Introduzione
Ho scelto questa tematica perché oggi si parla molto di educazione interculturale o
alla mondialità, incentrata sulle tematiche dell'accettazione delle differenze e sul
superamento dei pregiudizi, anche se le differenze tra le persone, le diversità, le
peculiarità di ognuno sono la ricchezza stessa di ogni situazione sociale, allo stesso
tempo si tende in maniera più o meno conscia a considerarla un pericolo e un
rischio. Sono consapevole del fatto che la diversità investe campi troppo vasti e mi
limiterò in questa sede ad affrontarne solo due aspetti: quando cioè la diversità è
considerata positiva, per esempio la diversità intellettuale, o quando al contrario essa
sfocia nell'intolleranza. Sia nel mondo antico sia in quello moderno è vario il modo di
accostarsi alla diversità. Per esempio, nella Grecia della seconda sofistica
Luciano
Nonostante la commistione degli usi e costumi, durante, avesse mantenuto la differenza
tra barbari e greci. Un intellettuale di particolare rilievo, Luciano, siriano di
nascita, abbracciò la cultura ateniese al punto da considerare segno di civiltà non tanto
il parlare greco, ma piuttosto essere educato alla cultura greca. Egli tuttavia rese l'uso
della parola uno dei parametri secondo cui considerare qualcuno greco o barbaro: chi è
educato all'uso della parola avrà un pensiero chiaro e quindi onesto. Luciano ha dato
una così grande importanza alla parola da farla diventare motivo discriminante tra
virtuoso e non. La parola per Luciano ha un significato vastissimo. Egli ha inteso la
cultura come uno stato di armonica e perfetta chiarezza nei pensieri, questa armonia si
riflette nell'onestà e nell'eleganza delle azioni. Inversamente, tutto quello che oscura il
pensiero si palesa con atti ridicoli o malvagi. Luciano si è attaccato a questo ideale di
cultura con tanta forza in quanto non aveva la sicurezza, l'autorità ed all'occorrenza
anche la libertà che il sangue e la razza potevano dare ad un greco d'origine. Nato
barbaro fu obbligato a studiare con accanimento i poeti, gli oratori, gli storici, i filosofi
greci. Grazie a ciò il siriano si è trasformato in greco. Lo vediamo dimostrare con
sincerità un certo nazionalismo greco, nonostante, rispettosissimo del potere instaurato
e fiero delle sue belle relazioni romane e pur sperando di ottenere qualche alta carica
amministrativa, ha cura tuttavia di lasciare intravedere nella letteratura un certo
disprezzo per Roma, la pesantezza, l'ostentazione, la rapacità o la crudeltà romana sono
evocate con disgusto. Per Luciano Roma rappresenta il potere, non la civiltà. Questo
nazionalismo si afferma più nettamente ancora di fronte ai barbari. Luciano ritiene che
la parola greco designi più che una razza, una qualità dello spirito. Barbaro, di
conseguenza, non è colui che è nato fuori dalla Grecia, ma colui il cui spirito non ha
saputo assimilare e comprendere la ragione greca. Dato che questo privilegio è per
forza di cose riservato ad un'élite, i barbari sono la folla, anche greca. Diversità quindi
come sinonimo anche di inferiorità morale, a tale concetto si oppone l'invalido di Lisia
nel cap. 3…
Tacito
Spostandoci al mondo latino, si sa che questo, giunto ormai ad avere un vastissimo
controllo su altri popoli, si dimostrò sempre tollerante e, anche fino al 63 a.C.,
conquistata Gerusalemme, furono concessi agli ebrei alcuni privilegi. Ma quando Roma
affermò sempre di più la propria supremazia e la sua missione civilizzatrice, si ritrovò a
fronteggiare la resistenza del popolo d'Israele. Tacito nel V libro delle Historie ritrae
chiaramente quella che era ormai l'idea riguardante il popolo ebraico, chiuso nella sua
legge e nelle pratiche culturali del loro unico dio. Tale comportamento non poteva non
suscitare la diffidenza e il risentimento dei romani. L'atteggiamento di Tacito verso i
giudei è in linea con quello dei suoi contemporanei, ma dalle pagine dello storico non
emergono solo pregiudizi genericamente diffusi tra gli altri romani. Nei 13 capitoli che
egli riserva agli ebrei, esprime non solo disprezzo e avversione, ma anche un vero e
proprio odio per quel popolo definito invisus deis, nel cui tradizionalismo egli scorgeva
la negazione del prestigio di Roma. Detestava gli ebrei perché apparivano spregiatori
della legge romana e timorosi soltanto delle loro leggi, tutto ciò era secondo Tacito la
manifestazione di una presunzione insopportabile. Significativo può essere a tal
proposito un passo di questa lunga descrizione in cui Tacito scrive: “transgressi in
morem eorum idem usurpant: nec quidem prius imbuuntur, quam contemnere
deos, exuere patriam, parentes, liberos fratres vilia habere”
È bene sottolineare che l'antisemitismo romano consistette in un particolare modo di
giudicare la natio ebraica nel suo insieme in base a connotati nazionali e religiosi, ma
non genetici. Cosa che accadde durante il nazifascismo, in cui, tra le tante note dolenti,
vi è anche quella della Shoah
Ebrei e Olocausto
Termine ebraico che significa “sterminio”, con il quale si indica la persecuzione e il
programmatico genocidio degli ebrei europei da parte del regime nazista nel corso
della seconda guerra mondiale. Come conseguenza delle idee nazionaliste e razziste
Mein Kampf
proclamate da Hitler nel (1925), il regime nazista, sin dall'inizio, adottò
contro gli ebrei misure di discriminazione sistematica, formalizzate in seguito nelle
leggi di Norimberga (5 settembre 1935), con le quali la Germania inaugurava
ufficialmente la propria politica antisemita. I non ariani erano privati della cittadinanza
tedesca e non godevano dunque di nessun diritto politico, tutto ciò si traduceva
nell'impossibilità per loro di reagire alla violenza e alle
ingiustizie. Obiettivo dichiarato del regime nazista prima della seconda guerra
mondiale era spingere gli ebrei all'emigrazione.
