Estratto del documento

Tesina pluridisciplinare

Storia: Percorso dell’Italia dall’età giolittiana all’istituzione della Repubblica.

Italiano: L’ermetismo e Giuseppe Ungaretti.

Diritto: Il Parlamento italiano.

Scienze delle finanze: Il bilancio dello Stato.

Matematica: La ricerca operativa.

Inglese: Bank of Italy, Bank of England, European Central Bank, The US Federal Reserve System.

Informatica: Le reti di computer.

Economia aziendale: Il bilancio d’esercizio.

Spagnolo: Samuel.

V articolata Mercurio.

A.s. 2012/2013.

Storia

Percorso dell’Italia dall’età giolittiana all’istituzione della Repubblica

L’età giolittiana (1900-1914)

Nel 1901 il re Vittorio Emanuele III nominò come presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, a cui fu affiancato come ministro degli Interni Giovanni Giolitti.

Giolitti era un uomo politico moderato ed esperto conoscitore della vita politica italiana, anche grazie alle numerose cariche statali che aveva precedentemente ricoperto.

Zanardelli, una volta vecchio, lasciò a Giolitti il compito di prendere le decisioni più importanti e, nel 1903, quando rassegnò le dimissioni, fece sì che a ricoprire l’incarico da lui lasciato fosse lo stesso Giolitti.

Dal 1901 al 1914, nel corso del suo governo, esercitò un’influenza così autorevole sulla vita politica italiana che questo periodo venne chiamato “età giolittiana”.

Quest’epoca coincise con il decollo della rivoluzione industriale dell’Italia. I progressi più evidenti si registrarono in campo siderurgico, elettrico e meccanico. Queste industrie avevano sede soprattutto nel cosiddetto triangolo industriale formato dalle città di Torino, Milano e Genova.

Lo sviluppo industriale

Lo sviluppo industriale italiano fu favorito soprattutto da 3 fattori fondamentali:

  • In primo luogo, l’industria italiana fu fortemente aiutata nel suo nascere dallo Stato attraverso delle commesse statali.
  • Fu attuata una politica protezionistica con l’imposizione di alte tasse doganali sui prodotti esteri, favorendo così notevolmente lo sviluppo delle industrie del Nord, mentre per quelle del Sud si videro chiudere le porte dei mercati esteri.
  • Un contributo notevole e determinante lo si ebbe da parte delle grandi banche, che finanziarono le nuove industrie ancora incapaci di autofinanziarsi. Fu proprio in questo periodo che nacquero le grandi banche miste, fondate con l’aiuto dei grandi capitali esteri.

Lo sviluppo industriale portò a notevoli miglioramenti nel livello di vita medio degli italiani. I segni più evidenti di questo sviluppo si videro nelle città: fu introdotta l’illuminazione elettrica, i trasporti urbani e i servizi pubblici cambiarono notevolmente il modo di vivere dei cittadini. Altre forme di progresso furono rappresentate dall’arrivo nelle case dell’acqua e del gas e anche le condizioni igieniche migliorarono, grazie anche alle innovazioni medico-sanitarie.

Le conseguenze di questa crescita però non furono solo positive: la popolazione si spostò in massa dalle campagne alle città, sedi principali delle industrie. Nel triangolo industriale era concentrato circa il 57% dei lavoratori industriali, causando così un sovraffollamento delle città e creando di conseguenza nuovi disagi di carattere igienico.

La politica interna di Giolitti

Per quanto riguarda la politica interna, Giolitti decise di attuare un vasto programma di riforme il cui obiettivo era allargare la partecipazione alla vita politica dello Stato. In particolare, volle coinvolgere il Partito Socialista italiano, nel cui interno vi era una profonda divisione tra riformisti e massimalisti.

I riformisti, guidati da Filippo Turati, ritenevano che la società dovesse essere cambiata gradualmente, con l’attuazione delle riforme e, per far sì che questo accadesse, era necessario dialogare con il governo e partecipare alla vita politica dello Stato.

Di un altro parere erano invece i massimalisti, guidati da Benito Mussolini, il cui intento era attuare una rivoluzione per avere un cambiamento.

Giolitti più volte cercò di coinvolgere i riformisti nel governo, ma le sue proposte furono sempre rifiutate perché, secondo Turati, troppo forte era l’opposizione dei massimalisti all’interno di esso e una sua entrata nel governo avrebbe potuto causare fratture insanabili.

Nel 1904 Giolitti indisse nuove elezioni da cui uscirono vincitori i liberali, che tornarono alla guida del partito, ma nel 1912 furono nuovamente superati dai massimalisti nel congresso di Reggio Emilia. In quello stesso anno Mussolini divenne direttore dell’“Avanti!”, il giornale del Partito socialista.

Una politica dal doppio volto

L’azione di governo di Giolitti fu caratterizzata da una profonda contraddizione. Il suo modo di far politica fu definito “del doppio volto”:

  • Un volto aperto e democratico nell’affrontare i problemi del Nord.
  • Un volto conservatore e corrotto nello sfruttare i problemi del Sud.

Per quanto riguarda il Nord, egli consentì gli scioperi e fece assumere una posizione di neutralità al governo di fronte ai conflitti sindacali.

Secondo Giolitti non esisteva alcun pericolo di rivoluzione, a meno che il governo non mettesse la popolazione nelle condizioni di poterla attuare.

Giolitti inoltre varò anche alcune riforme che migliorarono le condizioni di lavoro degli operai:

  • L’orario di lavoro fu diminuito e fu stabilito un massimo di 10 ore.
  • Venne riorganizzata la cassa nazionale per l’invalidità e la vecchiaia dei dipendenti.
  • Venne tutelata la figura della donna in maternità e il lavoro del fanciullo.

Promosse l’aumento salariale e così i lavoratori poterono anche iniziare ad acquistare prodotti industriali oltre a quelli alimentari.

Gli stessi trattamenti attuati nel Nord però non furono attuati nel Meridione, che rimaneva così in una situazione di estrema arretratezza e che nel corso dell’età giolittiana crebbe ancora di più.

Secondo Giolitti, il Sud era un serbatoio di voti da controllare. Infatti ricorreva alla corruzione e alle minacce per far eleggere i parlamentari a lui fedeli e per questo fu anche aspramente criticato dall’opposizione, tanto da essere definito dallo storico e politico pugliese Gaetano Salvemini “ministro della malavita”.

A causa della scarsa offerta di lavoro, i salari dei lavoratori scesero, portando in tutto il Meridione povertà e disoccupazione. La maggior parte dei contadini e lavoratori rimasti disoccupati furono costretti ad emigrare, cercando così lavoro all’estero. Tra il 1901 e il 1914 l’Italia perse circa 8 milioni di abitanti.

Per quanto riguarda la politica estera, Giolitti ritenne opportuno riprendere le spedizioni coloniali per alcuni motivi:

  • Voleva dimostrare ai nazionalisti che il suo governo avrebbe saputo aumentare il prestigio dell’Italia.
  • Voleva accontentare l’opinione pubblica, che riteneva necessario conquistare nuove terre per dare lavoro ai braccianti del Sud.

La politica estera di Giolitti

Rispetto agli altri governi, Giolitti cambiò obiettivo: non più l’Etiopia, ma la Libia.

Nel 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia, che dominava la Libia. L’esercito occupò subito le principali città, ma dopo alcune prime vittorie si presentarono alcune difficoltà per le truppe italiane: infatti, la popolazione libica organizzò una forte resistenza. Le truppe italiane, non riuscendo a sbarazzarsi di quelle arabe, furono costrette a cambiare programma: la Turchia fu attaccata via mare, nell’Egeo, dove fu formato il dominio italiano del Dodecaneso, con Rodi come capoluogo. I turchi furono costretti a firmare nel 1912 il Trattato di Losanna, con il quale la Turchia cedeva all’Italia il dominio sulla Libia.

