Estratto del documento

Premessa

Molti sono i pregiudizi che ha scatenato il tema della mia tesina:

“Che cosa ne può sapere una tredicenne di che cos’è il dolore?”

Io vi rispondo invece che tutti noi abbiamo conosciuto il dolore.

Non ne esiste uno più importante o uno meno importante, esiste solo questa condizione di infelicità, questo senso di inadeguatezza, una voglia di mettere fine alle proprie sofferenze a volte nelle maniere più tragiche.

Ho scelto questo tema perché ci è stato chiesto di portare qualcosa che conosciamo.

Io proprio quest’anno così importante per la mia crescita scolastica l’ho conosciuto, inizialmente ho cercato di soffocarlo, poi ho imparato a conviverci per non disturbare chi mi stava accanto.

Non ce l’ho fatta. Sono entrata in crisi, silenziosamente.

Ma non potevo continuare così e ho chiesto aiuto ad una persona.

Una persona fantastica, importantissima per me, che mi ha fatto capire che il dolore si supera, mi ha insegnato a vivere.

Se avessi potuto avrei riempito pagine e pagine solo con la mia esperienza personale.

Ma non sono il centro dell’universo, come invece sostengono altri di se stessi.

Anche quella è malattia. L’egoismo.

Il portare avanti solo la proiezione di se stessi, nel bene o nel male…

In un periodo di degenza ci rende tiranni, insensibili a qualunque richiesta altrui.

Si crea un muro tra te e il mondo… Tanto lo sei tu giusto?

E per questo mi sono proiettata nello studio di artisti mondiali come Giacomo Leopardi e Pablo Picasso che del dolore ne hanno fatto la propria arte;

alla musicoterapia che si è presa l’incarico di lenire la sofferenza di migliaia di degenti;

ho denunciato le condizioni misere dei paesi del Terzo mondo e delle migliaia di gommoni clandestini che sbarcano sulle coste italiane trattati in maniera disumana, lasciati morire di fame e di sete per giorni per poi scoprire che il lavoro sognato e promesso non esiste, arrivati in Italia solo per alimentare un commercio umano ed essere ricattati da trafficanti appartenenti alla mafia.

Ho studiato tutto questo, ho imparato tutto, l’ho commentato…

…e ho capito che tanta gente soffre, tanti hanno sofferto e altri soffriranno e per il mio, di dolore non devo avere vergogna.

Giacomo Leopardi, poeta del dolore

La letteratura è ricca di poeti e prosatori che hanno trattato il tema del dolore. Leopardi per antonomasia è considerato il poeta del dolore e per questo motivo la mia scelta è ricaduta proprio su di lui.

Giacomo Leopardi nacque a Recanati, una piccola città di provincia dell’entroterra marchigiano, il 29 giugno 1798.

Sua madre, Adelaide dei marchesi Antici, era nota per la sua esagerata parsimonia, al punto (si dice) da rallegrarsi della morte di un figlio neonato, in prospettiva del risparmio che ne sarebbe derivato. Forse per compensare questa maniacale avarizia, suo padre, il conte Monaldo, nobile reazionario e intellettuale conservatore, si dedicò a dissipare la fortuna di famiglia. In compenso accumulò una vastissima biblioteca.

Cresciuto con una rigida educazione religiosa, Giacomo Leopardi trovò presto la strada dell’accogliente biblioteca paterna che occupò il posto dei giochi dell’infanzia. A 15 anni Giacomo Leopardi conosceva già diverse lingue e aveva letto quasi tutto: lingue classiche, ebraico, lingue moderne, storia, filosofia e filologia (nonché scienze naturali e astronomia). Gli insegnanti che avrebbero dovuto prepararlo al sacerdozio dovettero presto ammettere di non avere molto da insegnargli. Nei sette anni che seguirono, Leopardi si buttò in uno studio «matto e disperatissimo», in cui tradusse i classici, praticò sette lingue, scrisse un dotto testo di astronomia e scrisse un falso poema in greco antico, sufficientemente convincente da ingannare un esperto.

