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Tesina sull'estetismo

Di Marco D‘Aniello III B

uola Media Statale Giacinto Gigan

Anno scolastico 2007/2008

“L’amore per la vita,

per la bellezza

e per l’arte”

Mappa

Concettuale

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La Le Scoperte della Seconda Rivoluzione

Industriale

Belle

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L’esteta, un nuovo tipo umano

L'esteta uomo e letterato è una figura complessa e molto intrigante. Lo scrittore si

propone, con ogni mezzo, di suscitare nel lettore emozioni rare, forti e sconvolgenti.

La letteratura degna si distingue soprattutto in base alla forma: la parola poetica è

una rivelazione delle energie interne e ha la funzione di eccitare l'animo del lettore,

di accarezzare l'orecchio con la sua musicalità, di comunicare immagini attraverso il

suono. Il verso, la rima, la ricercatezza stilistica sono spesso il fine stesso del

comporre, che presuppone una sensibilità e un gusto del tutto eccezionali. E fuori

dal comune, superlativo e brillante deve essere l'artista, che anela a raggiungere e a

identificarsi con il bello. L’uso di stupefacenti non è disdegnato: l'alcool e l'oppio

sono certamente dei vizi, ma esistono per ragioni estetiche. L’artista é convinto che

il senso della vita non è nella realtà, ma nell’immaginarla. Il sogno è più bello di

qualsiasi realtà banale e mediocre, essendo la bellezza non intrinseca all'oggetto,

ma un'immagine che ci colpisce e che ci trasmette emozioni. Di qui nasce la ricerca

del piacere e la convinzione dell’esteta che la sua salvezza risieda proprio nel vizi.

Egli intraprende una rotta contro la virtù, non quella vera, ma quella che appare

tale, che si fa credere e lodare come virtù: combatte il fariseo, l'ipocrita, l'ingiusto

che sembra giusto. Non gli resta che contrapporre alla falsa virtù il peccato vero,

eccezionale, eroico, che s'imponga all'attenzione dei falsi benpensanti e moralisti. Si

possono distinguere due forme diverse di intendere l'estetismo: la vita come piacere

e la vita come bellezza. Entrambe richiedono una sensibilità raffinata e molto acuta,

ma proprio le sensazioni più complicate sono quelle migliori. Alla bellezza, per

essere tale, è necessario il vizio, il ripugnante, l’orrido. Amare la vita significa

renderla unica, perfetta, sovrumana, fino all’esasperazione delle perversioni sadiche

che procurano l’estremo e crudele piacere. Per l’edonista il piacere estetico e quello

sensuale sono la realizzazione dell’uomo, ma pochi individui sono capaci di

raggiungere l'ideale. Esteta non è colui che gode semplicemente delle situazioni

della vita, ma chi è in continua ricerca di sensazioni ed esperienze nuove, Egli

s'innamora di tutto ciò che passa e non dura, ed è proprio il passare di quel di cui

s’innamora che gli garantisce la sua libertà. La donna, che tanta parte ha nei suoi

pensieri spesso non è altro che una cavia di esperimenti, una fonte di piacere

mutevole e di sensazioni straordinarie. Quando la sua bellezza è sfiorita, o ha

perduto qualcosa, egli procederà ad una sostituzione di persona. Il matrimonio non

può essere accettato, in quanto è antiestetico, è un impegno deprecabile che uccide

la bellezza e il piacere, un rifugio per i deboli, una condanna al tedio. Edonista,

colto, amorale, insoddisfatto ed egoista, così si presenta l'esteta, che in fin dei conti

non fa altro che evadere dalla vita per rifugiarsi in un’inerzia e in un disimpegno

dalla politica, dagli affari, dal monde. È anche questo un modo di protestare contro

la società capitalista, industriale e commerciale dell'Ottocento. Egli è convinto che il

mondo degli affari e delle macchine, della produzione e del denaro sia brutto,

mentre ritiene quello delle lotte politiche e sociali ottuso e avvilente. Egli pertanto

se ne disinteresse e se ne sta col suo ideale di arte e di bellezza, per il quale è

pronto a sacrificare la vita. A nulla valgono la fede scientifica e gli imperativi della

morale, né tanto meno va presa in considerazione l'ipocrisia della religione. La sua è

una nobiltà che spesso trova la sua legittimazione nell’autoconservazione più che

nella genealogia, che si manifesta in primo luogo con l'eccentricità nel vestire,

nell’atteggiarsi, e nello spirito di provocazione, ovvero nel dandismo. Tuttavia

questo modo di vivere presenta dei limiti: l'incompatibilità dei suo modo di sentire e

il passare dì tutte le cose che catalizzano la sua attenzione proiettano questo tipo

umano nella più profonda e irrimediabile solitudine. Il concentrarsi esclusivamente

sull'attimo, sul piacere immediato, fa sì che l'impossibilità di rivivere le situazioni

passate si trasformi in un insolvibile problema esistenziale. Il dramma dell'esteta sta

appunto nell’invecchiare, nel perdere il prestigio, e la considerazione conseguiti

nella sua tumultuosa e sregolata giovane età.

