Martina Simonato
Collegio Vescovile Barbarigo - III Liceo Classico
Anno scolastico 2009-2010
Metamorfosi
Storia dell’arte: G. L. Bernini, Apollo e Dafne
Latino: Ovidio, Metamorfosi
Riferimenti nella letteratura latina e greca
Virgilio, Eneide III, 19-68 (Polidoro)
Omero, Odissea IV, 454-458 (Proteo); Odissea X, 233-243 (Circe)
Italiano: G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto
Riferimenti nella letteratura italiana ed europea
Dante, Divina Commedia, Inferno XIII, 22-45 e 94-108 (Pier della Vigna & suicidi) Inferno XXV, 49-78 (Vanni Fucci & ladri)
F. Kafka, La metamorfosi
Filosofia: F. W. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Delle tre metamorfosi
Introduzione
Ho scelto il tema della metamorfosi perché ho trovato molto affascinante incontrarlo nelle diverse opere artistiche e letterarie, e vedere come i vari autori l’abbiano interpretato in modi tanto diversi –o simili- a seconda dell’epoca in cui sono vissuti, quindi del contesto storico, politico e culturale in cui erano inseriti, e nondimeno delle loro esperienze personali, di ciò che li attraeva e li spaventava per i propri gusti e le proprie ideologie.
Inoltre, a ben guardare, è un tema che rispecchia il modo di essere di ogni essere umano: la metamorfosi, intesa come cambiamento sia esteriore sia interiore, si riscontra in ogni età della vita. Può avvenire in modo inconsapevole, dal momento che ogni giorno viviamo esperienze e incontriamo persone nuove -che spesso non scegliamo- che ci danno qualcosa di nuovo e ci cambiano; ma anche quando persone ed esperienze non ci sono nuove, perché noi stessi siamo in continua evoluzione. Oppure le nostre metamorfosi possono essere da noi stessi desiderate, quando certi ambienti e situazioni cominciano a starci stretti, quando aspiriamo a qualcosa di più di quello che effettivamente abbiamo, quando desideriamo di essere diversi per migliorarci, piacerci, piacere.
Storia dell’arte
Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne
Bernini riesce a conferire alle due figure un senso di movimento prima di allora sconosciuto alla tradizione scultorea. La gamba sinistra di Apollo, infatti, appare sollevata dal suolo nell’atto della corsa. Il leggiadro corpo nudo di Dafne,
L’artista rappresenta il momento in cui Apollo, il dio greco della musica e delle profezie, sta per raggiungere la bellissima ninfa Dafne di cui si era perdutamente innamorato a causa di una freccia scagliatagli malevolmente da Eros. La sventurata Dafne, pur di sottrarsi alla non corrisposta passione del dio, chiede e ottiene dal proprio padre Penèo di essere tramutata in una pianta di alloro che, in greco, si chiamava appunto “dafne”.
Invece, per sfuggire all’indesiderato abbraccio si inarca in avanti, con un colpo di reni, in un ultimo anelito di libertà. La sfortunata ninfa urla disperata e, mentre Apollo sta già ghermendola con la mano sinistra, i capelli e le mani iniziano a trasformarsi in rami di alloro, mentre le dita dei piedi diventano radici che le bloccano la corsa e la liscia pelle del corpo si è già fatta ruvida corteccia.
Il prevalere delle linee curve, la studiata grazia dei panneggi, la morbida levigatezza con la quale è trattato il marmo dei corpi, sono altrettanti espedienti grazie ai quali l’artista svincola il proprio linguaggio da quello specifico della scultura, cercando nuovi effetti di tipo pittorico. È il caso, ad esempio, delle palpitanti membra di Dafne che si stanno lentamente tramutando in alloro: il prodigio è reso con tanta
Si tratta di una scena di commossa drammaticità, che il Bernini sa però ricondurre a una dimensione di composta e classica armonia. La naturalezza da superare i limiti stessi del marmo, arrivando a evocare i colori della pittura e le forme della realtà.
