, questo, affidato alla filosofia) si realizzano pienamente nel nostro tempo, nel quale l’assoluto (in forma non hegeliana ma che da lì deriva la sua essenza che ci giunge come distorta e nella forma di una caricatura) si è manifestato ed è apparso nella sua forma più compiuta e dispiegata come Tecnica.

La tecnica si presenta come la razionalizzazione completa del mondo organizzato, e verificabile dalle scienze. Hegel aveva previsto la sorte dell’arte ma con l’ottimismo di un uomo dell’Ottocento pensava che spostandosi dal centro della vita dell’uomo, avrebbe lasciato il posto alla scienza, dando a questa un significato completamente diverso da quello attribuitogli oggi. Hegel intendeva con scienza il ragionamento razionale della filosofia dialettica, mentre oggi la scienza come già accusava Husserl si è ridotta a esperimento, a mera considerazione dei fatti nella dimenticanza del senso generale.

È chiaro che quando Hegel parlava di morte dell’arte non pensava che si sarebbe smesso di dipingere, di fare statue, di fare musica o di scrivere poesie, ma pensava di dire qualcosa di più profondo. Secondo Hegel non bisognava ingannarsi e infatti scrisse:

«Per quanto splendide le effigi degli dèi greci ci possano sembrare, qualunque sia la dignità e la perfezione che possiamo trovare nelle immagini di Dio Padre, di Cristo e della Vergine Maria, tutto ciò è inutile: le ginocchia non le pieghiamo più»

3

L’arte ha perso qualsiasi capacità di coinvolgimento nell’esistenza dell’uomo, è diventata una fredda esperienza interessante, ma che non ci coinvolge più. È il caso di riferire qui le

G. W. Hegel, Estetica, Feltrinelli, Milano 1963, p. 25

3 W. F. Hegel 6

parole di Edgar Wind che si è espresso con estrema chiarezza circa la condizione di fruizione dell’arte nel mondo oggi. Scrive Wind in “Arte e anarchia”:

«In nessuna epoca della storia è stata offerta al pubblico, e ascoltata tanta musica come oggi; e probabilmente lo stesso vale per la letteratura. [...] Siamo molto inclini all’arte, ma l’arte non ci tocca molto profondamente, ed è per questo che ne possiamo assorbire tanta [...] è chiaro che il pubblico ha ormai sviluppato una forte immunità alle esposizioni. L’arte è così bene accetta perché ha perso il suo pungiglione» 4

Anche Heidegger, che rappresenta l’interlocutore privilegiato di questo scritto, ha scritto parole di profonda perplessità sul mondo dell’arte.

«Le opere si trovano e sono esposte nelle collezioni e nelle esposizioni. Ma questo è il modo di essere le opere che sono, o qui non sono altro che oggetti dell’“industria” artistica? Le opere sono offerte al godimento artistico pubblico e privato. Uffici pubblici assumono il compito della loro conservazione. Intenditori e critici d’arte si occupano di esse. Il commercio delle opere ne cura il mercato. La storia dell’arte assume le opere a oggetto di scienza. Ma in tutto questo indaffaramento incontriamo veramente l’opera d’arte?»

5

Capiamo quindi che si manifesta un campo di osservazione assai ambiguo dal momento che si continua a fare arte ma non la si ‘incontra’ in maniera essenziale, perché da un lato l’artista ha perso il suo pungiglione e lo spettatore è ‘vaccinato’ contro il pericolo dell’arte. Tutto questo si manifesta nella “sentenza” hegeliana che cercheremo di illuminare a partire dal concetto di tecnica, come essenza metafisica del mondo contemporaneo e tenteremo di mettere in luce la relazione e gli effetti che questa svolta storica ha riportato sul mondo dell’arte.

