Estratto del documento

Il lavoro rende liberi

Al termine del mio ciclo di studi, ho voluto realizzare un percorso multidisciplinare in cui la parola chiave è il lavoro.

Purtroppo, nell’attuale contesto di crisi economica, soprattutto per noi giovani, questo sta diventando sempre più un miraggio. Capita sempre più spesso, infatti, che molti giovani, pur avendo un diploma o addirittura un titolo universitario, stentino ad occupare una condizione stabile, nonostante proprio il lavoro sia uno dei fondamenti della nostra società.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

L’articolo 1 della Costituzione italiana sancisce: “…”.

Il lavoro vi è assunto, cioè, come valore costituzionale essenziale. La Costituzione ne riconosce, ne tutela e ne indirizza:

  • Il valore economico, ovvero il lavoro inteso come mezzo di soddisfazione dei bisogni umani, negli articoli da 35 a 40;
  • Il valore sociale, ovvero il lavoro inteso come ambito nel quale contribuire al bene comune e ottenere un riconoscimento sociale, nell’articolo 4, che sancisce il diritto/dovere al lavoro;
  • Il valore personale, inteso come spazio per la valorizzazione del talento individuale e per la realizzazione personale, ancora nell’articolo 4, che tutela le scelte del lavoratore e la sua elevazione formativa e professionale.

Il lavoro è dunque il fondamento del nostro vivere civile, della realizzazione personale di ciascuno di noi, la fonte principale per la soddisfazione dei nostri bisogni. Il lavoro ci ha reso liberi e attori principali nel gestire il nostro percorso di autodeterminazione individuale e collettiva. Ci ha permesso di avere un’esistenza dignitosa e, per questi motivi, i temi del lavoro sono stati e sono tra i temi più sensibili, poiché riguardano le condizioni di vita materiale di milioni di uomini, donne, giovani o adulti.

Karl Marx, tra i filosofi maggiormente influenti sul piano politico, filosofico ed economico nella storia del Novecento, ne “L’ideologia tedesca”, afferma:

“Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale. Il modo in cui gli uomini producono i loro mezzi di sussistenza dipende prima di tutto dalla natura dei mezzi di sussistenza che essi trovano e che debbono riprodurre.

Questo modo di produzione non si deve giudicare solo in quanto è la riproduzione dell’esistenza fisica degli individui; anzi esso è già un modo determinato dall’attività di questi individui, un modo determinato di estrinsecare la loro vita, un modo di vita determinato. Come gli individui esternano la loro vita, così essi sono. Ciò che essi sono coincide dunque con la loro produzione, tanto con ciò che producono quanto col modo come producono. Ciò che gli individui sono dipende dunque dalle condizioni materiali della loro produzione”.

E ancora: “Ma il vivere implica prima di tutto il mangiare e bere, l’abitazione, il vestire e altro ancora. La prima azione storica è dunque la creazione dei mezzi per soddisfare questi bisogni, la produzione della vita materiale stessa, e questa è precisamente un’azione storica, una condizione fondamentale di qualsiasi storia, che ancora oggi, come millenni addietro, deve essere compiuta ogni giorno e ogni ora semplicemente per mantenere in vita gli uomini”.

Per Marx quindi alla base della storia vi è il lavoro, che egli intende come creatore di civiltà e di cultura e come ciò attraverso cui l’uomo si rende tale, emergendo dall’animalità primitiva e distinguendosi dagli altri esseri viventi.

Il lavoro però non è stato in tutte le epoche strumento di realizzazione dell’uomo, non ha avuto sempre una valenza così positiva e costruttiva ed è proprio su questo che verterà la mia relazione.

Le parole “il lavoro rende liberi”, che ho utilizzato come titolo, campeggiano ancora oggi sull’entrata principale del lager tedesco di Auschwitz. Nella lingua germanica la frase diventa “Arbeit macht frei”. Si tratta di una specie di beffa che veniva fatta ai danni dei poveri prigionieri ebrei, i quali proprio attraverso gli stenti e i lavori forzati del lager avrebbero conquistato la libertà definitiva, la morte.

