Esame di Stato 2010
Istituzione Scolastica “Regina Maria Adelaide”
Liceo Linguistico
Classe 5°B
L’inquietudine come tensione nel pensiero e nella vita
Laura Sandretto
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Introduzione
Il tema dell’inquietudine ha costituito uno dei grandi fili conduttori del programma scolastico di quest’anno.
Già all’inizio del primo quadrimestre ho cominciato ad intuire che questo tema, trasversale alla maggioranza delle discipline, avrebbe acquistato sempre più importanza. Il mio interesse si è particolarmente destato nel momento in cui ho scoperto che uno scrittore francese, André Gide (1869-1951), era addirittura passato alla storia con il nominativo di “Inquiéteur”, ossia “colui che inquieta”.
Ho allora cominciato ad interrogarmi sul significato di questo termine, fino alla decisione di porre la questione come oggetto della tesina.
Il termine inquietudine ha normalmente un’accezione negativa, che esprime uno stato di ansia dovuto ad attese frustrate, desideri delusi e angosce di vario genere. Oggi in particolare si tende a privilegiare questa accezione nel contesto psicoanalitico, dove l’inquietudine viene considerata addirittura una malattia di pensiero.
Nel corso del Novecento, l’inquietudine si è manifestata come una continua “oscillazione tra significato della vita, percezione della morte, consapevolezza della perdita e dello scorrere inesorabile del tempo”, come afferma Duccio Demetrio, docente di filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche a Milano. Quest’inquietudine era principalmente dovuta alla mancanza di certezze religiose o metafisiche rispetto ad una realtà difficile da sostenere. Non solo durante il XX secolo, ma nel corso di tutta la storia, molti filosofi e pensatori si sono sempre concentrati sulla così vasta questione dell’inquietudine, poiché essa è una caratteristica che abita da sempre l’uomo e che costituisce originario segno distintivo del suo essere.
Per questo lavoro di ricerca, durante l’anno, ho inizialmente concentrato la mia attenzione su alcune posizioni umane di poeti, intellettuali e filosofi che nelle loro opere e nei loro scritti esprimevano, seppure in modi diversi, un fattore comune: l’urgenza di una risposta alle esigenze della vita.
Per capire fino in fondo che cos’è l’inquietudine è infatti necessario partire dalle esigenze costitutive dell’uomo che sono, pur nelle inevitabili differenze legate alle culture e ai periodi storici, patrimonio riconducibile a ciascun essere umano cosciente di sé, di ogni luogo e di ogni tempo. Si tratta di esigenze di verità, di bellezza, di giustizia, di amore, per citare soltanto le più radicali, di cui ogni espressione umana è in qualche modo imbevuta.
Tale insieme di esigenze si esprime poi in bisogni, desideri, domande, più o meno coscienti.
Nel momento in cui l’uomo si rende cosciente di questo suo essere bisognoso, non può non fare l’esperienza della mancanza di una risposta adeguata che sia reperibile in sé e non può non desiderare che questa risposta esista.
L’inquietudine coincide dunque con il sentimento che deriva dall’urgenza di una realizzazione totale della vita dell’uomo e quindi con il bisogno di una piena soddisfazione del suo desiderio e si colloca dentro ogni azione, dentro ogni movimento della vita umana.
Lo studio dei vari autori “testimoni” dell’inquietudine mi ha posto nella condizione di approfondire le loro posizioni e i loro pensieri, ma non solo, mi ha portato a dover confrontare il loro bisogno di una risposta con la mia personale esperienza; noi leggiamo con emozione frasi create centinaia di anni fa con un’impressione di suggerimento al nostro presente, frasi che esprimono concetti che si rivelano estremamente corrispondenti alla nostra vita.
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Questo è possibile perché tutti gli uomini di tutti i tempi percepiscono o hanno percepito lo stesso grido e la stessa tensione. La scelta del tema dell’inquietudine è stata certamente determinata dalla vicinanza e dalla corrispondenza di queste esigenze che, se all’inizio facevano parte solo del libro di filosofia, si sono poi rivelate così concrete e affascinanti da invitarmi ad approfondire questo argomento.
Per sviluppare, per quanto sinteticamente, le principali questioni riguardanti questo vastissimo tema, ho suddiviso la tesina essenzialmente in tre parti.
Nella prima parte esporrò le principali cause e caratteristiche dell’inquietudine.
Nella seconda parte presenterò alcune tra le possibili risposte all’inquietudine che l’uomo ha elaborato nel corso della storia del Novecento e che continua a elaborare ancora oggi.
La terza e ultima parte sarà invece dedicata ad alcune considerazioni personali al fine di evidenziare gli aspetti condivisibili e criticabili delle posizioni umane e filosofiche considerate.
Prima parte: le cause e le caratteristiche dell’inquietudine
Desiderio e mancanza
Cosa significa che l’uomo è inquieto? Cosa significa essere inquieto? Per definizione colui che è inquieto è colui che non si trova in uno stato di quiete, colui che non è tranquillo; potremmo dire che colui che è inquieto si trova in uno stato di tensione.
Ora, la tensione è necessariamente segno di qualcosa che manca, che non si riesce a cogliere né tanto meno a possedere; infatti un uomo perfettamente appagato non è di certo un uomo inquieto, e quindi non desidera alcuna cosa, trovandosi già ottimamente soddisfatto.
In sintesi desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che non si ha e si vorrebbe avere, e l’inquietudine è il sentimento che nasce in primo luogo dalla percezione di questa mancanza, la mancanza di una risposta al desiderio; ma di quale desiderio si tratta?
Friedrich - Viandante sul mare di nebbia
Può trattarsi di qualsiasi desiderio. Chi sta cercando un mazzo di chiavi che ha perduto e non lo trova è inquieto, perché al suo desiderio di utilizzo delle chiavi non è data risposta. Una situazione analoga potrebbe essere quella di un uomo assetato sprovvisto di acqua: un desiderio così elementare ma così radicato nella struttura stessa dell’uomo, se non appagato, genera uno stato di inquietudine e, in questo caso, può portare perfino alla morte.
Di fronte a questo genere di desideri, è evidentemente aperta la possibilità che la risposta ad essi possa essere reperita fuori di sé, in oggetti materiali, in persone o in situazioni, circostanze, condizioni particolari.
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La soluzione ai bisogni descritti negli esempi risulta quindi di semplice individuazione: il ritrovamento delle chiavi porterà certamente ad un acquietarsi dello stato di ansia in cui si era pervenuti, la stessa cosa vale per l’esempio dell’acqua.
A desideri più profondi e complessi corrisponderanno inquietudini più radicali e perciò la risposta risulterà certo più difficile da individuare. Anzi, a volte ciò che veramente è difficile da definire è il desiderio stesso:
“La volontà è sempre volontà di qualche cosa (…). Ora, che cose mai vuole, a che cosa mai tende quella volontà che ci vien presentata come l’essenza in sé del mondo?”
(Arthur Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione”)
Per Schopenhauer (1788 – 1860) la Volontà di vivere costituisce l’essenza più profonda dell’uomo, ciò che più lo caratterizza e lo determina. Essa infatti, essendo un impulso cieco e irrazionale che pervade tutte le cose, muove la totalità dell’universo e quindi muove anche l’essere umano, che cerca in ogni modo di soddisfare questa volontà.
Laddove la volontà è definita da un bisogno determinato, è facile soddisfarla, se ne si dispongono le possibilità:
“La volontà, quando la conoscenza la illumina, sa sempre quello che vuole in un dato luogo e in un dato momento; ma non sa mai quello che voglia in generale: ogni atto ha un fine, la volontà nel suo insieme non ne ha nessuno”.
(Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione”)
L’uomo desidera continuamente qualcosa di preciso in ogni tempo e in ogni luogo, ma la soddisfazione dei vari bisogni non lo conduce mai alla soddisfazione totale; (vedi a destra l’immagine della Piramide dei bisogni di Maslow)
Prendendo in considerazione la vita privata per esempio, l’uomo desidera giustamente l’amante, la salute, i soldi, la carriera, i figli, la vacanza … ma non basta: egli desidera ancora infinitamente di più, tant’è che l’uomo che riuscisse ad ottenere tutte queste cose capirebbe che esse non bastano ancora, e continuerebbe a cercare qualcosa che egli stesso non sa definire e non sa dove trovare.
Non è infatti necessario aver studiato filosofia per avvertire questo vero e proprio grido irriducibile e inarrestabile dettato dal cuore dell’uomo, come ci dimostrano il testi di questa canzone del 1987 e di questa poesia: Only to be with you
“I have climbed the highest mountains But I still haven't found
I have run through the fields
Only to be with you What I'm looking for
Only to be with you But I still haven't found
I have run I have crawled What I'm looking for”
(U2, I still haven’t found)
I have scaled these city walls,
these city walls
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“Ho scalato le più alte montagne le mura di cinta
Ho superato i campi correndo Solo per stare con te
Solo per stare con te, Ma non ho ancora trovato
Solo per stare con te Quello che sto cercando
Sono scappato, ho strisciato Ma non ho ancora trovato
Ho superato le mura di questa città, quello che sto cercando”
“Desiderio,
Désir! ti ho trascinato per le strade,
je t’ai traîné sur les routes, ti ho desolato nei campi,
je t’ai désolé dans les champs, ti ho ubriacato nelle città,
je t’ai soûlé dans les grand’villes, ti ho ubriacato senza dissetarti,
je t’ai soûlé sans te désaltérer, ti ho bagnato nelle notti piene di luna,
je t’ai baigné dans les nuits pleines de lune, ti ho portato in giro ovunque,
je t’ai promené partout, ti ho cullato sulle onde,
je t’ai bercé sur les vagues, ho voluto addormentarti sui flutti,
j’ai voulu t’endormir sur les flots… desiderio, desiderio che vuoi dunque?
Désir! Désir! que te ferai-je? Quando ti stancherai?”
que veux-tu donc? (Gide, Les nourritures terrestres)
Est-ce que tu ne te lasseras pas?
La tensione all’infinito
L’impossibilità di delineare a che cosa l’uomo realmente aspiri, cioè l’impossibilità di definire tutto il desiderio che lo costituisce, coincide con la pretesa infinita che si cela nel desiderio umano.
L’uomo, pur essendo un essere finito e limitato, possiede questa naturale tendenza all’infinito, poiché la realizzazione di questo o quel desiderio non basta mai a soddisfarlo pienamente.
Questo concetto è stato reso in maniera splendida da uno dei più grandi letterati italiani, Giacomo Leopardi, vissuto tra il 1798 e il 1837: in questo brano emerge la consapevolezza della “insufficienza e nullità delle cose” rispetto a “l’animo nostro” e quindi della loro piccolezza rispetto all’infinità del desiderio.