E. Wind, Arte e anarchia, Adelphi, Milano 1997, pp. 25-26

4 IND

M. Heidegger, La questione della tecnica, Saggi e discorsi, in Mursia, Milano 1976, pp. 25-26

5 Heidegger L 7

2. La tecnica come metafisica

2.1. Per una definizione non-strumentale di tecnica

6

Heidegger scrisse che la «tecnica non è qualcosa di tecnico» intendendo dire con questo che è un pensiero ingenuo quello che vorrebbe ridurre la portata della tecnica ad una semplice e innocua strumentalità. Prima di affrontare la posizione heideggeriana, vogliamo mostrare come l’idea di una definizione non-strumentale della tecnica è possibile anche senza entrare in quella nube, spesso troppo fitta, della filosofia. Nel campo dell’antropologia sono state avanzate ipotesi molto stimolanti a riguardo, limitiamoci ad osservare la teoria dell’antropologo francese Leroi-Gourhan.

Secondo Leroi-Gourhan l’uomo sarebbe sempre stato caratterizzato, sin dagli ominidi, per un’azione specifica che consisterebbe nel porre “fuori di sé”. Un’azione di questo tipo ha fatto nascere nell’uomo l’oggetto tecnico, il quale più che il risultato di una progettazione consapevole mirata a sopperire alle mancanze, sarebbe stato uno sconfinamento dell’organico nell’inorganico. Questo atteggiamento è esclusivo all’uomo, e ha contribuito in grandissima parte alla netta distinzione venutasi a creare nel tempo tra l’uomo e gli altri animali. Secondo Leroi-Gourhan infatti “tutta l’evoluzione umana contribuisce al porre al di fuori dell’uomo ciò che nel resto del mondo animale corrisponde all’adattamento specifico”. Diciamo di più: l’“essenziale” dell’uomo si trova in certa maniera fuori di lui.

La tecnica dunque avrebbe una relazione essenziale con l’uomo e non di semplice strumentalità, sarebbe anzi un modo d’essere dell’uomo

7.

Giungiamo così a una prima conclusione: la tecnica non può essere pensata in senso meramente strumentale, come semplice mezzo per realizzare determinati fini, ma deve essere sempre pensata come un’oggettivazione (o usando un linguaggio hegeliano potremmo dire un’alienazione) dell’uomo nell’inorganico.

Chiarito questo punto, non è facile capire quale potere di controllo possa avere l’uomo sulla tecnica, dal momento che questa si presenta come “secrezione originaria dell’uomo”. È l’uomo il progettista della tecnica o piuttosto il progettato?

M. Heidegger, La questione della tecnica, Saggi e discorsi, in Mursia, Milano 1976, p. 9

6 Heidegger L 8

2.2. L’essenza della tecnica

Per rispondere a questa esigenza di chiarimento facciamo riferimento alle considerazioni che il filosofo tedesco Martin Heidegger compie in un saggio del 1953 dal titolo

8

“La questione della tecnica”.

In questo saggio Heidegger partendo dal concetto di strumentalità in sé giunge ad una definizione non-strumentale della tecnica. Non si comprende il discorso heideggeriano se non lo si inserisce all’interno di quella generale riflessione che impegna Heidegger dopo la stesura di Essere e Tempo, ovverossia il problema dell’essere. Heidegger intende riscoprire il senso dell’essere, a partire dalla negazione di tutta la storia dell’Occidente come oblio dell’essere, il quale da Platone a Nietzsche, il quale ha cercato di spiegare l’essere, considerandolo come un ente, smarrendo la differenza ontico-ontologica, tra l’essere e l’ente. Platone ha ‘’ontificato’’ l’essere nella forma delle idee, il cristianesimo con Dio, Cartesio con il soggetto rappresentativo vero preludio alla scienza moderna. A questo corrisponde uno slittamento del senso della verità da ἀλήθεια a ὀρθότης, per cui la verità non sarebbe più come suggerisce l’etimo greco carattere coestensivo dell’essere, ma la correttezza dello sguardo del soggetto umano che coglie l’ente nel suo esser presente. In questo cambiamento di prospettiva si fonda la metafisica e la sua storia diventa per Heidegger storia della dimenticanza dell’essere in favore del primato dell’ente e quindi del soggetto. Ma la storia della metafisica in quanto oblio dell’essere è già di per sé nichilismo, giacché