Un tipo di lavoro quindi coatto, costrittivo, lontano dall’essere strumento di emancipazione e soddisfazione personale. Un tipo di lavoro che si è venuto a realizzare spesso nell’ambito delle varie rivoluzioni industriali che si sono succedute dal ’700 al ’900. Qui, infatti, il lavoro non fu vissuto come qualcosa di liberatorio che realizzava la persona umana, ma come qualcosa che invece alienava la persona stessa, rendendola schiava delle macchine e del capitale.

Per concludere questa breve introduzione, il mio augurio va a tutti coloro che lasceranno la scuola quest’anno, affinché possano davvero realizzare se stessi in un lavoro stimolante e creativo.

Storia

Rivoluzione industriale, taylorismo e fordismo

La rivoluzione industriale nacque inizialmente in Inghilterra alla fine del 1700. Poi essa si diffuse nella maggior parte dell’Europa settentrionale. La rivoluzione industriale fu causata dalla disponibilità di carbone e ferro, che sono alla base dell’industria pesante come quella siderurgica. Il carbone, infatti, serviva a generare e alimentare sia le macchine a vapore sia gli altiforni delle acciaierie. Invece, grazie al ferro si poté dare impulso all’industria dell’acciaio. Solo producendo grandi quantità di prodotti siderurgici fu possibile dare impulso a nuovi settori economici. Si poté, infatti, costruire binari, treni e navi con scafi d’acciaio.

Tuttavia, quello che poi mise in moto la prima e le successive rivoluzioni industriali furono la possibilità di accedere per la prima volta a nuove fonti energetiche. Infatti, prima del ’700 le uniche forme di energia conosciute erano muscolari, dell’acqua e del vento. Soltanto quando si iniziò a poter usare il carbone, il petrolio, il gas e quindi l’elettricità, a quel punto si crearono le condizioni per una serie a catena di scoperte e invenzioni che hanno cambiato il corso della storia.

Tuttavia bisogna ricordare che la rivoluzione industriale, soprattutto la prima, ebbe delle profonde ripercussioni sulla società europea. Infatti, milioni di persone abbandonarono le campagne e si trasformarono da contadini in operai. Il miraggio era di una vita migliore e più dignitosa, ma spesso non fu così. Infatti, spesso gli operai avevano orari di lavoro lunghissimi, fino a sedici ore al giorno; si lavorava in ambienti bui e malsani, anche le donne e i bambini erano coinvolti nel processo produttivo; i salari erano estremamente bassi e consentivano a stento la sopravvivenza; le masse operaie vivevano in squallidi quartieri detti slum, che sorgevano alla periferia delle grandi città.

In questi quartieri mancavano i più elementari servizi igienici e dilagavano il vizio, la prostituzione e l’alcol. L’operaio era totalmente asservito all’interesse del capitalista, che proprio da ciò alimentava il suo guadagno, che Marx chiamerà plusvalore. Infatti, il capitalista guadagnava proprio sullo sfruttamento degli operai.

Proprio partendo da questo sistema di sfruttamento capitalistico, intorno al 1840 Marx ed Engels inizieranno una serie di studi che porteranno, nel 1848, alla pubblicazione del “Manifesto del partito comunista”, ma tali argomenti saranno meglio trattati quando tratteremo la disciplina della filosofia.

Intanto possiamo dire che il modello capitalistico della produzione si diffuse in tutta Europa e non solo. Infatti, ben presto il capitalismo arrivò anche oltre Oceano. Bisogna ricordare che alla fine dell’800 c’era stata una crisi economica dovuta a una sovrapproduzione e alla fine dei grandi finanziamenti finanziari.

Poi però, dal 1900 al 1914, si aprì un nuovo ciclo di espansione economica, che durerà fino alla prima guerra mondiale. I motivi di questa nuova fase positiva per l’economia sono molteplici, ma forse quello più importante fu l’aumento della popolazione, che portò a una nuova domanda di beni di consumo.

