Liceo scientifico statale “E. Fermi”
Indirizzo: socio-psico-pedagogico
Alunna: Tricarico Antonia
Classe 5 sezione B
A. S. 2007/2008
Minervino Murge 1
Gabriele
Petronio D’Annunzio Nietzsche
La creatività
Gardner e Oscar Wilde
Bruner Dopoguerra
In Italia,
Impresa di
Fiume 2
Il tema su cui si svolge tutto il lavoro è “l’estetismo”, ossia il culto del bello e la figura del superuomo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900… in un clima antipositivistico, legato al rifiuto degli ideali positivistici della scienza e del progresso lineare! Oggi, a distanza di anni, la società si chiede: il mondo si salverà con la bellezza?
Certamente si salverà. A condizione che l’uomo e la donna riconoscano che la bellezza è una qualità che risiede in ognuno di noi. Ma a riscattarci non sarà l’estetismo esteriore, quello che oggi tanto ci condiziona. Anzi, questa bellezza, che nessuno condanna e che può rendere la vita piacevole, rischia però a volte di diventare un dovere, di distrarci, di impegnarci in esercizi inutili, in obblighi stancanti, in nocive sensazioni di inadeguatezza (quando non riusciamo a raggiungere certi standard).
La bellezza che ci salverà è ovviamente di tutt’altro genere. Per citare un proverbio forse banale, ma importantissimo, è quella che “sta nell’occhio di chi la guarda”. È la bellezza di chi, avendo trovato il senso del proprio valore, della propria armonia interiore, riesce a scorgere queste stesse cose all’esterno, negli altri, nelle situazioni quotidiane.
Quando crediamo nella bellezza, vale a dire nella possibilità di scoprire ciò che è pulito, fresco, pieno d’amore in tutte le cose, riusciamo a intravederla dove è nascosta: persino nelle situazioni che a prima vista paiono irritanti e disarmoniche, ma che nascondono sempre la possibilità di una risoluzione inaspettata, felice, “miracolosa”.
Quando coltiviamo la fede nella bellezza, riusciamo a svelarla e a evocarla: allora, anziché scrollare le spalle quando tutto sembra difficile, coltiviamo delle utopie, a livello personale, sociale e politico. Qualche volta ci diamo da fare per realizzarle, qualche volta scopriamo che il mondo non aspettava che questo: che avessimo fede nella sua bellezza nascosta, ma sempre possibile’
Inno alla bellezza: Baudelaire
Vieni dal ciel profondo o l’abisso t’esprime,
Bellezza? Dal tuo sguardo infernale e divino
piovono senza scelta il beneficio e il crimine,
e in questo ti si può apparentare al vino.
Hai dentro gli occhi l’alba e l’occaso, ed esali
profumi come a sera un nembo repentino;
sono un filtro i tuoi baci, e la tua bocca è un calice
che disanima il prode e rincuora il bambino.
Sorgi dal nero baratro o discendi dagli astri?
Segue il Destino, docile come un cane, i tuoi panni;
tu semini a casaccio le fortune e i disastri;
e governi su tutto, e di nulla t’affanni. 3
Bellezza, tu cammini sui morti che deridi;
leggiadro fra i tuoi vezzi spicca l’Orrore, mentre,
pendulo fra i più cari ciondoli, l’Omicidio
ti ballonzola allegro sull’orgoglioso ventre.
Torcia, vola al tuo lume la falena accecata,
crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe!
Quando si china e spasima l’amante sull’amata,
pare un morente che carezzi la sua tomba.
Venga tu dall’inferno o dal cielo, che importa,
Bellezza, mostro immane, mostro candido e fosco,
se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso la porta
m’aprono a un Infinito che amo e non conosco?
Arcangelo o Sirena, da Satana o da Dio,
che importa, se tu, o fata dagli occhi di velluto,
luce, profumo, musica, unico bene mio,
rendi più dolce il mondo, meno triste il minuto?
1. La vita
D’Annunzio acquista notorietà molto presto, grazie ad un’ampia produzione di versi, di opere narrative e di articoli giornalistici, ma anche attraverso una vita scandalosa, per i principi dell’epoca, fatta di avventure sentimentali e lusso.
Questi sono gli anni in cui D’Annunzio si crea la maschera dell’esteta, un individuo superiore, che rifiuta inorridito la mediocrità borghese, rifugiandosi in un mondo di pura arte, accettando come regola di vita solo il bello.
Egli mirava a crearsi una vita eccezionale, sottratta alle norme del vivere comune, il “vivere inimitabile”, conducendo una vita da principe rinascimentale, tra oggetti d’arte e altre ricchezze. In realtà, questo disprezzo per la vita comune era strettamente connesso alle esigenze del mercato: con le sue esibizioni e i suoi scandali, lo scrittore voleva mettersi in luce nel pubblico, per vendere meglio la sua immagine e la sua arte.
L’estetismo di D’Annunzio entrò in crisi negli anni ’90; egli cercò quindi nuove soluzioni, che trovò in un nuovo mito, quello del superuomo, ispirandosi approssimativamente alle teorie del filosofo tedesco Nietzsche. Nel 1897 tentò anche l’avventura politica, come deputato dell’estrema destra: il suo sogno era la restaurazione della grandezza della Roma antica. Dopo tre anni passò alla sinistra, ma ciò non deve meravigliare, perché l’ambiguità è tipica della posizione irrazionale di D’Annunzio.
Nel 1910 fu costretto a fuggire in Francia a causa di grossi debiti, ma trovò ben presto l’occasione per l’impresa eroica: allo scoppio della prima guerra mondiale iniziò un’intensa attività interventista, giocando un ruolo notevole nello spingere l’Italia in guerra. D’Annunzio prese parte alla guerra, ma non combatté nel fango delle trincee, ma in cielo.
Nel dopoguerra si fece portavoce dei rancori per la “vittoria mutilata”, e tentò di proporsi come guida di una rivoluzione che riportasse ordine nel caos sociale, ma fu spiantato dal più abile Mussolini.
1.1 Dall’estetismo al superuomo
L’opera principale di D’Annunzio è “Terra Vergine”, in cui è presentata una natura fertile dove nascono e si consumano passioni sfrenate. In un primo sviluppo nasce la fase dell’estetismo: la vita non si basa più sulle leggi del bene e del male, ma solo sul bello, trasformandosi in un’opera d’arte.
L’esteta è un personaggio che s’isola dalla realtà della società borghese, per vivere in un mondo di pura arte e bellezza, in risposta ad un mondo capitalistico che tendeva a declassare ed a emarginare l’artista, togliendogli quella posizione privilegiata e di grande prestigio di cui aveva goduto nelle epoche precedenti, costringendolo ad adattarsi alle esigenze del mercato.
D’Annunzio non si rassegna a essere schiacciato: egli vuole successo e gloria, vuole condurre una vita di lusso in un ceto privilegiato. Sul piano letterario, ciò porta alla ricerca di eleganza e di bellezza. Le opere di questo periodo sono ricche di echi letterari provenienti dai poeti classici.
In poco tempo però l’esteta entra in crisi, in quanto D’Annunzio stesso si rende conto che questi non ha la forza di opporsi alla borghesia in ascesa. Il suo isolamento lo porta a diventare un essere sterile e impotente.
Testimonianza di tale crisi è “Il piacere”, che ha come protagonista un esteta, Andrea Sperelli, che rispecchia l’insoddisfazione di D’Annunzio. Andrea è un giovane aristocratico, il cui principio è rendere la sua vita un’opera d’arte, ma ciò lo priva di ogni energia.
La sua crisi è dimostrata nel rapporto con le donne: egli è diviso tra due donne, Elena, donna fatale che rappresenta l’erotismo e le passioni sfrenate, e Maria, donna pura. Andrea mente a se stesso: ama Elena, ma lei lo rifiuta, e finirà quindi per tradirsi con Maria, ma lei lo abbandonerà, e resterà solo con la sua sconfitta.
Pur segnando un punto di crisi, “Il piacere” non rappresenta il definitivo distacco di D’Annunzio dall’estetismo. Cogliendo alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche e forzandoli entro un suo sistema di concezioni (rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari che appiattiscono la personalità; esaltazione dello spirito dionisiaco – dio greco dell’ebbrezza), interpreta la figura del superuomo, inteso come diritto di pochi uomini eccezionali ad affermare se stessi, ponendosi al di sopra delle leggi del bene e del male.
L’eroe ora non si accontenta più di vagheggiare la bellezza in un mondo solitario, isolato, ma si prefigge il dovere di imporre, attraverso di essa, il dominio di un’élite violenta ma raffinata.
Il superuomo è un altro modo di reagire al conformismo borghese, opposto all’esteta, poiché affida all’artista-superuomo la funzione di “vate” (celebratore degli ideali di un popolo) e anche una politica.
Mentre l’esteta era in opposizione con la realtà dominante, il superuomo ne può far parte (imperialismo, militarismo e colonialismo). Con “Le vergini delle rocce” si ha una svolta: D’Annunzio non propone più un personaggio debole e tormentato, ma un eroe forte e sicuro, che va senza esitazioni verso la meta.
Questo romanzo è stato definito il manifesto politico del superuomo, in quanto contiene le nuove teorie di D’Annunzio. 6
1.2 “Un ritratto allo specchio: Andrea Sperelli ed Elena Muti”
(Da “Il piacere”)
Chi era ella mai? Era uno spirito senza equilibrio in un corpo voluttuario. A similitudine di tutte le creature avide di piacere, ella aveva per fondamento del suo essere morale uno smisurato egoismo.
La sua facoltà precipua, il suo asse intellettuale, per dir così, era l’immaginazione: una immaginazione romantica, nudrita di letture diverse, direttamente dipendente dalla matrice, continuamente stimolata dall’isterismo.
Possedendo una certa intelligenza, essendo stata educata nel lusso d’una casa romana principesca, in quel lusso papale fatto di arte e di storia, ella era sì velata d’una vaga incipriatura estetica, aveva acquistato un gusto elegante; ed avendo anche compreso il carattere della sua bellezza, ella cercava, con finissime simulazioni e con una mimica sapiente, di accrescerne la spiritualità, irraggiando una capziosa luce d’ideale.
Ella portava quindi, nella commedia umana, elementi pericolosissimi; ed era occasion di ruina e di disordine più che s’ella facesse pubblica professione d’impudicizia.
Sotto l’ardore della immaginazione, ogni suo capriccio prendeva un’apparenza patetica. Ella era la donna delle passioni fulminee, degli incendi improvvisi. Ella copriva di fiamme eteree i bisogni erotici della sua carne e sapeva trasformare in alto sentimento un basso appetito...
Così, in questo modo, con questa ferocia, Andrea giudicava la donna un tempo adorata. Procedeva, nel suo esame spietato, senza arrestarsi d’innanzi ad alcun ricordo più vivo.
In fondo ad ogni atto, a ogni manifestazione dell’amor d’Elena trovava l’artifizio, lo studio, l’abilità, la mirabile disinvoltura nell’eseguire un tema di fantasia, nel recitare una parte drammatica, nel combinare una scena straordinaria.
Ben però, in qualche punto, egli rimaneva perplesso, come se, penetrando nell’anima della donna, egli penetrasse nell’anima sua propria e ritrovasse la sua propria falsità nella falsità di lei; tanta era l’affinità delle due nature.
E a poco a poco il disprezzo gli si mutò in una indulgenza ironica, poiché egli comprendeva. Comprendeva tutto ciò che ritrovava in sé medesimo.
Allora, con fredda chiarezza, definì il suo intendimento. Tutte le particolarità del colloquio avvenuto nel giorno di San Silvestro, più d’una settimana innanzi, tutte gli tornarono alla memoria; ed egli si piacque a ricostruir la scena, con una specie di cinico sorriso interiore, senza più sdegno, senza concitazione alcuna, sorridendo di Elena, sorridendo di sé medesimo.
Perché ella era venuta? Era venuta perché quel convegno inaspettato, con un antico amante, in un luogo noto, dopo due anni, le era parso strano, aveva tentato il suo spirito avido di commozioni rare, aveva tentato la sua fantasia e la sua curiosità.
Ella voleva ora vedere a quali nuove situazioni e a quali nuove combinazioni di fatti l’avrebbe condotta questo giuoco singolare. L’attirava forse la novità di un amor platonico con la persona medesima ch’era già stata oggetto d’una passion sensuale.
Come sempre, ella era sì messa con un certo ardore all’immaginazione d’un tal sentimento; e poteva anche darsi ch’ella credesse d’esser sincera e che da questa immaginata sincerità avesse tratto gli accenti di profonda tenerezza e le attitudini dolenti e le lacrime.
Accadeva in lei un fenomeno a lui ben noto. Ella giungeva a creder verace e grave un moto dell’anima fittizio e fuggevole; ella aveva, per dir così, l’allucinazione sentimentale come altri ha l’allucinazione fisica.
Perdeva la coscienza della sua menzogna; e non sapeva più se si trovasse nel vero o nel falso, nella finzione o nella sincerità. Ora, a questo punto era lo stesso fenomeno morale che ripetevasi in lui di continuo.
Egli dunque non poteva con giustizia accusarla. Ma, naturalmente, la scoperta toglieva a lui ogni speranza d’altro piacere che non fosse carnale.
Ormai la diffidenza gli impediva qualunque dolcezza d’abbandono, qualunque ebbrezza dello spirito. Ingannare una donna sicura e fedele, riscaldarsi a una grande fiamma suscitata con un baglior fallace, dominare un’anima con l’artifizio, possederla tutta e farla vibrare come uno stromento, habere non haberi, può essere un alto diletto.
Ma ingannare sapendo d’essere ingannato è una sciocca e sterile fatica, è un giuoco noioso e inutile.
Analisi del testo
Andrea ama Elena, ma improvvisamente lei tronca la relazione e scompare. Al suo ritorno, Andrea scopre che, per evitare una crisi economica, Elena ha sposato un ricco inglese.
Andrea è disgustato nello scoprire che la loro passione, tanto forte e ardente, era stata impedita da una per denaro. In questo brano Andrea analizza Elena e si accorge della falsità di alcuni suoi atteggiamenti, ma è un ritratto “allo specchio”, perché trovava nella falsità della donna la sua falsità, quindi egli la comprendeva, perché anche lui era così.
I primi due paragrafi sono costituiti da un insieme di pensieri di Andrea, in un suo discorso interiore, sotto forma di discorso indiretto libero. Dopo interviene il narratore, con un discorso dall’esterno sul personaggio.
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