Il culto della gloria modellato sugli eroi antichi generava nel giovane Leopardi un forte desiderio di primeggiare, che lo spingeva a cimentarsi in opere di vario genere.

Divenne saggista e traduttore, specialmente di classici. Del 1816 fu il suo passaggio «dall’erudizione al bello», ossia dallo studio alla produzione poetica. Tra le prove poetiche più originali, ricordiamo l’idillio (piccole raccolte di poesie, dal greco “piccola visione, quadretto”) Le rimembranze e la cantica Appressamento della morte. Nello stesso anno egli scrisse la sua missiva alla «Biblioteca italiana», con la quale difendeva le posizioni dei classicisti in risposta ad un articolo di Madame de Stäel nel quale la scrittrice francese si faceva propugnatrice della nuova poetica romantica.

L’anno dopo avviò una fitta corrispondenza con l’illustre letterato piacentino Pietro Giordani — che gli aprì più vasti orizzonti culturali —; sempre in questo periodo s’innamorò di Geltrude Cassi, alla quale dedicò la poesia Diario del primo amore. Non gli fu concesso di uscire di casa da solo finché non compì vent’anni. Le sue ambizioni accademiche furono compromesse dall’insistenza del padre perché diventasse sacerdote. Esasperato dall’ambiente familiare e dalla chiusura, soprattutto culturale, delle Marche, governate dal retrivo Stato Pontificio, cercò di fuggire da casa, ma suo padre riuscì a prevenirlo e a sventare i suoi piani. Cominciò a soffrire di una salute cagionevole, che egli attribuì ai suoi studi sregolati. Aveva una vista debole, soffriva d’asma ed era affetto da una forma di scoliosi. Si autodefiniva un «sepolcro ambulante» ed era consapevole dell’effetto che il suo aspetto provocava sulle persone che incontrava. Ciò nonostante, non cessò di invaghirsi di fanciulle che non ricambiavano il suo affetto o lo ignoravano totalmente.

Nel 1818 inizia a scrivere canzoni, testi nei quali è già presente il cosiddetto pessimismo storico, ossia quell’atteggiamento ostile verso la società contemporanea, considerata come corruttrice dei valori autentici della natura.

Persa la fede, Leopardi rivolse le sue attenzioni alla filosofia sensistica e materialistica (Pascal, Voltaire, Rousseau). Si compì così la sua conversione filosofica. Nel 1822, anno in cui i genitori gli permisero di far visita a un cugino a Roma, la capitale lo deluse e lo disgustò addirittura. La vita e l’ambiente letterario romano gli apparvero meschini e mediocri, privi di qualsiasi problematicità. Tuttavia i suoi scritti trovarono numerosi estimatori nei migliori circoli letterari di Roma, molti dei quali egli trovava insopportabili, né si curava di dissimulare il suo fastidio.

Nel 1823 fece ritorno nelle Marche. Inizia il periodo centrale della sua grande poesia: «il pessimismo cosmico»: la Natura veniva accusata di essere la fonte delle sventure umane, in quanto illude i suoi figli per poi togliergli tutto.

Secondo Leopardi il dolore è la condizione ineliminabile della vita umana; la nascita, la sofferenza e la morte non hanno un perché e l’angoscia dell’esistenza sarebbe veramente intollerabile se l’uomo non cercasse conforto nelle illusioni; le speranze della giovinezza, l’amore, la fede in Dio aiutano a sopportare la vita ma non sono che illusioni. Altri temi ripresentati nelle poesie leopardiane sono quelli della memoria, dello scorrere inesorabile del tempo, della nostalgia e del rimpianto.

Nel 1825 Leopardi riuscì a lasciare Recanati grazie ad una collaborazione con l’editore milanese Stella che gli garantì una certa indipendenza economica: vagabondò di città in città e conobbe Carlo Pepoli e Manzoni e compose tante nuove poesie, tra le quali ricordiamo A Silvia.

Mangiava disordinatamente, prediligendo i dolci, si lavava poco e si cambiava raramente d’abito. Ridicolizzava chi gli stava antipatico, non importa quanto lo ammirassero. Fu costretto poi a ritornare a Recanati nel 1828.