Gabriele D’Annunzio

In Italia Gabriele D’Annunzio è il portavoce principale della cultura

estetizzante. Egli mirò a realizzare uno stile di vita del tutto

eccezionale libero da costrizioni e vincoli, fastoso, raffinato, sensuale, ricco di- tensioni

erotiche, forte di ideali eroici. La sua influenza si esercita oltre che in ambito propriamente

letterario, sul costume e sulla società italiana per parecchi anni, almeno sino al primo

conflitto mondiale. Egli era per milioni di persone un modello di comportamento e di gusti,

oltre che un fervido creatore di mode e atteggiamenti e un ispiratore dì ideali.

La vita

Nato nel 1863 a Pescara da agiata famigli borghese, studiò in una delle scuole più

aristocratiche dell'Italia del tempo, il collegio Cicognini di Prato. Esordì nel 1879, sedicenne,

con un libretto in versi, Primo vere.Raggiunta la licenza liceale, a diciotto anni, si trasferì a

Roma per frequentare l'università. In realtà abbandonò presto gli studi, preferendo vivere tra

salotti mondani e redazioni dei giornali. Acquistò subito notorietà. Sono gli anni in cui

D'Annunzio sì crea la maschera dell'esteta, dell’individuo superiore, dalla squisita sensibilità,

che rifugge inorridito dalla mediocrità borghese, rifugiandosi in un mondo di pura arte, e che

disprezza la morale corrente, accettando come regola di vita solo il bello. Questa fase

estetizzante della vita di D’Annunzio attraversò una crisi alla svolta degli anni Novanta,

riflettendosi anche nella tematica della produzione letteraria; lo scrittore cercò così nuove

soluzioni, e le trovò, in un nuovo mito, quello del superuomo, ispirato approssimativamente

alle teorie del filosofo tedesco Nietzsche, un mito non solo più di bellezza, ma dì energia

eroica, attivistica. Nella realtà, D'Annunzio puntava a creare l’immagine di una vita

eccezionale. A creargli intorno un alone di mito contribuivano anche i suoi amori. In realtà, in

questo disprezzo per la vita comune ed in questa ricerca di una vita eccezionale, D'Annunzio

era strettamente legato alle esigenze del sistema economico del suo tempo. Il culto della

bellezza ed il "vivere inimitabile”, superoministico, risultavano essere finalizzati al loro

contrario, a ciò che D’Annunzio ostentava di disprezzare: il denaro e le esigenze del mercato:

proprio lo scrittore più ostile al mondo borghese era in realtà il più legato alle sue leggi; lo lo

scrittore che più spregiava la massa, era costretto a sollecitarla e a lusingarla. E' una

contraddizione che D'Annunzio non riuscì mai a superare. D'Annunzio non si accontentava più

dell'eccezionalità di un vivere puramente estetico, - vagheggiava anche sogni di attivismo

politico. Per questo, nel 1897, tentò l'avventura parlamentare, come deputata dell'estrema

destra. Ciò non gli impedì, nel 1900, di passare allo schieramento di sinistra:ma non deve

meravigliare , perché questa ambigua disponibilità è propria delle posizioni irrazionalistiche,

estetizzanti e vitalistiche, che sono sempre attratte dalle manifestazioni di forza ed energia

vitale, qualunque orientamento ideologico esse seguano. Cercando uno strumento con cui

agire più direttamente sulle folle per imporre il suo verbo di "vate”, D'Annunzio a partire dal

1899 si rivolse anche al teatro. D'Annunzio, a causa dei creditori inferociti, nel 1910 fu

costretto a fuggire dall'Italia e a rifugiarsi in Francia. Nell’ “esilio” si adattò al nuovo

ambiente letterario, scrivendo persino opere teatrali in francese. L'occasione tanto attesa per

l'azione eroica gli fu offerta dalla prima guerra mondiale. Allo scoppio del conflitto D'Annunzio

tornò in Italia ed iniziò un'intensa campagna interventista, che ebbe un peso notevole nello

spingere l’Italia in guerra, galvanizzando l’opinione pubblica. Anche la guerra di D'Annunzio

fu una guerra eccezionale, non combattuta nel fango e nella sporcizia delle trincee, ma nei

cieli, attraverso la nuovissima arma, l'aereo. Nel dopoguerra D'Annunzio si fece interprete dei

rancori per la "vittoria mutilata” che fermentava tra i reduci, capeggiando una marcia di

volontari su Fiume, deve instaurò un dominio personale sfidando lo Stato italiano.

L’estetismo e la sua crisi

L'esordio letterario di D’Annunzio avviene sotto il segno dei due scrittori che in Italia a

cavallo degli anni '80, suscitano maggior eco, Carducci e Verga. Le prime due raccolte liriche,

Primo vere (1879) e Canto novo (1882) si rifanno al Carducci delle Odi barbare (1877); la

prima opera narrativa, la raccolta di novelle Terra vergine (1882), guarda al Verga di Vita dei

campi (1880). Se si esclude Primo vere, che è poco più di un esercizio di apprendistato, il

Canto novo offre già indicazioni molto interessanti. Oltre alla metrica barbara, D'Annunzio

ricava da Carducci il senso tutto "pagano" delle cose sane e forti, della comunione con una

natura solare e vitale. Ma questi temi sono portati al limite estremo, e toccano i vertici di una

fusione ebbra tra io e natura che fa già presentire il futuro panismo superomistico. Terra

vergine è il corrispettivo in prosa del Canto novo. Il modello è il Verga rusticano di Vita dei

campi: anche D'Annunzio presenta figure e paesaggi della sua terra, l'Abruzzo. Il mondo di

Terra vergine è un mondo sostanzialmente idillico, non problematico. Sul piano delle tecniche

narrative, questo compiacimento per la ferinità e la barbarie sì esprime in una continua

intromissione della soggettività del narratore che è l'opposto dell’impersonalità verista.

I versi degli anni Ottanta e l’estetismo

L'Intermezzo di rime (1883) è giocato sulla confessione della stanchezza sensuale, della

sazietà della carne viziosa. Isotta Guttadauro (1886) è un esercizio raffinato ed estetizzante di

recupero delle forme poetiche quattrocentesche, la Chimera (1890), pubblicata insieme

all’Isotteo, nuova edizione dell'Isotta Cuttadauro, insiste su temi di sensualità perversa,

compendiati in immagini di una femminilità fatale e distruttrice. Queste opere poetiche sono

il frutto della fase dell’estetismo dannunziano, che si esprime nella formula “il Verso è tutto”.

L'arte è il valore supremo, e ad essa devono essere subordinati tutti gli altri valori. La vita si

sottrae alle leggi del bene e del male e si sottopone solo alla legge del bello, trasformandosi

in opera d'arte. Sul piano letterario, tutto ciò dà vita ad un vero e propria culto religioso

dell’arte e della bellezza, in una ricerca di eleganza estenuante, di squisiti artifici formali. La

poesia non sembra nascere dall'esperienza vissuta, ma da altra letteratura. I versi

dannunziani pertanto sono fitti di echi letterari, che provengono dai poeti classici, da quelli

della tradizione italiana, dai contemporanei poeti francesi e inglesi.

Il piacere e la crisi dell'estetismo

L'esteta non ha la forza di opporsi realmente alla borghesia in ascesa, che a fine secolo si

avvia sulla strada dell'industrialismo, del capitalismo monopolistico, dell’imperialismo

aggressivo, colonialista e militarista. Il suo isolamento sdegnoso, lungi dall'essere un

privilegio, non può che divenire sterilità ed impotenza, il culto della bellezza si trasforma in

menzogna. La costruzione dell'estetismo entra allora in crisi. Il primo romanzo scritto da

D’Annunzio, Il piacere (1889), in cui confluisce l’esperienza mondana e letteraria vissuta sino

a quel momento, ne è la testimonianza più esplicita. Al centro del romanzi> è la figura di un

esteta, Andrea Sperelli, un giovane aristocratico, artista, proveniente da una famiglia di

artisti "tutto impregnato di arte". Il principio “fare la propria vita, come si fa un'opera d’arte",

in un uomo dalla volontà debolissima, quale è Andrea, diviene una forza distruttiva, che lo

priva di ogni energia morale e creativa, lo svuota e lo isterilisce. L'eroe è diviso tra due

immagini femminili: Elena Muti, la donna fatale, che incarna l’erotismo lussurioso, e Maria

Ferres, la donna pura, che rappresenta l'occasione di un riscatto e dì una elevazione

spirituale. Ma in realtà l'esteta libertino mente a se stesso: la figura della donna angelo è solo

oggetto di un gioco erotico più sottile e perverso, fungendo da sostituta di Elena, che Andrea

continua a desiderare e che lo rifiuta. Andrea finisce per tradire la sua menzogna con Maria,

ed è abbandonato da lei, restando solo con il suo vuoto e la sua sconfitta. Nei confronti di

questa suo "doppio letterario” D'Annunzio ostenta un atteggiamento impietosamente critico.

Quindi, pur segnando un punto di crisi e di consapevolezza, il Piacere non rappresenta il

definitivo distacco di D'Annunzio dalla figura dell'esteta. Nel suo impianto narrativo il

romanzo risente ancora della lezione del realismo ottocentesco e del verismo, che conservava

in quegli anni grande vitalità. Sono evidenti le ambizioni a costruire un quadro sociale, di

costume, popolato di figure tipiche di aristocratici oziosi e corrotti.

Il superomismo

L’ideologia superomistica

D’Annunzio coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche banalizzandoli: il rifiuto del

conformismo borghese e dei principi egualitari che schiacciano la personalità, l'esaltazione di

uno spirito dionisiaco, cioè di un vitalismo gioioso, libero dalla morale, il rifiuto della pietà

dell'altruismo, il mito del superuomo, assumono una coloritura antiborghese, aristocratica e

antidemocratica. Il mito Nietzschiano del superuomo è interpretato da D'Annunzio come il

diritto dì pochi esseri eccezionali ad affermare il loro dominio sulla massa. Questo nuovo

personaggio ingloba in sé l'esteta. L'artista superuomo ha funzione di vate, ha una missione

politica di guida, diversa da quella del vecchio esteta. Il superuomo dì Nietzsche venne quindi

mal interpretato e in D’Annunzio si limitò a nuove avventure erotiche e all’esaltazione della

propria personalità eccezionale proponendo così un dannunzianesimo basato sul costume e

sulla moda, esaltato da una borghesia ambiziosa e megalomane.

I romanzi del superuomo

Il romanzo Il trionfo della morte rappresenta una fase di transizione fra le due figure dei

superuomo. L'eroe Giorgio Aurispa è un esteta simile ad Andrea Sperelli che, travagliato da

una malattia interiore, va alla ricerca di un nuovo senso della vita. Un breve rientro nella sua

famiglia acuisce la sua crisi, perché reimmergersi nei problemi della vita familiare e

soprattutto rivivere il conflitto con il padre contribuisce a minare le sue energie vitali: per cui

è indotto, a identificarsi nella figura dello zio, a lui simile nella sensibilità e morto suicida. La

ricerca porta l'eroe a tentare di riscoprire le radici della sua stirpe. La soluzione gli si affaccia

nel messaggio dionisiaco di Nietzsche, in un’immersione nella vita in tutta la sua pienezza,

ma l'eroe non è ancora in grado di realizzare tale progetto: prevalgono in lui, sull’ispirazione

alla vita piena e gioiosa, le forze negative della morte; egli al termine del romanzo si uccide. Il

romanzo successivo "Le vergini delle rocce" segna la svolta ideologica radicale, nel quale

l'eroe è forte e sicuro. E' stato definito il "manifesto del superomismo”. Esso contiene le

nuove teorie dannunziane.

Le laudi

Nel campo della lirica D'Annunzio vuole affidare il compito di vate a sette libri di Laudi del

cielo, del mare, della terra e degli eroi. Nel 1903 pubblica i primi tre (Maia, Elettra e Alcione),

un quarto Merope, nel 1911. Postumo è un quinto, Asterope. Gli ultimi due, anche se

annunciato non furono scritti. Maia non è una raccolta di liriche, ma un lungo poema di oltre

800 versi. In esso D’Annunzio adottò il verso libero; il carattere è profetico e vitalistico. Il

poema è la trasfigurazione mitica di un viaggio in Grecia, realmente compiuto da D'Annunzio.

Il viaggio nell’Ellade è l’immersione in un passato mitico alla ricerca di un vivere sublime.

Dopo di che il protagonista si reimmerge nella realtà moderna. Il mito classico vale a

trasfigurare questo presente, riscattandolo dal suo squallore. Il passato modella su di sé il

futuro da costruire.

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