Un’altra motivazione fu la cosiddetta rivoluzione dei trasporti. Grazie alla presenza di navi più veloci e di ferrovie intercontinentali fu possibile aprire nuovi mercati. Questa nuova rivoluzione economica fu possibile, però, grazie allo sfruttamento del petrolio e dell’elettricità.

L’elettricità in particolare fu applicata a livello industriale e civile grazie alle scoperte di Faraday ed Edison. Anche le ferrovie furono alimentate a elettricità e le lampadine sostituirono le lampade a petrolio. Il petrolio però fu alla base dell’industria automobilistica.

Proprio in questo tipo d’industria abbiamo una rivoluzione del mondo del lavoro. Infatti, in questo tipo d’industria ha luogo la sperimentazione della fabbrica meccanizzata e delle teorie di Taylor. L’industria concepita da Taylor si basò su tre elementi essenziali:

  • La concentrazione industriale, cioè le aziende tesero a fondersi in unità sempre più ampie che avessero la capacità e i mezzi per controbattere alla concorrenza sul mercato.
  • La standardizzazione dei prodotti: questo è uno dei principi di base di Taylor, cioè che per aumentare la velocità di produzione occorreva che l’azienda producesse una gamma limitata di prodotti in modo che ci potesse essere una rigida divisione del lavoro. Ogni operaio doveva sapere in maniera precisa cosa fare e in quanto tempo.
  • La semplificazione delle mansioni. Cioè, se c’è una rigida divisione del lavoro, si può far sì che ognuno faccia poche e semplici cose in cui si specializza. Questo fatto però fu positivo per quanto riguarda la velocità dei processi produttivi, ma fu negativo per quanto riguarda la condizione degli operai. Infatti, semplificando al massimo le mansioni non occorreva più manodopera specializzata come nel lavoro artigianale. Quindi si aveva una classe lavoratrice dequalificata che non aveva un proprio profilo professionale preciso, si poteva sostituire facilmente e infine poteva essere maggiormente controllata dal capitalista investitore.

Ma nella fabbrica taylorista poca importanza aveva la personalità dei lavoratori; quello che era di maggiore interesse era la razionalizzazione e la velocità della produzione. Occorreva produrre e produrre velocemente.

I principi di Taylor furono applicati in maniera scientifica da Ford, alle sue industrie automobilistiche. Alla base dell’industria della Ford c’è la catena di montaggio: non è più l’operaio che si deve spostare, ma è il lavoro che va verso l’operaio su un nastro trasportatore.

Il lavoro dell’operaio viene scomposto in pochi semplici gesti che devono essere fatti in un tempo preciso, che è stato già calcolato in precedenza. Tutto ciò è alla base della produzione in serie e di massa. Naturalmente tutto ciò portò ad un aumento della produzione e ad un allargamento del mercato.

Tuttavia il lavoro venne definitivamente automatizzato e spersonalizzato. L’operaio diventò una specie di servo della macchina, il quale ripete dei gesti meccanici, spesso senza sapere nemmeno che cosa sta facendo. Questo tipo di lavoro col tempo finirà per allontanare l’uomo da ciò che ha prodotto.

Il processo di disumanizzazione del lavoro tocca però i suoi punti massimi tra la seconda guerra mondiale e gli anni ’50 del secolo scorso. In particolare ciò avviene in due contesti. Il primo contesto è quello dei lager nazisti. Infatti, inizialmente i lager nascono come campi di lavoro forzato.

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Sintesi

Collegamenti interdisciplinari

  • Italiano - Pirandello
  • Filosofia - Marx
  • Storia - rivoluzioni industriali, nazismo, stalinismo
  • Inglese - Dickens, "Hard Times"
  • Latino - Epistola a Lucilio di Seneca, "anche gli schiavi sono esseri umani"
  • Fisica - la guerra delle correnti
  • Scienze - il petrolio
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