Nel ’30 uno stipendio mensile messogli a disposizione da alcuni amici gli permise di lasciare nuovamente Recanati e di stabilirsi a Firenze, dove iniziò una vita di più intensi rapporti sociali. Qui s’innamorò di Fanny Targioni Tozzetti (la delusione scaturita dall’amore per lei gli ispirerà il ciclo di Aspasia) e strinse amicizia con il patriota e scrittore napoletano Antonio Ranieri. Sempre più lucida e impetuosa divenne in questi anni la sua critica alle ideologie spiritualistiche e della civiltà borghese contemporanea. Su questo sfondo nacquero nel 1832 le sue ultime operette il Dialogo di Tristano e di un amico e Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere.

Aggravatasi la sua malattia agli occhi, nel 1833 si trasferì a Napoli con Ranieri.

Durante questo soggiorno napoletano Leopardi approdò a un nuovo senso della comune sorte degli uomini, ossia a quel senso della solidarietà umana fondata sulla conoscenza del «vero». Quando la sua salute peggiorò, gli amici e la sorella Paolina lo assistettero con grande affetto. Un attacco d’asma ebbe la meglio su di lui, esaudendo l’unico desiderio che lui pensava un uomo potesse sinceramente custodire. Morì a Napoli, dove infuriava il colera, il 14 giugno del 1837. Venne sepolto nella chiesetta di San Vitale e nel 1839 le sue spoglie vennero trasferite presso la cosiddetta «tomba di Virgilio» a Mergellina.

A Silvia

Opera del Leopardi nella quale emerge un forte sentimento di dolore. Scritta in seguito alla morte della figlia del cocchiere di casa Leopardi, nonché folle amore dello stesso poeta, avvenuta ad una giovanissima età dopo una lunga e sofferta diagnosi di tisi: A Silvia

A Silvia

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!

Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?

All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

(Giacomo Leopardi, 1828)

Analisi della poesia

Metrica

Si tratta di una canzone libera o leopardiana, composta da sei strofe di diversa lunghezza. Vi sono 27 versi privi di rima, gli altri rimano liberamente. L’ultimo verso di ogni strofa rima con uno dei versi precedenti ed è sempre un settenario. Gli enjambement sono presenti principalmente nell’ultima strofa e mettono in risalto le parole chiave, ma anche ai versi 7 e 8 per mettere in evidenza la parola “quiete”. I versi hanno un ritmo piuttosto lento, adatto a una poesia alquanto triste che parla della morte. Vi sono diverse assonanze: mortale - il limitare / core - chiome / rimembri – ridenti / sedevi – rimembri / sedevi – ridenti / avvenir – ridenti / avvenir – rimembri / avvenir – sedevi / avevi – rimembri / avevi – ridenti / avevi – avvenir / solevi – rimembri / solevi – ridenti / solevi – avvenir… e sono presenti anche delle consonanze costituite da: mortale – tela / fato – fati…

Ricorre frequentemente il suono “vi” (nei versi 1-2-4-6-8-11-12-13-43-46-47-63). Nella poesia ci sono varie allitterazioni delle lettere: t (verso 2), l (verso 2), l (verso 10)… Vi sono delle anafore: che – che (versi 28-29), anche, la – anche, la (versi 49-50-51-52).

Altre figure retoriche

o natura o natura… perché non rendi poi quel che prometti allor? (personificazione)

lieta e pensosa (ossimoro)

porgea gli orecchi al suon della tua voce ed alla man veloce. (zeugma)

“Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!

Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?

All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda” (personificazione della speranza)

“Che pensieri soavi/ che speranze, che cori,…” (climax)

Piccola spiegazione

La poesia ”A Silvia” è stata scritta da Giacomo Leopardi a Pisa nel 1828, ed è una poesia del ricordo, tema ricorrente nelle sue opere, (poesia non realistica, ma evocativa, mette in risalto infatti un dato interiore).