Nonostante le spese a cui dovette far fronte il governo, la Libia non rispose alle aspettative. Infatti, la sua terra non era fertile e piena di ricchezze come veniva descritta. Ancora Salvemini la definì “uno scatolone di sabbia”. A trarre vantaggio da questa avventura coloniale furono solo le banche, gli armatori e l’industria militare.

Tra le riforme più importanti introdotte da Giolitti ci fu quella del 1912, che introduceva il suffragio universale maschile.

Con questa legge furono ammessi al voto, senza alcuna limitazione, i cittadini maschi che avessero compiuto il trentesimo anno di età.

Per poter invece accedere al voto all’età di 21 anni, era necessario aver adempiuto agli obblighi militari e saper leggere e scrivere. Tuttavia, questo non era un vero e proprio suffragio universale, in quanto non comprendeva le donne, ma che sarebbe stato conquistato nel 1946.

I rapporti con la Chiesa

Abbastanza fitti furono da parte di Giolitti i rapporti con la Chiesa.

Il non expedit, cioè il divieto ai cattolici, sancito nel 1874 da papa Pio IX, di partecipare alla vita politica italiana, venne in parte ammorbidito da Pio X: i cattolici si recarono alle urne per la prima volta nel 1904 e votarono i liberali con l’intento di sconfiggere i socialisti.

Nel 1913 Giolitti stipulò con il conte Filippo Gentiloni un accordo: il Patto Gentiloni.

Secondo questo accordo i cattolici promettevano di votare i liberali, ma la Chiesa voleva essere protetta in cambio.

Grazie a questo patto, nelle elezioni del 1913 Giolitti riuscì nuovamente ad ottenere la maggioranza.

La fine dell’età giolittiana

La guerra in Libia aveva causato grosse spese e di conseguenza aveva indebolito il governo.

Giolitti iniziò ad essere criticato da molti e l’economia del Paese tornava ad attraversare un periodo di crisi. A questo punto Giolitti decise di dare le dimissioni e indicò al re come suo successore Antonio Salandra, un uomo politico conservatore che però non seguì il suo esempio per quanto riguarda le manifestazioni popolari. Nel 1914 in Romagna e nelle Marche scoppiarono dei disordini, che per la presenza dei socialisti presero il nome di settimana rossa. Salandra inviò l’esercito a reprimerli.

L’Italia tornava ad attraversare un clima di tensione che l’avrebbe poi portata al primo conflitto mondiale, al cui intervento Giolitti si opporrà ma senza ottenere alcun risultato.

L’età giolittiana era veramente finita.

L’Italia nella prima guerra mondiale (1914-1918)

A distanza di qualche settimana dalla dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia e quindi dallo scoppio della prima guerra mondiale, il governo presieduto da Antonio Salandra proclamò la neutralità dello Stato italiano nel conflitto, appellandosi alle clausole stipulate nella Triplice Alleanza, che prevedevano solo guerre difensive, anche se Austria e Germania erano i due Paesi aggressori.

La Triplice Alleanza, composta da Italia, Germania ed Austria, era uno dei due schieramenti che si erano formati in Europa prima dello scoppio del conflitto. L’altro era la Triplice Intesa, formato invece da Francia, Gran Bretagna e Russia.

Per capire come abbia fatto il nostro Paese ad aderire a quello schieramento con la Germania ma soprattutto con l’Austria bisogna tornare indietro di qualche decennio: dopo l’unità d’Italia De Pretis era stato costretto, per il bene del Paese, a firmare un’alleanza con gli austriaci per togliere lo Stato appena nato dall’isolamento politico.

Questa alleanza venne nel 1912 rinnovata da Giolitti.

Molti italiani non erano contenti dell’alleanza con gli austriaci perché possedevano ancora i territori di Trento e Trieste e quindi, più che alleati, erano visti come nemici.

Accantonata l’idea di entrare in guerra al fianco degli imperi centrali, si valutò l’ipotesi di attaccare l’Austria per riavere le terre irredente. Nel Paese si formarono due schieramenti contrapposti: i neutralisti e gli interventisti.

I neutralisti rappresentavano la maggioranza della popolazione e tra le loro fila figuravano liberali, socialisti e cattolici.

Lo stesso Giolitti, che era per la pace, propose più volte agli austriaci la neutralità dell’Italia nel conflitto in cambio di Trento e Trieste, ma ogni proposta fu vana.

Tra i cattolici, papa Benedetto XV, che aveva invitato i governi a trovare la pace, nel 1915 parlò di “orrenda carneficina che disonora l’Europa” e nel 1917, quando ormai la guerra aveva causato milioni di vittime, la definì “un’inutile strage”.

Gli interventisti invece, il cui volere era che l’Italia entrasse in guerra, erano divisi in due compagini, interventisti di destra e di sinistra, i cui uomini cardine furono rispettivamente il letterato Gabriele D’Annunzio e Benito Mussolini.

Gli uomini di D’Annunzio volevano sostanzialmente liberare le terre che spettavano all’Italia, mentre quelli di Mussolini, che era stato cacciato dai socialisti per aver appoggiato il movimento interventista, volevano schierarsi a fianco dei Paesi dell’Intesa per liberare le nazioni oppresse da Germania ed Austria.

L’organo principale del movimento interventista di sinistra divenne “Il Popolo d’Italia”, diretto dallo stesso Mussolini.

Mentre il dibattito pro o contro l’intervento animava le giornate della nazione, il governo italiano decise di agire per vie diplomatiche. Il tentativo di ottenere il riscatto dei territori da parte dell’Austria fu inutile, perché quest’ultima non intendeva attuare qualsiasi patto prima della fine del conflitto.

Così, il 26 aprile 1915, il ministro degli Esteri Sonnino sottoscrisse, a nome del governo, il Patto di Londra, un trattato segreto stipulato ignorando completamente la volontà del Parlamento. Il Patto impegnava l’Italia ad entrare in guerra al fianco dell’Intesa e le garantiva, in caso di vittoria, oltre a Trento e Trieste anche il Sud Tirolo, l’Istria, esclusa la città di Fiume, e la Dalmazia; inoltre vi era la possibilità di partecipare alla spartizione delle colonie tedesche.

L’Italia uscì dalla Triplice Alleanza e Gabriele D’Annunzio definì gli attimi che precedettero l’entrata in guerra dell’Italia “radiose giornate”.

L’entrata in guerra dell’Italia

Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria.

Nonostante la dichiarazione di guerra, l’esercito italiano non era ancora in grado di sostenere un conflitto così impegnativo, per inefficienza organizzativa e carenza nell’armamento.

Comandante dell’esercito italiano fu nominato il generale Luigi Cadorna, che si distinse subito per la dura disciplina inflitta ai soldati. I tentativi di diserzione erano puniti con la fucilazione.

Cadorna, ancora legato ad una visione ottocentesca della strategia militare, decise di sferrare un attacco frontale agli austriaci lungo l’Isonzo e sul Carso. Fra giugno e dicembre del 1915 si tennero le prime 4 battaglie dell’Isonzo, che non ebbero né vinti né vincitori.

Nel giugno del 1916 gli austriaci scatenarono la Strafexpedition, spedizione punitiva contro l’ex alleato, ritenuto colpevole di aver tradito l’alleanza.

Le truppe austriache seppero individuare il punto debole italiano e riuscirono a penetrare nel territorio fino ad occupare la città di Asiago. Ben presto però l’offensiva si arrestò perché l’Austria dovette occuparsi dell’attacco dei russi sull’altro fronte.

Cadorna così decise di sferrare una controffensiva ancora sull’Isonzo, che portò l’Italia alla vittoria riuscendo a liberare Gorizia.

Nel 1917, anno decisivo del conflitto per l’entrata in guerra degli USA e l’uscita da parte della Russia, proprio a causa del ritiro di quest’ultima, Austria e Germania poterono spostare le truppe sul fronte occidentale ma soprattutto su quello italiano. Infatti, il 24 ottobre, gli austriaci appoggiati dai tedeschi riuscirono a sfondare le linee difensive italiane a Caporetto.

La ritirata da parte dell’esercito italiano fu una vera e propria disfatta: infatti, l’esercito nemico penetrò nel territorio per 150 chilometri, causando la perdita di 400000 mila uomini. La sconfitta ebbe subito delle ripercussioni politiche: fu formato un nuovo governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando. Cadorna dovette lasciare il comando dell’esercito al generale Armando Diaz, che fece sistemare una nuova linea difensiva lungo il Piave, dove riuscì il 12 novembre a fermare l’offensiva austriaca.

A causa della disfatta di Caporetto, nel Paese ma soprattutto all’interno dell’esercito si diffuse un clima di sfiducia e di disagio.

I soldati erano logorati nel fisico e nello spirito, non volevano più combattere, manifestando il rifiuto alla guerra, disertando o procurandosi autolesionismo.

Nel 1918 ci fu la controffensiva italiana nei confronti dell’Austria. Infatti, il 29 ottobre del 1918 l’esercito austriaco fu sconfitto nella battaglia di Vittorio Veneto e costretto alla ritirata.

Il 3 novembre, a Padova, nei pressi di Villa Giusti, fu firmato l’armistizio che siglava la vittoria dell’Italia.

Con la caduta degli imperi centrali, terminava, dopo più di quattro anni e milioni di caduti, la prima guerra mondiale.

Il dopoguerra italiano e il fascismo (1919-1943)

Il 18 gennaio 1919 le potenze uscite vincitrici dal primo conflitto mondiale si riunirono a Versailles per una conferenza di pace.

La posizione dell’Italia in questa conferenza era molto complicata e presto causò alcuni contrasti con le altre potenze. Secondo il Patto di Londra stipulato con l’Intesa nel 1915, all’Italia spettava oltre a Trieste e Trento anche la Dalmazia.

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Sintesi

Sintesi tesina sull'Italia del 1900

L'obiettivo di questa tesina è quello di analizzare le vicende che coinvolgono l'Italia nel corso del 1900. In Storia viene effettuato un collegamento con le vicende storiche italiane, in particolare viene analizzata l'età giolittiana e la Repubblica. In ambito letterario invece la tesina di maturità effettua un collegamento con la corrente letteraria dell'ermetismo e con Giuseppe Ungaretti.

In Diritto, in connessione all'istituzione del regime repubblicano, viene fatto un cenno alla costituzione del Parlamento italiano. In Scienza delle finanze invece è possibile effettuare un collegamento con il bilancio dello Stato, mentre in Matematica si descrive la Ricerca Operativa, sviluppatasi soprattutto negli Stati Uniti. In Inglese si prendono in esame: Bank of Italy, Bank of England, European Central Bank, The US Federal Reserve System; in Informatica si analizzano le reti di computer e infine la tesina interdisciplinare presentata analizza il bilancio d'esercizio.

Collegamenti

Tesina sull'Italia del 1900

  • Storia: Percorso dell’Italia dall’età giolittiana all’istituzione della repubblica.
  • Italiano: L’ermetismo e Giuseppe Ungaretti.
  • Diritto: Il Parlamento italiano.
  • Scienze delle finanze: Il bilancio dello Stato.
  • Matematica: La ricerca operativa.
  • Inglese: Bank of Italy, Bank of England, European Central Bank, The US Federal Reserve System.
  • Informatica: Le reti di computer.
  • Economia aziendale: Il bilancio d’esercizio.
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