La follia
“Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, intorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni” (L. Pirandello, Enrico IV).
Dire che cosa sia realmente la follia è un’impresa ardua per chiunque, eppure in tanti hanno provato a dare un valido significato a questo termine. Nel passato come nel presente la follia si è manifestata in tante piccole sfumature: attraverso il genio degli scienziati, i versi audaci dei poeti, le melodie travolgenti dei musicisti, i colori vivaci sulle tele degli artisti, le gesta inconsulte dei potenti, e così anche negli occhi insicuri di chi era stato realmente abbandonato dalla ragione.
Purtroppo oggi il termine “follia”, banalizzato, assume un significato più frivolo, più comune, per designare chi è semplicemente un po’ “fuori di testa” e non chi si ribella all’ordine della vita sociale per dare sfogo alle passioni, ai sentimenti, all’istinto, alla pura irrazionalità. Quindi sono numerose le difficoltà che cospirano alle spalle di chi intenda, oggi, riflettere filosoficamente sulla follia.
L’autorevole dizionario filosofico di André Lalande, dopo aver sottolineato la genericità, la vaghezza del termine, il suo ricorrere anche nel linguaggio comune e ordinario, rinvia il suo lettore alle pagine dedicate all’alienazione mentale. Non diversamente, il Dizionario di Filosofia di Abbagnano, alla voce “pazzia”, accanto alle riflessioni platoniche ed erasmiane, conclude significativamente con un rinvio alla voce “psicosi”.
Dati i due utilizzi discordanti del termine “follia”, mi sono chiesto se, come sostenevano Erasmo da Rotterdam e Platone, non è vero che la follia sia da un lato una forza distruttrice, o una malattia, ma dall’altro una grande carica di energia interna che aiuta l’uomo a “costruire” la propria vita secondo le proprie idee?
Cos’è realmente la follia?
Follia potrebbe voler dire distruggere per un disegno irrazionale la propria vita, la vita dei propri figli come Medea o, addirittura, nel caso di dittatori tristemente famosi, quella di milioni di persone: pensiamo a Nerone o, soprattutto, a Hitler; oppure la follia potrebbe essere una malattia, una psicosi, un disturbo patologico della razionalità umana da combattere con l’internamento o con le moderne tecniche di analisi.
Follia, però, potrebbe anche significare essere diversi, evidenziarsi in un determinato contesto attraverso la propria eccentricità, le proprie capacità e il coraggio di assumere posizioni o difendere idee impensabili o, quantomeno, non condivise dai più. Follia, quindi, potrebbe voler dire rifugiarsi in una dimensione alternativa alla realtà, come per Enrico IV.
O, ancora, follia potrebbe voler semplicemente dire riuscire ad urlare, come il protagonista dell’Urlo di Munch, tutta l’angoscia o l’energia vitale insita nell’essere.
- Einstein: la curvatura dello spazio
- I buchi neri
- Michel Foucault: storia della follia
- Il doping: follia distruttrice
- La guerra, la più pazza forma di conflitto: distruzione
- Storia lettere Einstein-Freud
- Seneca: follia
- Medea
- Erasmo da Rotterdam: elogio della follia
- Adolf Hitler e la follia del popolo tedesco
- Virginia Woolf: Mrs Dalloway
- Luigi Pirandello: Enrico IV
- Creatività o via d’uscita
- Edvard Munch: L’Urlo
Erasmo da Rotterdam: Elogio della follia
Quando si parla di follia l’opera che subito balza alla memoria è l’“Elogio della Follia”, pubblicato con dedica a T. Moro nel 1511 da Erasmo da Rotterdam, celebre umanista olandese nato nel 1466 e diventato, per il suo originalissimo modo di pensare e di scrivere, il principale rappresentante del periodo storico che abbraccia Umanesimo e Rinascimento.
L’Elogio rappresenta una esaltazione allegorica della figura della Follia, rappresentata come dea. Erasmo, servendosi delle dolci parole della dea, pone in discussione tutto un mondo ed un sistema di vita; in particolare, il libro si presenta come una satira dell’immoralità del clero e come l’elogio della follia del vero cristiano che impronta la sua vita sulla fede.
In tutta la narrazione Erasmo ritiene che la follia sia la dominatrice dell’intera civiltà con le sue leggi e le sue usanze. Una follia che con le sue ali circonda ed abbraccia ogni genere di persona, umili e potenti, ignoranti e sapienti; una dea che nella sua schiettezza rappresenta tutti gli umani errori e tutte le umane debolezze.
