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Il mito classico rielaborato dalla cultura occidentale

A.S. 2008/2009 Liceo scientifico Wiligelmo, Modena

Tesina di Federico Gozzi

5^D

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In questa tesina saranno trattati:

  • Introduzione generale.
  1. Letteratura latina: Ovidio – Le Metamorfosi, breve analisi dell’opera.
  2. “Metamorphoses, III, 402-510. Mito di Narciso innamorato.
  3. Letteratura inglese: Mary Shelley – “Frankenstein or the modern Prometheus”.
  4. Letteratura italiana: Ugo Foscolo – “A Zacinto”.
  5. “Le Grazie”.
  6. Storia dell’arte: Antonio Canova – “Le tre Grazie”.
  7. Storia: Fascismo – Il mito della Roma Imperiale durante il fascismo.
  8. E oggi, che senso diamo al mito?

Introduzione

Questa tesina ha lo scopo di sottolineare come il mito e la mitologia classica (greca, poi ripresa, per la maggior parte, dai Romani) siano alla base della cultura occidentale, in vari modi; in questa tesina saranno trattati scrittori, artisti e persino civiltà che, nonostante epoche diverse, hanno in comune una cosa nel loro percorso: la ripresa e il riadattamento, secondo i loro scopi, del mito greco e romano.

Sebbene tutte le culture del mondo abbiano creato i loro miti, questo termine è greco e all'interno della cultura di questo mondo ha un significato ben preciso.

La parola "mito" deriva da:

mythos (μῦθος) - che in greco classico significa approssimativamente discorso a voce o

  • Parole senza fatti.

Anche il termine “mitologia” è chiaramente una parola che deriva dal mito e assieme a mythos è composta da:

logos (λόγος) - che in greco classico può significare

  • L'espressione (orale o scritta) del pensiero.
  • La capacità di una persona di esprimere il proprio pensiero (il logos interiore).

o

Quindi che cos’è il mito?

Il mito infatti è una storia, quasi un racconto, che ha come scopo quello di spiegare i misteri del mondo, le sue origini, i suoi valori, il suo senso, di definire le relazioni tra gli dei e gli uomini. In altre parole, è un tentativo di dare risposte ai quesiti fondamentali che l’uomo si è posto e continua a porsi.

Anche quando il racconto appare poco verosimile, ha un significato profondo, perché esprime la rappresentazione che una società fa di se stessa e della sua collocazione nell’universo.

Numerosi miti tracciano la storia della creazione dell’universo e dell’umanità: quello di interrogarsi sulle proprie origini è infatti uno dei primi bisogni dell’uomo, che si ritrova in ogni epoca e ad ogni latitudine.

Ovidio, poeta del mito

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona, piccola città ancor oggi esistente con lo stesso nome in provincia de L’Aquila, nel 43 a.C. da famiglia equestre. Si dedicò totalmente all’attività letteraria ed entrò in contatto con i maggiori poeti del tempo.

L’intera sua vita è contemporanea a quella di Augusto; dato molto significativo da ricordare perché segnò la sua rapida rovina.

All’improvviso, e per motivi che restano ancora oscuri, nell’8 d.C. Ovidio viene coinvolto in uno scandalo con la famiglia imperiale; dunque Augusto lo condannò alla relegazione (una forma di esilio che consentiva il mantenimento dei beni e della cittadinanza) a Tomi, l’attuale Romania.

Ovidio tentò in tutti i modi di fare ritorno, prima presso Augusto poi presso Tiberio, ma non riuscì mai a ritornare e morì a Tomi nel 17 o 18 d.C.

Metamorphoses

Soltanto di quattro versi è il proemio alle Metamorphoses (Le Metamorfosi), la più ampia opera ovidiana (ben quindici libri): A narrare il mutare delle forme in corpi nuovi.

In nova fert animus mutatas dicere formas mi spinge l’estro. O dei, se vostre sono queste metamorfosi.

corpora. Di, coeptis (nam vos mutastis et illa) ispirate il mio disegno, cos’ che il canto delle origini.

adspirate meis primaque ab origine mundi del mondo si snodi ininterrotto sino ai miei giorni.

ad mea perpetuum deducite tempora carmen.

L’opera, di stampo epico (e dunque in esametri), raccoglie oltre duecento storie di trasformazione, i cui protagonisti sono celebri personaggi del mito.

Come dichiarato nel proemio, Ovidio delinea una narrazione che, partendo dalle prime origini del mondo, arriva fino all’epoca contemporanea.

Si tratta di un’enorme poema, privo di un protagonista; o meglio, che ha il suo “protagonista” in un concetto astratto: quello della mutazione, del continuo processo di trasformazione che si lascia rintracciare nella natura e nella storia.

Principio ispiratore dell’opera è la teoria filosofica di Pitagora della metempsicosi secondo la quale “tutto muta, nulla perisce”; “la trasformazione”, infatti, è il filo conduttore, il nucleo narrativo della poesia: dèi si fanno uomini, uomini divengono dèi, oggetti inanimati si animano, esseri viventi si trasformano in oggetti, animali assumono le sembianze umane, uomini si trasformano in bestie, in un susseguirsi fantasioso di favole poetiche.

Rielaborando una materia vasta e complessa proveniente da varie fonti latine e greche, da poeti e da filosofi, Ovidio struttura organicamente, in un poema di 15 libri, circa 250 leggende del mondo antico.

Grazie alla sua opera di raccolta e di conservazione, Ovidio ha permesso alle generazioni future di poter accedere alla conoscenza e alla bellezza dei miti; materia che prima di lui era frammentaria, distribuita senza un fine preciso tra singole opere e racconti orali tramandati di generazione in generazione.

Perciò qualsiasi artista, scrittore o personaggio, venuto dopo Ovidio, che nella sua vita abbia trattato del mito, certamente come punto di partenza o come ispirazione ha trovato nell’opera ovidiana ciò che cercava.

Narciso innamorato

Nel libro III delle Metamorfosi, nei versi 402-510 si conclude il mito di Narciso.

Secondo il mito narrato da Ovidio Narciso era un bellissimo giovane, di cui tutti, sia donne che uomini, si innamoravano alla follia.

Tuttavia Narciso preferiva passare le sue giornate cacciando, non curandosi delle sue spasimanti; tra queste era la ninfa Eco, condannata da Giunone a ripetere le ultime sillabe delle parole che le venivano rivolte, poiché le sue chiacchiere distraevano la dea, impedendole di scoprire gli amori furtivi di Giove. Rifiutata da Narciso la ninfa, consumata dall'amore, si nascose nei boschi fino a scomparire e a restare solo un'eco lontana.

Non solo Eco, ma tutte le giovani ed i giovani disprezzati da Narciso, invocarono la vendetta degli dei.

“Sic amte ipse licet, sic non potiatur amato!”

“Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama!”

Perciò Narciso venne condannato, da Nemesi (dea della vendetta), ad innamorarsi della sua immagine riflessa nell’acqua.

Vani sono i tentativi di comunicare con la creatura bellissima che si intravede sotto il filo dell’acqua, il cui fascino lo cattura completamente. Disperato perché non avrebbe potuto soddisfare la passione che nutriva, si struggeva in inutili lamenti, ripetuti da Eco.

Resosi conto dell'impossibilità del suo amore Narciso si lasciò morire. Quando le Naiadi e le Driadi cercarono il suo corpo per poterlo collocare sul rogo funebre, trovarono vicino allo specchio d'acqua il fiore omonimo.

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