Silvia è simbolo della giovinezza e probabilmente Leopardi scrive questa poesia prendendo spunto dalla morte della figlia del suo cocchiere, Teresa Bocci. Silvia è un pretesto per parlare della giovinezza che è l’età in cui si comincia a pensare all’amore; che è l’età dei sogni e delle speranze per il futuro. Speranze che cadranno nell’età adulta. Appartiene ai “Grandi Idilli” e presenta un tono sfumato (vengono usati aggettivi tenui) per evocare il ricordo del passato e per evidenziare le incertezze per il futuro. In questa poesia ci sono molti aggettivi, che spesso, soprattutto nelle prime strofe, sono abbinati tra loro. Servono a mettere in evidenza un dato interiore, i sentimenti. Gli aggettivi che si riferiscono a Silvia si riferiscono alla giovinezza.

Commento

Uno tra i componimenti più belli e più celebri di Leopardi è senz’altro rappresentato dalla canzone “A Silvia”.

Questa canzone, composta dal poeta a Pisa nel 1828, è dedicata ad una fanciulla, Silvia che per il poeta rappresenta i sogni e le illusioni giovanili. Silvia fu, probabilmente, una certa Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, la quale morì giovanissima di tisi e della quale Leopardi era innamorato follemente senza lasciarsi condizionare dal suo aspetto fisico così mutato a causa dei suoi studi (infatti aveva una forma di scoliosi e la vista notevolmente indebolita). Il poeta le si rivolge nella poesia ricordando il tempo felice della giovinezza in cui entrambi coltivavano speranze per il futuro, i sogni, le speranze, i primi amori… traditi poi dalla dura realtà della vita, la Natura, che inganna i suoi figli dopo averli illusi. Questo è uno dei temi portanti delle poesie leopardiane che oltre ad avere una metrica molto singolare, anche al livello contenutistico sono molto caratteristiche.

In conseguenza, il poeta si “scaglia” contro la causa di tanto dolore accusandola appunto di ingannare i suoi figli non mantenendo le promesse di felicità che fa crescere nel loro animo. La Natura per lui è solo un nemico, una giocatrice subdola delle proprie pedine, l’uomo.

All’apparire dell’amara verità della vita, al cadere delle illusioni, secondo Leopardi non ci restano allora che una tomba disadorna e abbandonata e la morte che, inesorabilmente, pone fine ad ogni cosa. La morte concepita come liberazione, come l’abbandono delle atrocità del mondo e del dolore terreno… e soprattutto la fine di una convivenza sotto le brame di oscurità che non faceva altro che far morire dentro l’uomo. Il tema dominante della canzone è il ricordo del passato e delle dolci illusioni della giovinezza. È un tema importante per Leopardi che riconosce solo la giovinezza come periodo più “sopportabile”. Perché c’è ancora l’innocenza, ancora i sogni e i primi amori che per quanto siano anch’essi illusioni, alleviano una vita di sofferenze, di dolore.. Per Leopardi la vita è insopportabile e si dedica infatti allo studio e allo scrivere e l’amore per quanto lo possa solo ferire lo aiuta a sfogarsi nell’arte che più lo rappresenta, la poesia. Si nota l’utilizzo della doppia coppia di aggettivi dal significato opposto (metricamente definiti ossimoro) che non ha un fine strettamente letterario ma permette a Leopardi di delineare un ritratto non solo fisico, ma anche psicologico di Silvia (“occhi ridenti e fuggitivi”, “e tu, lieta e pensosa”,...). La poesia mi è piaciuta molto per la sincera commozione che Leopardi è riuscito a conferire a questi versi. Anche se sei un grande poeta, in certi contesti gli aggettivi perfetti ti vengono solo se una cosa l’hai vissuta sul serio… E cosa meglio della morte della tua amata può lacerarti il cuore e farti scrivere versi così intensi.

Anteprima
Vedrai una selezione di 7 pagine su 27
Dolore Pag. 1 Dolore Pag. 2
Anteprima di 7 pagg. su 27.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Dolore Pag. 6
Anteprima di 7 pagg. su 27.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Dolore Pag. 11
Anteprima di 7 pagg. su 27.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Dolore Pag. 16
Anteprima di 7 pagg. su 27.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Dolore Pag. 21
Anteprima di 7 pagg. su 27.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Dolore Pag. 26
1 su 27
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi