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“L’Estetismo”

Il piacere è l’unica “cosa degna di essere vissuta: niente fa invecchiare quanto la felicità”

Oscar Wilde 1

Estetismo

Il termine “Estetismo” va subito a identificare il movimento artistico ma soprattutto letterario della seconda metà dell’800 che vede la bellezza come unico valore in un mondo decadente. Questo termine venne usato per la prima volta in Francia con significato dispregiativo in quello stesso periodo contro i «poeti maledetti» (Verlaine, Rimbaud, Mallarmé, ecc.) che apparivano alla gente comune, con la novità della loro arte e la loro vita irregolare, dei decadenti, cioè corrotti e dissoluti.

Il comportamento di quei poeti evidenziò la sfiducia nella ragione che determinò nel campo morale la crisi dei valori tradizionali di patria, libertà, progresso. Perdutasi, in seguito, anche la fede religiosa per effetto delle negazioni positivistiche, la nuova angoscia fu senza conforto e si tradusse spesso nella maledizione dell’esistenza stessa: essa appare scolorita, banale, senza scopo e significato.

Per gli spiriti psichicamente deboli lo sbocco di quest’angoscia fu una fuga dalla realtà attuata con i disordini morali, sregolatezze dei sensi, paradisi artificiali della droga. Ma per gli spiriti forti l’angoscia fu l’accettazione mascolina ed operosa della realtà e il riconoscimento di un valore positivo dell’esistenza nell’impegno per la costruzione di un mondo migliore.

L’Estetismo va considerato come una fondamentale componente dell’arte e della letteratura decadente che comincia già con l’esaltazione romantica dell’artista e prende forma con la rottura che questi opera nei confronti della società e della cultura vigente, isolandosi dal contesto.

Questo individualismo si fonda sull’analisi narcisisticamente compiaciuta delle proprie sensazioni che recide ogni legame con gli altri uomini e concepisce l’individuo tutto chiuso in se stesso. L’esteta non parla di sentimento, che considera qualcosa di comune, mediocre, banale, ma di sensazioni rare, eccezionali, raffinate.

L’estetismo si può valutare come una sorta di reazione al Parnassianesimo (così chiamato dal titolo della rivista «Le Parnasse contemporain», 1866-1876) che era stato un movimento che si opponeva sia alla poesia soggettiva e sentimentale del Romanticismo, sia alla letteratura di ispirazione oggettiva e sociale del Realismo.

Rifiutando il legame dell’arte con la vita, concepiva l’arte come rappresentazione di un mondo ideale di bellezza e di armonia, raffinata e perfetta nella forma. Gli esteti capovolgono il concetto parnassiano dell’arte.

L’Estetismo è una concezione della “vita come arte”, dell’esperienza come ricerca della bellezza, della sensibilità come raffinatezza. Infatti l’artista è portato, per un verso, a sacrificare tutta la propria vita come un’opera d’arte.

Il maggior rappresentante, Oscar Wilde, realizza il paradosso «per cui non la vita deve ispirare l’arte, ma l’arte deve ispirare la vita», inventarla, plasmarla, arricchirla di esperienze eccezionali nel bene e nel male, alla ricerca dell’assolutamente nuovo, del vivere inimitabile (D’Annunzio).

L’Estetismo presenta anche un continuo invito a godere della giovinezza fuggente, un edonismo nuovo in cui l’esaltazione del piacere è morbosamente collegata alla corruzione della decadenza e in cui la bellezza è intesa come manifestazione del genio ma superiore, al contempo, al genio stesso.

L’esteta è un artista raffinato, che coltiva i propri sensi e la propria coscienza al fuoco della bellezza e si propone di “arder sempre di questa salda fiamma gemmea”.

Accanto a questa tendenza, nell’Estetismo se n’era sviluppata un’altra, orientata non tanto alla contemplazione dell’arte o alla coltivazione di aristocratici e raffinati modi di vita, quanto piuttosto a elaborare concrete pratiche e produzioni artistiche.

Concepire la vita come arte poteva anche voler dire proporsi di produrre, fra gli oggetti di consumo, gli attrezzi di lavoro, gli arredamenti e ornamenti della vita quotidiana, “nulla che non fosse bello”. Si trattava di far divenire bello tutto il mondo, anche quello della nuova società industriale di massa.

La figura del poeta

L’esteta uomo e letterato è una figura complessa e molto intrigante. Lo scrittore si propone, con ogni mezzo, di suscitare nel lettore emozioni rare, forti e sconvolgenti.

La parola poetica è una rivelazione delle energie interne e ha la funzione di eccitare l’animo del lettore, di accarezzare l’orecchio con la sua musicalità, di comunicare immagini attraverso il suono.

Il verso, la rima, la ricercatezza stilistica sono spesso il fine stesso del comporre, che presuppone una sensibilità e un gusto del tutto eccezionale. E fuori dal comune, 2 superlativo e brillante deve essere l’artista, che vuole raggiungere e identificarsi con il bello.

L’artista è convinto che il senso della vita non è nella realtà, ma nell’immaginarla. Il sogno è più bello che qualsiasi realtà banale e mediocre, essendo la bellezza non intrinseca all’oggetto, ma un’immagine che ci colpisce e che ci trasmette emozioni.

Di qui nasce la ricerca del piacere e la convinzione dell’esteta che la sua salvezza risieda proprio nei vizi. Egli intraprende una lotta contro la virtù, non quella vera, ma quella che appare tale, che si fa credere e lodare come virtù.

Non gli resta che contrapporre alla falsa virtù il peccato vero, eccezionale, eroico, che s’imponga all’attenzione dei falsi benpensanti e moralisti.

Il Decadentismo vede nel poeta il «veggente», cioè l’esploratore del mistero, dell’inconscio e dell’assoluto a cui perviene per improvvise folgorazioni e intuizioni.

Poiché la sua funzione è di illuminare e svelare l’ignoto, il poeta veggente riduce la poesia ad un monologo avvalendosi spesso di un linguaggio oscuro, che solo spiriti affini, capaci di percepire le stesse raffinate sensazioni, possono comprendere.

La figura dell’Esteta è stata consacrata da 2 opere:

  • “Il piacere” di Gabriele d’Annunzio in Italia;
  • “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde in Inghilterra.

Latino

Petronio

Se le letterature moderne confermano a pieno la nascita del movimento dell’estetismo, anche la letteratura latina dimostra l’esistenza di opere che esprimono sia l’esaltazione dei piaceri sia la critica nei confronti di una società corrotta.

Di Petronio Arbitro non conosciamo nulla direttamente, ma la critica porta ad identificare Petronio con l’autore del Satyricon descritto da Tacito negli “Annales”.

Qui si narra come egli trascorresse le giornate dormendo e le notti dedicandosi ai piaceri della vita. Aveva ottenuto la fama dalla sua indolenza ed era considerato un gaudente raffinato.

Le sue parole e le sue azioni risultavano gradevoli; accolto fra i pochi intimi di Nerone, l’imperatore giudicava piacevole ed elegante soltanto ciò che gli veniva raccomandato da Petronio.

Fu un politico accorto, proconsole in Bitinia e successivamente console nel 62. Questa posizione di favore e di privilegio suscitò la gelosia e l’odio di Tigellino che l’accusò dunque di essere stato uno dei promotori della congiura pisoniana.

Non volle attendere che gli giungesse l’ordine di morire, ma prima ancora, mentre era a Cuma (proprio a séguito dell’imperatore), si fece incidere le vene, e poi, rallentando il momento della fine richiudendosele, passò le ultime ore a banchetto non a discorrere, alla maniera dei saggi e degli uomini forti (insomma, alla maniera stoica di Lucano e di Seneca), i soliti discorsi sull’immortalità dell’anima, bensì – con ostentato atteggiamento epicureo – ascoltando poesie di contenuto poco serio e amene discussioni.

Tuttavia, volle mostrarsi anche serio e responsabile: si occupò dei suoi servi (ne ricompensò alcuni, altri li fece sferzare), e scelse di denunciare apertamente, in una serie di “codicilli”, i crimini dell’imperatore (non volle adularlo come solevano invece fare i condannati per mettere al riparo da persecuzioni amici e parenti), descrivendone con ogni particolare la vita scandalosa, con nomi di pervertiti e di prostitute.

Quindi, sigillò lo scritto e distrusse il suo anello, perché non potesse venire riutilizzato in qualche intrigo o per calunniare innocenti.

Il suo intelletto eccelso, il suo amore per le cose di classe e la sua capacità di intrattenitore fanno di lui il primo “dandy” conosciuto e lo identificano con il probabile autore del “Satyricon”.

Del romanzo ci è pervenuta solo una piccola parte (15’ e 16’ libro) che contiene anche alcune novelle (matrona di Efeso) e alcune poesie (bellum civile).

A proposito del Satyricon nascono molte questioni riguardanti il titolo e la data di composizione: il titolo può essere interpretato come saturae (collegato alle satire menippee) oppure come il genitivo concordato con libri (sottointeso); per quanto riguarda la data si era pensato attorno al terzo secolo d.C., ma i critici sono quasi unanimemente d’accordo ad assegnare il Satyricon a Petronio.

Il Satyricon è una successione di tante scene, apparentemente autonome, ma legate fra loro dal protagonista Encolpio, filo conduttore di tutto il romanzo, che rievoca le avventure e le peripezie di un viaggio compiuto in compagnia di un bellissimo giovinetto, Gìtone.

Encolpio possiede le medesime caratteristiche del tipico personaggio decadente, è un personaggio colto e raffinato, ama la bella vita e vive ogni momento con intensità. Suo compagno di viaggio e rivale in amore è Ascilto.

Una sacerdotessa li accusa di aver violato i sacri misteri del suo dio e li obbliga, per rimediare al sacrilegio, a partecipare ad un’orgia nel corso della quale vengono sottoposti ad estenuanti sevizie erotiche.

Altro episodio è quello della cena a cui i tre partecipano insieme ad altri convitati nella casa del ricchissimo liberto Trimalchione, che ostenta ricchezza in modo pacchiano, all’insegna del cattivo gusto.

Nel testo sono presenti numerose poesie e novelle; proprio questa mescolanza tra prosa e poesia rimanda alla satira menippea della quale sembra l’evoluzione.

In effetti Petronio spiega con distaccata ironia il contesto sociale delle classi emergenti e dei nuovi ricchi. L’autore offre il ritratto di una società ormai corrotta e avida in cui sono ormai espliciti i sintomi di un decadimento sociale.

È interessante notare come l’originalità di Petronio stia nel rappresentare una visione complessiva del reale e non solo semplici frammenti di vita quotidiana, ironicamente ma senza giudizi morali, mantenendo un atteggiamento di signorile distacco.

Egli si diverte descrivendo quel mondo di studenti squattrinati, gli intellettuali falliti, di nuovi ricchi che tentano di coprire l’irrimediabile volgarità delle loro origini con ostentazione di un lusso pacchiano, di signore vogliose e serve scaltre.

Dal succedersi frenetico delle vicende sembra emergere un senso di precarietà e d’insicurezza, una visione della vita multiforme e frantumata, dominata da una fortuna capricciosa ed imprevedibile e oscurata dal pensiero sempre incombente della morte.

Possiamo infine evidenziare la diversità di linguaggio che esprime al meglio il carattere realistico della composizione: personaggi colti e raffinati come Encolpio utilizzano spesso un linguaggio erudito e classicheggiante, anche se a volte usano alcuni volgarismi; altri, come il liberto Trimalchione, usano un idioma molto più rozzo.

Italiano

Gabriele D’Annunzio

Gabriele d’Annunzio nasce a Pescara nel 1863 e muore a Brescia nel 1938.

D’Annunzio è una personalità di livello europeo nel panorama culturale del primo Novecento. Egli viene adottato da un ricco zio dal quale prende il nome.

La sua formazione culturale inizia a Prato con gli studi liceali, seguita dall’esperienza universitaria alla facoltà di lettere a Roma, ma non giunse mai alla laurea perché allo studio preferì la vita mondana della capitale, dove visse frequentando i salotti più rinomati e i circoli letterari.

Qui inizia la sua carriera da giornalista e dopo essere stato collaboratore di alcuni periodici, diventa cronista della società aristocratica.

Rapì e sposò la duchessina di Gallese Maria Hardouin, dalla quale poi si separò. Visse per qualche tempo come un signore rinascimentale nella villa Capponcina, circondato da belle donne, armi, cavalli e servi, senza porsi la minima preoccupazione economica.

Egli si indebita ed è costretto a fuggire in Francia per scappare dai suoi creditori. A Parigi D’Annunzio diventa in poco tempo una celebrità e quindi riesce a mantenere inalterato il suo stile di vita.

Allo scoppio della Grande Guerra tornò in Italia e partecipò al conflitto compiendo numerose azioni di valore.

Finita la guerra, poiché gli alleati non volevano riconoscere l’annessione di Fiume all’Italia, nel 1919, partì da Ronchi con i suoi legionari e occupò Fiume, reggendola fino al «Natale di sangue», quando si ritirò per non spargere sangue fraterno combattendo contro le truppe inviate dal governo italiano.

Dopo l’impresa di Fiume venne nominato dal re principe di Montenevoso, visse fino alla morte nella villa sulle rive del lago di Garda da lui acquistata e chiamata «Il Vittoriale degli Italiani».

Il pensiero

4

Il D’Annunzio, come il Pascoli, avvertì i limiti e la crisi del Naturalismo e del Positivismo di fine secolo. Entrambi hanno in comune la sfiducia nella scienza e nella ragione, rivelatesi incapaci di dare una spiegazione sicura e definitiva della vita e del mondo.

La poetica del D’Annunzio rispecchia la sensualità del suo temperamento, intesa come abbandono gioioso alla vita dei sensi e dell’istinto, per scoprire l’essenza profonda dell’io. Si rinnova quindi in lui il tema romantico dell’assoluto.

I romantici però cercavano di raggiungerlo con l’estasi dello spirito davanti all’infinito, D’Annunzio lo ricerca con l’estasi panica, immergendosi cioè nella natura e nelle cose.

Il rappresentante italiano dell’Estetismo e del Decadentismo

D’Annunzio è allo stesso tempo esteta e decadente.

  • È esteta perché cerca di trasferire il suo gusto estetizzante alla vita, coltivando l’eleganza e indulgendo al gesto clamoroso. Egli adora circondarsi di raffinate opere d’arte e conduce una vita dispendiosa che lo porta ad indebitarsi (vita inimitabile).
  • È decadente perché rifiuta il metodo scientifico e razionale, sceglie le parole più per il loro valore evocativo e musicale che per il loro significato logico, esprime il panismo (ossia la tendenza ad abbandonarsi alla vita dei sensi e dell’istinto, ad immedesimarsi con le forze e gli aspetti della natura), afferma la superiorità dell’arte (infatti l’Estetismo deriva dal Decadentismo) e rivendica il privilegio dell’artista rispetto alle masse.

In D’Annunzio l’estetismo ed il decadentismo hanno in comune un aspetto molto importante: la vita inimitabile che si trasforma in mito di massa (cioè il superuomo o poeta vate).

La vita inimitabile infatti è rappresentata dalla ricerca dei piaceri e della bellezza (Estetismo), mentre il mito di massa è il poeta vate che ha il compito di indicare alla folla gli obiettivi da raggiungere (Decadentismo).

Il termine Decadentismo indica la decadenza o il tramonto di una cultura, a cui segue l’origine di una nuova, basata sull’Estetismo.

L’artista diventa un vero e proprio mito, con lo scopo di pubblicizzare il proprio lavoro e di soddisfare le esigenze del pubblico.

Gabriele D’Annunzio crea intorno alla propria figura le molteplici leggende dell’eroe impavido, dell’amante fatale, del genio inesauribile ma, forzando la sua immagine di poeta visivo e sensuale, cade nell’artificio e nella retorica: una retorica fastosa, opulenta, esagerata che fa di lui il Monti redivivo.

Egli con il romanzo “Il piacere” inaugura il Decadentismo da cui deriva appunto l’Estetismo e seppe creare un proprio stile di vita e di arte che va sotto il nome di «dannunzianesimo» che influenzò la vita pratica, letteraria e politica italiana del suo tempo.

Il piacere

Nel 1889 fu pubblicato il romanzo “Il piacere”. Il protagonista è Andrea Sperelli, un giovane aristocratico che ama l’eleganza e l’arte; il suo estetismo lo porta a trascurare la vita pratica a favore di un’idealizzazione dell’amore e del bello.

Andrea è combattuto tra due donne: Elena Muti che incarna la donna fatale e l’erotismo lussuoso, e Maria Ferres, donna angelo e pura.

Vi è una continua lotta tra la voglia inappagata nei confronti di Elena (la quale si è sposata) e il rifugio sicuro presso Maria, la quale però rifiuta il protagonista lasciandolo solo nella sua sconfitta.

In questo romanzo si nota perfettamente che d’Annunzio è contemporaneamente esteta e decadente. Il protagonista, con la sua vita raffinata, rappresenta l’esteta per eccellenza (Estetismo) ma allo stesso tempo egli non trova l’amore idealizzato, giungendo inevitabilmente alla sconfitta (Decadentismo).

Il dannunzianesimo

Nella vita pratica D’Annunzio suscitò interesse e curiosità nella borghesia e nell’aristocrazia sfaccendata, e ne influenzò il costume con i suoi atteggiamenti estetizzanti, narcisistici, edonistici ed immorali.

Nella vita letteraria diventò il modello di tanti poeti del suo tempo.

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Sintesi

Materie e argomenti

  • Latino: Petronio
  • Italiano: Gabriele D'Annunzio
  • Filosofia: Friedrich Nietzsche
  • Storia: il Fascismo (Benito Mussolini)
  • Francese: Paul Verlaine
  • Storia dell'arte: Henri Matisse
  • Geografia astronomica: le stelle
  • Fisica: il campo magnetico
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