La fotografia
“Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi
trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi.”
Richard Avedon Nadia Ferrazzo
Un po' di storia
La storia della fotografia non è altro che una trasposizione nel tempo di strumenti, personaggi e vicende, a essa legati. Accanto a dati tecnici si deve dare spazio anche alle notizie relative alle vicende storiche della fotografia industriale ed alla fotografia intesa come strumento di espressione artistica.
Poiché non esistono documentazioni che riguardano la fotografia nel suo complesso, bisogna compilare singole storie della sua evoluzione, come ad esempio: apparecchi fotografici, materiali, sviluppo ecc.
Le origini
La fotografia si basa su due principi fondamentali anticamente conosciuti:
- Uno dimostra che certe sostanze sono sensibili ad alcune lunghezze d'onda della luce;
- L'altro dimostra che quando la luce che penetra in una camera oscura o in una scatola attraverso un'apertura dà un'immagine rovesciata di quello che si trova all'esterno, davanti all'apertura stessa.
Grazie a questi due principi, col progresso della chimica e dell'ottica, si è arrivati alla scoperta della fotografia.
I primi esperimenti furono svolti nel XVII secolo dall'inglese Robert Boyle, ma i risultati che assomigliano di più all'attuale fotografia furono ottenuti dal francese Daguerre nel 1835, che sfruttò però le conoscenze acquisite dal suo connazionale Niepce.
Egli adoperava lastre di rame precedentemente esposte a vapori di iodio. Quindi esponeva la lastra nella camera oscura da ripresa per 15 o 30 minuti, producendo un'immagine invisibile o poco visibile. Questa immagine era poi sviluppata ponendo la lastra sopra un recipiente di mercurio, che aderendo alle parti esposte dello ioduro d'argento formava un'immagine positiva visibile. Infine Daguerre lavava la lastra in una soluzione calda di sale da cucina, togliendo lo iodio eccedente e rendendo così l'immagine permanente.
Le prove fatte da Daguerre presero nome di dagherrotipi.
Anche l'inglese Talbot, iniziando da zero, riuscì a ottenere gli stessi risultati di Daguerre, egli però risvegliò l'interesse per la "fotografia" del suo amico astronomo Sir John Herschel, che coniò la parola "fotografia", e conseguentemente il verbo fotografare, l'aggettivo fotografico ecc.
Coniò, inoltre, i termini positivo e negativo; ma la cosa più importante che fece Herschel fu quella di suggerire all'amico di utilizzare il tiosolfato di sodio come agente fissatore. Talbot denominò il suo processo "talbotipia", che consisteva nell'uso dello ioduro d'argento per i negativi e l'uso del cloruro d'argento per stampare le diapositive.
Nonostante fosse una tortura farsi un ritratto, la diffusione fu molto rapida: in un anno raggiunse Cina e Giappone, passando ovviamente per la vecchia Europa e per gli Stati Uniti. La tortura consisteva nel dover stare in posa dai 15 minuti, se il sole era forte, ai 30 minuti con una luce meno favorevole, il tutto per un buon risultato in minor tempo e ad un costo di gran lunga inferiore rispetto ad un buon ritratto fatto da un artista.
Apparecchi fotografici
La camera obscura
La prima descrizione di una camera oscura, da parte di uno studioso arabo, risale al 1039. In Europa, nel 1550 Cardano adatta un nuovo tipo di lente al foro della camera oscura; Barbaro propone poi l'aggiunta di un diaframma per rendere più nitida l'immagine e successivamente Danti suggerisce di far riflettere l'immagine su uno specchio concavo per raddrizzarla. Alla fine del 1600, viene realizzata la prima camera reflex portatile, provvista di uno specchio disposto a 45° rispetto all'obiettivo; grazie a successive modifiche apportate da Johann Zahn si arriva ai prototipi di reflex come le conosciamo ai giorni nostri.
Gli apparecchi fotografici per dagherrotipi
Niepce fu il primo ad applicare la camera obscura alla fotografia con successo, ma alcuni anni dopo Daguerre, sulla scia delle scoperte del collega, realizzò un nuovo apparecchio, che consisteva in due scatole: la superiore dotata di vetro smerigliato scorreva all'interno di quella frontale contenente l'obiettivo. L'obiettivo era contenuto in una montatura di ottone, con un disco che fungeva da otturatore. L'apertura dava una notevole profondità di campo all'immagine.
Questo tipo di apparecchio aveva bisogno, oltre all'apparecchio fotografico vero e proprio, anche di una cassetta per le lastre, della scatola di iodizzazione, della scatola per lo sviluppo al mercurio, della lampada a spirito ed altri accessori, il tutto per un peso totale di circa 50 Kg.
Il barone Séguier introdusse allora un apparecchio che occupava circa un terzo di quello di Daguerre. Si iniziò così a rimpicciolire sempre più l'apparecchio. Alexander Wolcott brevettò nel 1840 un apparecchio fotografico a specchio: al posto dell'obiettivo la cassetta aveva una grande apertura attraverso la quale la luce colpiva all'interno uno specchio concavo che rifletteva e formava un'immagine sulla lastra sensibilizzata, quest'ultima fissata al centro della parte anteriore aperta rivolta verso lo specchio.