La memoria storica
A cura di Maria Luisa Fonte
Quando avveniva che la sventura stava per abbattersi sul suo popolo, il Baal-Shem Tov usava ritirarsi in raccoglimento in un dato punto del bosco. Ivi giunto, accendeva un fuoco e recitava al cielo una preghiera: e il miracolo si compiva, e la sventura era scongiurata.
Gli anni passarono: e toccò al suo discepolo, il Maghid di Mesritsch, intervenire per scongiurare le sventure che via via, minacciose, si profilavano. In quei momenti, il Maghid si recava nel bosco e diceva: “Signore del cielo, prestami ascolto. Come vada acceso il fuoco non lo so, nessuno me lo ha insegnato oppure l’ho dimenticato. Però la preghiera sono ancora capace di recitarla, e credo che basterà”. E il miracolo si compiva.
Gli anni passarono, nubi cariche di sventura si addensavano.
Dal suo ritiro nascosto nel bosco Rabbi Moshe Loeb di Sasow diceva: “Non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera: perché nessuno mi ha insegnato il modo e le parole, oppure perché io stesso li ho dimenticati. Però il luogo so come trovarlo, e forse basterà”.
E ancora il miracolo si compiva.
Poi toccò a Rabbi di Rizin scongiurare le minacce che incombevano sul suo popolo. Seduto su un pancaccio, si prese il capo fra le mani e mormorò: “Non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera, non so più trovare quel punto nel bosco: niente di tutto questo so, nessuno me l’ha insegnato oppure l’ho dimenticato. Tutto quel che so fare, è tener viva la memoria di questa storia: basterà?”
Dalla tradizione orale dei Hassidim
Presentazione
Il percorso tocca ambiti diversi tra loro, la filosofia, la sociologia, la storia, la letteratura latina, greca e italiana; tutti gli argomenti trattati sono uniti da un filo che li lega indissolubilmente: il concetto secondo cui la memoria storica è necessaria e corre il rischio di non esserlo più.
In quanto sapere essa ha subito gli influssi dei cambiamenti della società, in particolare, nell’età postmoderna teorizzata da Lyotard, il sapere della memoria storica è diventato una conoscenza che si identifica con il concetto di informazione: questo non fa che renderla alle dipendenze della potenza insidiosa dei mass-media.
“L’antico principio secondo il quale l’acquisizione del sapere è inscindibile dalla formazione (Bildung) dello spirito, e anche della personalità, cade e cadrà sempre in disuso” questa è la realtà del mondo in cui viviamo: la società non richiede più all’individuo di “essere”, la giustificazione a “il sapere viene e verrà prodotto per essere venduto, e viene e verrà tutto ciò è data dal fatto che consumato per essere valorizzato in un nuovo tipo di produzione: in entrambi i casi, per essere scambiato.”
Dunque oggi si parla di sapere funzionale al guadagno, la memoria viene così spezzettata e usata a proprio piacere.
Al termine del mio corso di studi mi sono accorta di essere prossima alla fine portando in me un’eredità; mi sono resa conto del duplice volto della memoria, aedo ma contemporaneamente storico, ho allora cercato di individuare chi, oggi, si è preso l’onere nella nostra società di salvaguardare la memoria del passato.
Ho individuato un testimone in Primo Levi, cantore sofferto del nostro secolo che aveva lasciato parte dell’anima ad Auschwitz, ma a questo punto, riflettendo su quell’eredità che ho acquisito, ho concluso che io e altri che hanno percorso il mio stesso iter di studi siamo clandestini in questa nuova società. Così riconoscendo quegli ideali che mi hanno paradossalmente ancorata alla concretezza in questi anni, è nata l’intenzione di questo percorso: analizzare la memoria storica, cercando di diventarne custode.
La memoria è una mappa criptata il cui codice d’accesso è la volontà di ricordare
Viviamo in tempi ove la memoria storica serpeggia tra l’evocazione del passato, la visualizzazione del presente, il vaneggiamento del futuro.
Il nostro tempo, e in particolare la seconda metà del XX secolo in cui la memoria con la dimenticanza è stato spesso strumento consapevole dei nuovi saperi, è stato caratterizzato da uno sviluppo tecnologico e scientifico vertiginoso che ha avuto ricadute immediate sulla vita quotidiana e sulla società in genere. Il filosofo francese Jean-François Lyotard individua la caratteristica fondante della nostra epoca chiamata postmoderna nel venir meno delle “grandi narrazioni” metafisiche – illuminismo, idealismo, marxismo- che avevano giustificato ideologicamente la coesione sociale e ne avevano ispirato le utopie rivoluzionarie. Si è assistito dunque al progressivo declino del pensiero totalizzante: sin dall’Umanesimo l’uomo aveva reperito una ragione d’essere, una legittimazione dicendosi erede di un’antichità venerabile, l’uomo moderno a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento si sentiva votato alla fiducia nel progresso in quanto incarnava il punto di arrivo della storia, mentre all’uomo postmoderno non rimane che lo scetticismo: gli si pone ora, in un mondo in cui c’è la dissoluzione delle verità, il problema di reperire criteri di giudizio e di legittimazione che abbiano valore locale e non universale.
La storia tramandata dalla tradizione si configura quindi come strumento di ricerca per una continuità, un mezzo che attraverso la memoria storica definisce la coscienza di ciò che è accaduto al fine di interpretare ciò che è.
Avere una memoria storica ha costituito in passato un alto obiettivo per una società di uomini imprigionati e attanagliati da un paradosso: il desiderio di poter dimenticare ciò che è stato, l’ambizione di ricordare e trovare una continuità con ciò che è avvenuto, cercando così di trasporre nella prassi la definizione degli antichi di “storia maestra di vita”.
Troviamo come rappresentanti dei due poli opposti del paradosso due filosofi: Nietzsche e Hegel.
Il primo ritiene che l’infelicità dell’uomo sia causata dal pesante fardello del passato: egli vive in “l’esistenza è solo un “modo storico” ed è portato inevitabilmente a rendersi conto del fatto che “ininterrotto essere stato”. “ciò che non è storico e ciò che è storico
Così, Nietzsche afferma che sono ugualmente necessari per la salute di un individuo, di un popolo e di una civiltà”.
Dunque l’oblio è necessario alla vita, la possibilità di dimenticare il passato è funzionale al presente. La storia basata sulla memoria storica deve “servire” la vita, mentre rischia di paralizzarla e incatenare l’uomo al passato offrendogli niente più che un’arida “istruzione senza vivificazione”.
Nietzsche scrive: “solo per la forza di usare il passato per la vita e di trasformare la storia passata in storia presente, l’uomo diventa uomo”; la visione di questo filosofo non è certo ottimista: egli, infatti, intende proporre queste considerazioni (chiamate da lui stesso “inattuali”) per smascherare e criticare la società in cui vive, una società malata della malattia storica il cui promotore è stato Hegel. Quest’ultimo ha portato l’uomo a considerarsi passivo epigono del passato, lo ha portato all’“idolatria del fatto”. “generazione di eunuchi”
I contemporanei di Nietzsche rappresentano un caratterizzati da una “generazione di eunuchi” personalità debole destinata ad essere cancellata dalla storia e dalla memoria.
Essi sono criticati in quanto credono di essere i vincitori al culmine del processo storico ma essi non sanno che riconoscere ciò che nel passato è grande e va preservato e tramandato è possibile solo “con la massima forza del presente”, “solo nella più forte tensione delle qualità più nobili”: Nietzsche non crede certo al progresso di cui si vantano gli uomini del suo tempo.
Dunque l’uomo deve saper limitare la memoria del passato fin dove essa non limita la vita e deve saper far uso cioè dell’“antistorico”, “la forza e l’arte di poter dimenticare”, e del “sovrastorico”, ossia l’arte e la religione, cioè “le potenze che distolgono lo sguardo dal divenire, volgendolo a ciò che dà all’esistenza il carattere dell’eterno e dell’immutabile”.
Simmetricamente opposta è la concezione della storia e del passato di Hegel.
Egli rappresenta il versante storicistico per cui la realtà stessa è la storia. La filosofia è strettamente legata alla storia che rappresenta l’orizzonte e la dimensione fondamentale della realtà stessa.
La filosofia dunque deve volgersi al passato, poiché solo con lo sguardo rivolto al passato si può comprendere il presente: c’è infatti uno stretto legame tra le due dimensioni temporali, esse sono connesse dalla necessità che determina il divenire storico.
La concezione hegeliana di storia è essenzialmente ottimista: la realtà è divenire, è processo; tale processo è governato dalla razionalità che progredisce verso una meta che intende raggiungere, essa è progresso verso la libertà.
Ma tutto ciò che avviene nella storia è opera di Dio. Analizzare il passato significa comprendere che esso è la realizzazione del piano di Dio, anzi la storia è ben più di questo, essa è “la rappresentazione del processo divino, assoluto, dello Spirito nelle sue forme più alte, del graduale processo attraverso il quale raggiunge la sua verità, l’autocoscienza”.
La storia come luogo del divino non può che essere positiva e orientata al progresso. Il contenuto stesso della storia è razionale. Il processo storico è l’attuarsi della libertà dello Spirito attraverso l’umanità.
Innanzitutto, nella storia lo spirito divino vive come Spirito del mondo che si incarna di volta in volta nello spirito di un popolo. “individuo determinato di natura universale”, Lo spirito nella storia non è infatti un singolo, ma un Volkgeist), cioè lo Spirito che vive nella coscienza di un popolo ( costituito da tutti quei caratteri unitari e specifici che formano un’identità storica.
La storia, in quanto mutamento implica anche il tramonto di ciò che è stato bello, la rovina di ciò che è stato potente, ma dalla morte rinasce la vita, lo Spirito che agisce nella storia ringiovanisce.
Così, quando lo Spirito di un popolo giunge al suo compimento, lascia spazio all’affermarsi dello Spirito di un altro popolo: da questa tensione di forze, il morire e il rinascere, scaturiscono la crescita e il progresso della civiltà umana.
Per Hegel perciò, volgere lo sguardo al passato non è altro che guardare la storia della libertà.
La memoria storica costituisce quindi “un” sapere, oggetto di analisi rispetto alle trasformazioni sociali, culturali, economiche e politiche.
Dunque si pone la questione: in quale misura la memoria storica è oggettivamente utile all’uomo?
Secondo Lyotard e quindi in un’ottica sociologica postmoderna, le conoscenze storiche “invece di essere diffuse in virtù del loro valore formativo o della loro importanza politica (amministrativa, diplomatica, militare), vengano fatte circolare negli stessi circuiti della moneta, e l’opposizione che le definisce cessi di essere sapere/ignoranza per divenire la stessa della moneta, conoscenza dei mezzi di pagamento/conoscenza dei mezzi di investimento”: dato ciò quanto il sapere storico è “utile” al sistema sociale, oppure quanto esso è “disfunzionale” al sistema stesso?