L’intenzione dell’autore è rovesciare le illusioni prodotte dalla vanagloria umana in forme più consistenti di vita autentica, pur mantenendo in piedi il gioco linguistico paradossale di dichiarare contraria la verità.
Attraverso una critica caustica, ma al contempo ironica e divertita, Erasmo ridefinisce l’idea di saggezza connettendola dialetticamente al suo opposto, e ci conduce, tramite una sorta di percorso iniziatico, alla scoperta dell’impossibilità di separare la follia dall’essenza dell’uomo.
“E non a caso i folli sono sempre stati tanto cari al Signore”, conclude E. dopo aver sferrato un duro attacco al malcostume dei potenti, riproponendo il messaggio evangelico nella sua purezza, autenticità e forza morale.
La narrazione si svolge in un contesto caratterizzato da una sempre-presente, più o meno velata, ironia, attraverso la quale Erasmo si può esprimere liberamente prendendosi gioco di molti tra i concetti e i pregiudizi dell’epoca. Ed è proprio grazie ad essa che egli può dichiarare che il vero saggio non è il re, il generale o l’attento conoscitore della filosofia, ma il giullare, il buffone di corte e il poeta che si divertono a suscitare buon sangue negli astanti.
A lungo andare la saggezza seriosa e austera diventa noiosa, mentre la follia scatena sempre e ovunque ilarità proprio perché attinge a risorse sorprendenti di buon umore, di vanità e di arguzia che dimostrano l’istinto di felicità della natura umana e riescono a far vivere l’uomo senza maschere e a far mostrare la propria, vera, viva personalità.
In definitiva, l’Elogio della follia, l’opera più amata e discussa di Erasmo da Rotterdam, l’opera più importante del ‘500, oltre sessanta ristampe in meno di un secolo ne provano il valore, al di là del suo aspetto di scherzo giocoso o di paradosso intellettuale, costituisce un attento appello etico di grande vigore e attualità.
“Che t’importa che tutti ti fischiano se tu stesso ti applaudi? E questo può avvenire solo grazie alla follia.”
Michel Foucault: Storia della follia
Breve presentazione dell’opera
Storia della Follia nell’Età Classica, pubblicato per la prima volta nel 1972, è la prima grande opera di Michel Foucault, Poitiers 1926–Parigi 1984, e si inserisce all’interno dell’analisi storica spregiudicata e radicale dell’autore.
In essa la nascita della razionalità moderna, tra Rinascimento e Seicento, non segna l’avvento di una più larga tolleranza, ma sorge piuttosto dalla violenta segregazione della follia, che da divina mania, quale era nell’antichità e quale era ancora nel Medioevo, viene segregata come patologia. La trasformazione della ragione in razionalità strumentale o volontà di dominio non va intesa però come una deviazione rispetto alla sua funzione fondamentale, bensì come l’esito necessario del mutamento dei tempi.
La follia nel Medioevo e nell’Età Classica
Secondo Foucault, è a partire dalla scomparsa della lebbra in Europa che, anche se ancora a livello inconscio, l’esperienza dell’isolamento della follia e dell’internamento cominciano a farsi strada nella mentalità medioevale, fino all’esplosione che avranno nell’Età Classica. Gli ospedali e gli edifici sanitari che erano destinati ad ospitare i malati di lebbra si riveleranno allora i luoghi più adatti per quell’esperienza correzionaria di isolamento e prigionia che contraddistinguerà la follia nel XVII secolo.
Ma nel Medioevo la concezione di follia era ancora inserita nell’antica contrapposizione Bene/Male come parte inscindibile dell’umana tragicità, e sebbene già sulla via dell’alienazione e della punizione, il folle era largamente ammesso nella società come parte costitutiva di essa. L’isolamento non gli precludeva un ruolo sociale e simbolico che l’arte e la cultura dell’epoca non mancheranno di concedergli.
Nel Medioevo il folle è un personaggio, oggetto di rappresentazione artistica e di allegoria, stereotipo dell’insensatezza della condizione umana e ricettacolo delle paure dei propri contemporanei.
Il campo in cui più la figura del folle ebbe successo fu sicuramente la pittura. Ad esempio un quadro fondamentale attorno a cui Foucault fa ruotare la propria interpretazione dell’esperienza medioevale della follia, analizzandone i significati impliciti, è la “Nave dei Folli”. Nel dipinto di Bosch il folle è in tutto e per tutto stereotipo della sregolatezza e dell’insensatezza della condizione umana, protagonista di un viaggio insulso alla volta del nulla, o forse del sapere universale.
La navigazione è al contempo simbolo dell’isolamento e della purificazione, preludio dell’internamento e rito misterioso che riconduce ad antiche magie e cabale che nel Medioevo affiancavano spesso l’immagine del folle.
Al fianco del viaggio verso l’ignoto, nella rappresentazione della follia di Bosch troviamo anche la tendenza a raffigurare animali fantastici ed il più delle volte mostruosi, uomini dai visi deformi e dagli arti mutilati, ed una serie di altre visioni sconcertanti in cui sono sfogate le paure inconsce della società sua contemporanea.
Le figure fantastiche diventano allegoria delle incertezze umane, dell’incapacità di rispondere alle domande della vita, anche se a volte sono semplicemente sfruttate per la satira sociale o per l’esaltazione del mondo carnevalesco.
La complementarità della follia con la ragione si ritrova nella distinzione che veniva fatta, a partire da Erasmo, di due tipi di follia: da una parte una “folle follia”, che rifiuta la follia caratteristica della ragione e, rifiutandola, la raddoppia, cadendo nella più semplice, chiusa ed immediata delle follie; d’altra parte una “saggia follia” che accoglie la follia della ragione, la ascolta e la lascia penetrare nei propri pensieri: così facendo si difende dalla follia più di quanto possa fare l’ostinazione di un rifiuto sempre sconfitto in partenza.
È con l’avvento dell’Età Classica e con le riflessioni di Cartesio e di Montaigne che l’orizzonte medioevale della follia comincia a restringersi, e l’autorità del pensiero prevale sull’interpretazione allegorica della follia.
La follia comincia ad allontanarsi dalla comunità, e ben presto i privilegi culturali ed il potere di suggestione del folle lasceranno spazio alla sua visione come minaccia, o semplicemente come individuo superfluo da allontanare e rimuovere dalla coscienza sociale.
Le strutture lasciate libere dai lebbrosi rivelano finalmente la loro utilità nell’accogliere una vasta umanità di individui respinti dalla città, diventando ospedali ed al contempo carceri per individui di ogni tipo ed estrazione sociale.
Emblema delle nuove strutture dedicate all’isolamento è l’Hôpital Général di Parigi, fondato nel 1656, definito da Foucault “il terzo stato della repressione”. Si tratta appunto di uno dei primi ospedali destinati ad accogliere e “correggere” i folli e gli alienati.
Fin dall’inizio, però, è evidente che non si tratta di un’istituzione medica, ma di una sorta di entità amministrativa dotata di poteri autonomi, che ha diritto di giudicare senza appello e di applicare le sue leggi. I malati sono trattati senza rispetto per le condizioni in cui versano e tutta l’organizzazione ricorda molto da vicino quella di un carcere.
È qui che nasce davvero l’esperienza dell’internamento, destinata ad essere emblema di tutto il modo di pensare e di reagire alla follia durante l’Età Classica. Ben presto le case di correzione cominceranno a diffondersi dappertutto, in Francia ed in Europa, e a diventare strumento del potere, che non esiterà a ricorrere ad arbitrarie misure d’internamento: nell’arco di breve tempo un parigino su cento vi si troverà rinchiuso.
Un’altra grande caratteristica dell’Età Classica fu trovare nell’espiazione del lavoro una solida giustificazione alla costruzione delle case d’internamento. Mentre nel Medioevo la sensibilità verso il folle era legata a trascendenze immaginarie, ora il folle è giudicato secondo l’etica dell’ozio, ed in virtù della sua inutilità sociale viene condannato ed escluso, insieme ai poveri, ai malati ed ai criminali.
Dunque l’Età Classica diventa il momento in cui la follia è percepita nell’orizzonte sociale della povertà, dell’incapacità al lavoro, dell’impossibilità di integrarsi; è il momento in cui essa comincia a far parte dei problemi dell’ordinamento civile.
Viene tracciata una linea di demarcazione tra spazio sociale e follia e a quest’ultima si riserva una zona neutrale dove potersi manifestare all’oscuro di tutti, negandole così la libertà.
L’Età Classica, quindi, ha neutralizzato in un colpo solo e con efficacia sicurissima, tanto più sicura quanto più cieca, coloro che noi normalmente distribuiamo nelle prigioni, nelle case di correzione, negli ospedali psichiatrici o negli studi degli psicoanalisti.
Il mondo degli internati era costituito da ogni sorta di personalità, ed entrando in uno qualunque dei numerosissimi edifici dedicati all’alienazione si potevano incontrare folli, criminali, dissidenti politici fra le varie migliaia di persone che vi erano rinchiuse.
Nell’internamento non ci si chiede se ad essere colpita è la ragione: ogni forma sociale che si scontra contro la lucida razionalità seicentesca viene imprigionata, addirittura i sifilitici, in virtù dell’oscurità della loro malattia, venivano ammessi all’Hôpital Général.
Il folle torna così ad essere personaggio, ma non si tratta più dei personaggi che popolavano la Nave dei Folli, che erano tipi morali come il ghiottone, il sensuale, l’orgoglioso. “A partire dal XVII secolo l’uomo di sragione è un personaggio concreto, tratto da un mondo sociale reale, giudicato e condannato dalla società… la follia è stata bruscamente investita da un mondo sociale nel quale essa trova il suo luogo privilegiato ed esclusivo di apparizione; le è stato attribuito un territorio limitato dove ognuno può riconoscerla e denunciarla”.
Nell’Età Classica l’analisi etica dell’uomo contrappone fortemente la ragione alla sragione, escludendo e condannando irrimediabilmente quest’ultima, e compiendo così la più grande delle follie: pretendere di poter.
Analizzando i libri dell’internamento ci si accorge che una delle parole più usate per caratterizzare il folle era quella di “furioso”. “Nell’internamento esso fa allusione a tutte le forme di violenza che sfuggono alla definizione rigorosa del delitto e alla sua catalogazione giuridica; esso mira ad una specie di regione indifferenziata del disordine, a tutto il dominio oscuro di una rabbia misteriosa che appare al di qua di una possibile condanna”.
Sebbene ciò possa apparire una nozione confusa, è abbastanza per motivare alcuni aspetti polizieschi e morali dell’internamento, e a farci comprendere come una follia che era misconosciuta nell’ambito della malattia fosse accomunata al libertinaggio o alla dissolutezza.
Ciò non giustifica però la totale assenza di cure mediche specifiche all’interno delle case di correzione, dove i medici erano presenti solo in virtù di un decreto che era poi lo stesso che regolava la sanità delle prigioni.
La gente non veniva rinchiusa per guarire, dal momento che il problema non veniva nemmeno posto, ma solo per terminare i propri giorni secondo le abitudini della vita correzionaria e lontana dalla società.
La sottile presenza della concezione della follia come malattia, seppur ridotta e limitata, è contemporanea alla generale concezione della follia come appartenente all’internamento, all’alienazione ed alla punizione.
Secondo Foucault è proprio questa giustapposizione che pone il problema della follia durante l’Età Classica, e che contemporaneamente può servire per comprendere a fondo quale fosse lo statuto del folle in quest’epoca.
Da un lato, nonostante le conquiste mediche e psicanalitiche nel campo della sragione, non si può ignorare il fatto che da sempre la follia non si è mai esaurita nel dominio della medicina.
Il folle non ha mai avuto bisogno delle determinazioni della medicina per accedere al proprio reame di individuo, ed anzi lo ha ottenuto nel Medioevo in un ambito del tutto estraneo alla cultura medica e correzionaria.
Con la Renaissance il folle cominciava ad essere definito in una prospettiva propria e molto più individuale, dove l’aspetto della malattia si configurava per la prima volta nella sua immagine. L’Età Classica ha riassorbito il folle confondendolo nuovamente in un orizzonte generale, ma questa volta si tratta dell’orizzonte generale dell’internamento e della cura.
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Follia di Einstein, tesina Medea pazzia

- Filosofia: Erasmo da Rotterdam (Elogio della follia), Michael Foucault (Storia della follia);
- Italiano: Luigi Pirandello;
- Latino: Seneca (follia di Medea);
- Inglese: Virginia Woolf (Mrs Dalloway);
- Geografia astronomica: i buchi neri;
- Fisica: Albert Einstein (la curvatura dello spazio);
- Storia: Adolf Hitler;
- St. arte: Edvard Munch (L'urlo);
- Italiano: Albert Einstein, Sigmund Freud (scambio di lettere).