La follia
Quel mistero oltre la ragione
Manni Oreste Luca
di
Introduzione
I pazzi sono davvero tali o è il resto del mondo che li fa sentire folli?
Dire che cosa sia realmente la follia è un’impresa abbastanza ardua, eppure in tanti hanno provato a dare un valido significato a questo termine.
Nel passato come nel presente, la follia si è manifestata in tanti suoi piccoli aspetti: attraverso il genio degli scienziati, i versi dei poeti, le melodie dei musicisti, i colori vivaci sulle tele degli artisti, le gesta inconsulte dei potenti.
La prima difficoltà è già tutta racchiusa nell’etimo del termine follia, dal latino follis, che significa mantice, sacco vuoto, pallone gonfio d’aria.
Per traslazione, il folle è quindi colui che ha la testa vuota, piena d’aria.
Personalmente, credo che esistano due concetti nettamente distinti di pazzia: uno è orientato nella società, l’altro nell’individuo.
Nel concetto di pazzia legato alla società, specie nelle letterature moderne, il matto è colui che è più cosciente delle convenzioni e dell’assurdità della vita borghese (un esempio esauriente è Pirandello con “Uno, Nessuno e Centomila”).
Quindi, nel concetto di salute psichica orientato nella società, l’uomo è sano quando è all’altezza dei compiti che la società gli assegna, ovvero quando funziona in modo conforme ai bisogni della medesima.
Il concetto umanistico invece si distingue nettamente da quello precedente in quanto è basato sul fatto che non è il funzionamento conforme ad una data società a determinare che cosa sia la malattia o la salute psichica, ma criteri insiti nell’uomo stesso.
La schizofrenia è una patologia mentale che interferisce con la capacità della persona di riconoscere ciò che è reale o immaginario, di gestire le emozioni, di pensare in modo chiaro, di dare giudizi e di comunicare.
Luigi Pirandello
Tornando a Pirandello, che ho citato pocanzi, egli basò molte sue opere appunto su questo particolare tema; molto probabilmente una delle cause che lo spinsero a far ciò fu dovuta ad una tragedia che colpì la sua famiglia: nel 1903 un allagamento della miniera di zolfo, in cui il padre aveva investito tutto il suo patrimonio e la dote stessa della nuora, provoca il loro dissesto economico.
Questo fatto ebbe conseguenze drammatiche nella vita dello scrittore: alla notizia del disastro, la moglie, il cui equilibrio psichico era già fragile, ebbe una crisi che la sprofondò irreversibilmente nella follia.
La convivenza a fianco della donna ossessionata da una patologica gelosia costituisce un tormento continuo per Pirandello, al punto da giungere a concepire l’istituzione familiare come una vera e propria “trappola” che imprigiona e soffoca l’uomo.
Una delle opere pirandelliane in cui la pazzia prende il sopravvento è Uno, Nessuno e Centomila.
La vicenda inizia da un fatto apparentemente insignificante: la moglie fa osservare al protagonista, Vitangelo Moscarda, che il naso gli pende un po’ da una parte.
Egli, che non si era mai visto così, scopre che gli altri si fanno di lui un’immagine diversa da quella che si è creato di se stesso; scopre cioè di non essere “uno” come aveva creduto sino a quel momento, ma di essere “centomila” nel riflesso delle prospettive degli altri, e quindi in sostanza “nessuno”.
Questa presa di coscienza fa saltare tutto il suo sistema di certezze e determina in lui una crisi sconvolgente; decide quindi di distruggere tutte le immagini che gli altri si fanno di lui, ricorrendo ad una serie di gesti folli e sconcertanti, come vendere la banca che gli assicurava agiatezza per fondare un ospizio per poveri.
Nel finale Moscarda viene ferito da un’amica della moglie, colta da un improvviso raptus di follia, e si fa ricoverare nel suo stesso ospizio, dove si estranea totalmente dalla vita sociale.
Proprio in questa scelta trova una sorta di guarigione dalle sue ossessioni, rinunciando definitivamente ad ogni identità e abbandonandosi al puro fluire della vita, rifiutando di fissarsi in alcuna forma e identificandosi così di volta in volta nelle cose che lo circondano (alberi, venti, nuvole).
Il romanzo porta alle sue estreme conseguenze la critica all’identità proposta vent’anni prima con il “Fu Mattia Pascal”; l’eroe non si limita più ad una condizione negativa e sospesa come quella di Mattia Pascal, ma trasforma la mancanza d’identità in una condizione positiva, in liberazione della vita da ogni limitazione.
Uno, Nessuno e Centomila porta anche all’estremo la disgregazione della forma romanzesca già sperimentata precedentemente con il “Fu Mattia Pascal”; si tratta anche qui di una narrazione retrospettiva da parte del protagonista, ma questa non si concretizza più nel memoriale scritto o nel diario, ma resta puramente allo stato magmatico e informale di monologo.
La voce narrante infatti si abbandona a riflessioni e divagazioni che dissolvono la narrazione dei fatti.
Caratteristica di questo romanzo è la quasi totale mancanza di azione, tutto ciò che avviene è mentale, un processo di scomposizione fino ad arrivare al risultato finale di affacciarsi sugli abissi della coscienza e scoprire l’assoluta falsità di tutto: questo è poi il significato della pazzia pirandelliana.
Virginia Woolf
Pirandello is not the only author who concentrated his life and his works on the theme of the “irrationality”.
In English literature, in fact, we can consider Virginia Woolf as an example of woman haunted by the terror of losing her mind.
All her life was marked by mental problems: after her mother’s death, when she was only 13, she had her first mental breakdown.
She began to suffer from headaches and to sleep badly and in order to put an end to her pains she attempted suicide by taking drugs, without any success.
The Second World War increased her anxiety and fears: London was ruined by bombs and she felt that whole world had disappeared, a world of people, friends and values.
She was unable to face her fears and she was afraid of becoming completely mad, so she decided to commit suicide again and chose the only possible death for her: the “death by water”, and so she drowned herself in the river Ouse.
The literary career of Virginia Woolf started with the publication of The Voyage Out, followed by Night and Day.
These two works still followed the traditional line, since they had an organic plot and a steady time structure.
But with the publication of Mrs Dalloway, Woolf abandoned the technique of the traditional narration, in order to create a modern one.
Eliminating the direct dialogue and the traditional weft, she concentrated her attention to the interior monologue.
The external truth lost its privileged function, except for the influence it exercised on the interior life of the subject.
The inner time differed from the external one for the absence of a chronology: following the processes of the mind, the narration proceeded through movements in ahead and to behind in the time, in relation to the thoughts and memories that the surrounding atmosphere provoked to the characters.
In agreement with the theory of Bergson on the duration of time, Woolf could represent the time as she liked, she could present it in various years, as in her work To The Lighthouse, or in twelve hours, as in Mrs Dalloway.
This work opens with the protagonist, Clarissa Dalloway, going to Bond Street to buy some flowers for a party she is giving that evening at her house.
During this walk Clarissa begins to think and to remember her youth, so that her present experience and the future plans are suffused with the feelings and the experiences of the past.
In Mrs Dalloway the identification between life and writing is strong and the autobiographical sign is deeply marked.
An important aspect of Clarissa that links her to Virginia Woolf is her dissatisfaction with herself.
In fact, as we can read in the extract “The Party”, Clarissa continuously gives parties in order to gain the admiration and approval of others.
At the same time, even Virginia Woolf is dissatisfied of herself, and the evidences of this are her two attempts of suicide, unfortunately the second one was successful.
Seneca
Nella letteratura latina il primo intellettuale romano che si occupa di analizzare dall’interno i comportamenti dell’uomo e di proporre terapie di grande attualità è Seneca.
Al centro di tutte le tragedie di Seneca troviamo la rappresentazione dello scatenarsi rovinoso di sfrenate passioni, non dominate dalla ragione, e delle conseguenze catastrofiche che ne derivano.
Il significato pedagogico e morale s’individua dunque nell’intenzione di proporre esempi paradigmatici dello scontro nell’animo umano di impulsi contrastanti, positivi e negativi.
Da un lato vi è la ragione, di cui si fanno spesso portavoce personaggi secondari che cercano di dissuadere i protagonisti dai loro insani propositi; dall’altra vi è il furor, cioè l’impulso irrazionale, la passione (amore, odio, gelosia, ambizione e sete di potere, ira, rancore), presentata, in accordo con la dottrina morale stoica, come manifestazione di pazzia in quanto sconvolge l’animo umano e lo travolge irrimediabilmente.
I pazzi sono davvero tali o è il resto del mondo che li fa sentire folli?
Dire che cosa sia realmente la follia è un'impresa abbastanza ardua, eppure in tanti hanno provato a dare un valido significato a questo termine. Nel passato come nel presente, la follia si è manifestata in tanti suoi piccoli aspetti: attraverso il genio degli scienziati, i versi dei poeti, le melodie dei musicisti, i colori vivaci sulle tele degli artisti, le gesta inconsulte dei potenti. La prima difficoltà è già tutta racchiusa nell’etimo del termine follia, dal latino follis, che significa mantice, sacco vuoto, pallone gonfio d’aria. Per traslazione, il folle è quindi colui che ha la testa vuota, piena d’aria.
Personalmente, credo che esistano due concetti nettamente distinti di pazzia: uno è orientato nella società, l'altro nell'individuo. Nel concetto di pazzia legato alla società, specie nelle letterature moderne, il matto è colui che è più cosciente delle convenzioni e dell’assurdità della vita borghese (un esempio esauriente è Pirandello con “Uno, Nessuno e Centomila”). Quindi, nel concetto di salute psichica orientato nella società, l'uomo è sano quando è all'altezza dei compiti che la società gli assegna, ovvero quando funziona in modo conforme ai bisogni della medesima.
Il concetto umanistico invece si distingue nettamente da quello precedente in quanto è basato sul fatto che non è il funzionamento conforme ad una data società a determinare che cosa sia la malattia o la salute psichica, ma criteri insiti nell'uomo stesso.
La schizofrenia è una patologia mentale che interferisce con la capacità della persona di riconoscere ciò che è reale o immaginario, di gestire le emozioni, di pensare in modo chiaro, di dare giudizi e di comunicare.