Latino
Ovidio, Metamorfosi
Publio Ovidio Nasone (43 a.C. – 17 d.C.) compose le “Metamorfosi” tra il 3 e l’8
relegatio
d.C., poco prima della a Tomi, a causa della quale rimasero incompiute. Il titolo deriva dal verbo greco μεταμορφόω (<trasformare/trasformarsi>) e individua il filo conduttore dell’intera opera, le trasformazioni appunto. Le “Metamorfosi” sono una commistione di più generi letterari e non sono quindi facilmente inquadrabili in un settore specifico: si avvicinano all’epica dal punto di vista formale (i quindici libri sono infatti scritti in esametri, 12000 come per l’”Eneide” virgiliana) e in parte contenutistico (per l’uso dei miti), ma per l’organizzazione di tale contenuto sono invece assimilabili al genere del romanzo. In particolare si presentano come un romanzo a cornice: vi è infatti una sorta di “contenitore”, un impianto generale, al cui interno sono posti diversi racconti e miti; fra di essi non c’è una vera e propria continuità, ma vi sono fragili elementi di collegamento tra l’uno e l’altro.
L’obiettivo dell’autore era quello di narrare l’origine del mondo, un argomento già trattato da autori precedenti come Virgilio e Lucrezio, e arrivare fino all’età a lui contemporanea. Il poema, che comprende circa 250 racconti di <trasformazione>, può essere suddiviso in tre macrosequenze: storie degli dèi (libri I-VI), storie degli eroi (libri VII-XI), storie di personaggi della Roma arcaica che hanno fatto la storia (libri XII-XV). Il tutto è aperto da un Prologo iniziale (I, 5-450), composto alla fine, e concluso da un Epilogo finale (XV, 745-870).
Per quanto riguarda le fonti, Ovidio si rifece a diversi autori latini e greci precedenti: Esiodo (“Teogonia”), Omero (“Iliade”, “Odissea”) e Callimaco (“Aitia”) per quanto riguarda l’ambito greco; Ennio (“Annales”), Virgilio (“Eneide”), Lucrezio (“De rerum natura”) e Lucano (“Bellum civile”/”Farsalia”) per quanto concerne l’ambito latino.
Metamorphoses I, 540-567 540 qui tamen insequitur pennis
(Apollo e Dafne) adiutus Amoris,
541 ocior est requiemque negat
tergoque fugacis Ma lui che l'insegue, con le ali d'amore
542 inminet et crinem sparsum in aiuto,
cervicibus adflat. corre di più, non dà tregua e incombe
543 viribus absumptis expalluit illa alle spalle della fuggitiva, ansimandole
citaeque sul collo fra i capelli al vento.
544 victa labore fugae spectans Senza più forze, vinta dalla fatica di
Peneidas undas quella corsa
545 'fer, pater,' inquit 'opem! si flumina allo spasimo, si rivolge alle correnti del
numen habetis, Peneo e:
546 qua nimium placui, mutando perde «Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi
figuram!' avete qualche potere,
547 [quae facit ut laedar mutando dissolvi, mutandole, queste mie
perde figuram.] fattezze per cui troppo piacqui».
548 vix prece finita torpor gravis
occupat artus, 553 Hanc quoque Phoebus amat
549 mollia cinguntur tenui praecordia positaque in stipite dextra
libro, 554 sentit adhuc trepidare novo sub
550 in frondem crines, in ramos cortice pectus
bracchia crescunt, 555 conplexusque suis ramos ut
551 pes modo tam velox pigris membra lacertis
radicibus haeret, 556 oscula dat ligno; refugit tamen
552 ora cacumen habet: remanet nitor oscula lignum.
unus in illa.
Ancora prega, che un torpore profondo Anche così Febo l'ama e, poggiata la
pervade le sue membra, mano sul tronco,
il petto morbido si fascia di fibre sottili, sente ancora trepidare il petto sotto
i capelli si allungano in fronde, le quella nuova corteccia
braccia in rami;