«l’essenza del nichilismo è la storia nella quale dell’essere stesso non ne è niente»

9

Secondo Martin Heidegger la tecnica è un modo del dis-velamento dell’esistente,

10

un modo di darsi della verità in quanto ἀλήθεια. Ma «che ha da fare – si chiede Heidegger – l’essenza della tecnica con il disvelamento? Rispondiamo: tutto. Giacché nel disve-

M. Heidegger, La questione della tecnica, Saggi e discorsi, in Mursia, Milano 1976. Originariamente è il contenuto di una conferenza tenuta il 18 novembre 1953 presso la Technische Hochschule di Monaco.

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Sintesi

Sintesi tesina sulla morte dell'arte nell'età della tecnica

Questa tesina di maturità si pone l’obiettivo di tracciare un quadro, sebbene parziale e privo di ogni pretesa di esaustività, dello stato dell’esperienza artistica in relazione e sullo sfondo storico della tecnica, così come è stata acutamente delineata dal filosofo tedesco Martin Heidegger. La prima parte della tesina è dedicata al chiarimento del significato che la tecnica assume in Heidegger, il quale fornisce una spiegazione di tecnica che non si riduce alla pura strumentalità dell’apparato tecnico, ma assume i caratteri fondanti del pensiero metafisico. La tecnica, nella visione heideggeriana, rappresenta l’ultima risposta che l’uomo dà alla domanda fondamentale della metafisica: perché l’ente piuttosto che il nulla? Questa risposta è però tragica perché se da un lato si presenta come la più efficace dal momento che realizza il dominio dell’uomo sull’ente, dall’altro rappresenta il compimento ultimo della metafisica occidentale, come oblio dell’essere. Sin da Platone l’Occidente ha cercato di ‘’ontificare’’ l’essere, e questo tentativo nasconde la volontà da parte dell’uomo di assicurarsi il dominio sull’accadere dell’ente. La tecnica ha realizzato tale dominio con la razionalizzazione del mondo tutto supportato dalla tecnologia avanzata e dalle scienze applicate. Ma come rimprovera Heidegger «ciò che l’uomo nella sua essenza è l’ingannevole convinzione che attraverso la produzione, la trasformazione, l’accumulazione, il governo e il governo delle energie naturali, l’uomo possa rendere agevole a tutti e in genere felice la situazione umana».</p>

Dietro questa volontà di dominio non è impossibile scorgere la volontà dell’uomo di esorcizzare il nulla e con questo la debolezza estrema dell’uomo odierno, il quale venendo meno al problema della morte e non realizzandosi così nel proprio Dasein, nasconde in casa l’«ospite inquietante» del nichilismo. Il senso dell’essere consiste invece in questo accadere dell’ente che sporgendo dal nulla si rivela come non-nascondimento, e quindi seguendo l’etimo della parola greca ἀλήθεια, come verità. Recuperare il senso dell’essere, pensato come «evento», significa recuperare soprattutto il senso dell’uomo e fare i conti con il nulla. Presso i greci il linguaggio poetico era la forza stessa del linguaggio metafisico (della metafisica autentica). Oggi la tecnica ha indebolito l’arte fino a farla svanire. Ma resta ancora qualcosa da sperare, l’arte continua ad essere quel luogo privilegiato nel quale si verifica l’incontro dell’uomo con l’essere, e ai «poeti» è affidato il compito più rischioso ma salvifico di incamminarsi sulle tracce dell’essere. Il linguaggio poetico sarebbe, infatti, secondo Heidegger, totalmente al di fuori del linguaggio, e quindi del pensiero tecnico, scientifico, filosofico e metafisico, e quindi avrebbe in sé la forza di far riconoscere agli uomini la loro condizione di indigenza, di «mancanza di fondamento».</p>

Collegamenti

Tesina sulla morte dell'arte nell'età della tecnica

  • Filosofia: Thomas Heidegger.
  • Italiano: Eugenio Montale.
  • Storia dell'arte: L'arte moderna.
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