La prima guerra mondiale
Le cause
Il contrasto franco-germanico: a seguito della sconfitta francese di Sedan e la cessione dei due bacini carboniferi, l'Alsazia e la Lorena, alla Germania.
Il contrasto anglo-tedesco: la corsa agli armamenti della Germania e la costituzione di una potente flotta minò la supremazia inglese sui mari.
I fermenti nazionalistici dell'impero austro-ungarico che cercavano la propria indipendenza o il distacco dell'impero austriaco.
L'aggressività politica della Russia nei Balcani, che si opponeva al tentativo dell'Austria di rafforzare la propria influenza in quella zona.
La corsa agli armamenti effettuata da tutti gli Stati su pressione dei grandi industriali, che si arricchivano proprio con la vendita delle armi.
La goccia che fece traboccare il vaso fu l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando per mano dello studente serbo Gavrilo Princip il 28 giugno 1914.
Lo scoppio della guerra
Con il supporto della Germania, l'Austria-Ungheria, che agì principalmente sotto l'influenza del Ministro degli Esteri Leopold von Berchtold, il 23 luglio 1914 inviò alla Serbia un ultimatum composto da 15 punti che doveva essere accettato nel giro di 48 ore per evitare la guerra. Il governo serbo accettò tutte le richieste meno una, quella che avrebbe permesso alla polizia austriaca di condurre le indagini nel territorio serbo al posto delle forze dell'ordine locali.
L'Austria-Ungheria ruppe perciò le relazioni diplomatiche il 25 luglio e dichiarò guerra. Il governo russo, che nel 1909 si era impegnato a garantire l'indipendenza della Serbia in cambio che questa consentisse l'annessione della Bosnia all'Austria, mobilitò le sue riserve militari il 30 luglio. La Germania richiese, il 31 luglio, che la Russia ritirasse le sue forze, ma il governo russo persistette, in quanto la smobilitazione avrebbe reso impossibile riattivare la pianificazione militare in tempi brevi. La Germania dichiarò guerra alla Russia il 1° agosto e due giorni dopo alla Francia, alleata della Russia.
I gas tossici e le nuove armi
Come in ogni conflitto il settore di ricerca maggiormente sviluppato fu quello bellico, che raggiunse livelli impensabili nel giro di pochi anni. Le nuove armi furono numerose, tutte ugualmente letali.
- I gas tossici furono utilizzati per la prima volta dai tedeschi contro i russi, senza molto successo, nella battaglia di Bolimow del 1° gennaio 1915, ma divennero celebri a partire dal 22 aprile 1915, data in cui a Ypres (Belgio) per la prima volta si fece uso di gas asfissianti al cloro, che provocarono il terrore tra le truppe franco-britanniche. Il primo rudimentale rimedio agli attacchi chimici era costituito da fazzoletti bagnati con acqua e/o urina, solo in seguito sarebbero state sperimentate le prime maschere antigas.
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Nel corso della guerra i gas al cloro sarebbero stati poi sostituiti in seguito da cloropicrina, poi fosgene, per giungere infine al tipo di gas più evoluto, sparato da proiettili, l'iprite, dal nome della stessa città di Ypres.
- La mitragliatrice, che consentiva di sparare centinaia di colpi al minuto agevolando molto la difesa delle trincee. L'uso della mitragliatrice, che impediva le manovre di grandi formazioni in campo aperto, fu uno degli elementi che più di ogni altro contribuì al rapido volgersi del conflitto in una massacrante guerra di trincea.
- I lanciafiamme, introdotti dai tedeschi a Hooge il 30 luglio 1915.
- I carri armati, che suscitarono lo stesso stupore e terrore provocato dal gas a Ypres, pur non essendo usati per lo sfondamento delle linee nemiche, ma solo per il semplice supporto alla fanteria.
Ognuna di queste nuove armi inizialmente provocò panico e sconcerto tra i nemici, ma non riuscì a produrre un vantaggio sostanziale e duraturo. Anche se all'inizio tutte le armi furono appannaggio di una sola parte, poi entrambi gli schieramenti svilupparono tutte queste armi.
Aeroplani e U-Boot
L'aviazione militare ottenne rapidi progressi, dallo sviluppo delle, inizialmente primitive, mitragliatrici sincronizzate per poter sparare in avanti, introdotte dall'aviazione tedesca nell'autunno del 1915, allo sviluppo dei bombardieri usati contro Londra, luglio 1917: ancor più drammatico, almeno per i britannici, fu l'uso dei sottomarini tedeschi, U-Boot, dal tedesco Unterseeboote, contro i mercantili alleati in acque internazionali dal febbraio 1915.
La decisione tedesca di togliere le restrizioni all'attività sottomarina, la cosiddetta "guerra sottomarina indiscriminata", dal 1° febbraio 1917, fu strumentale all'entrata in guerra degli Stati Uniti dalla parte degli alleati, il 6 aprile. L'affondamento del transatlantico Lusitania fu un successo controverso per gli U-Boot.
Dalla neutralità all'entrata in guerra
Pochi giorni dopo lo scoppio della guerra, il 3 agosto 1914, il governo guidato dal conservatore Antonio Salandra dichiarò che l'Italia non avrebbe preso parte al conflitto, forte del fatto che la Triplice Alleanza aveva carattere difensivo, mentre in questo caso era stata l'Austria-Ungheria ad attaccare.
In realtà, sia Salandra sia il ministro degli Esteri Sidney Sonnino avviarono presto trattative con i due schieramenti per capire cosa avrebbero potuto ottenere da una o dall'altra parte. E, anche se la maggioranza del Parlamento era assolutamente contraria all'entrata in guerra, primo tra tutti l'ex presidente del Consiglio Giolitti, molti intellettuali e alcuni politici si schierarono con gli «interventisti», per lo più nazionalisti e parte dei liberali.
Alla fine, il 26 aprile del 1915, al termine di un'ardua trattativa, l'accordo con l'Intesa si concretizzò nel Patto di Londra, firmato da Sonnino all'insaputa del Parlamento italiano, in aperta violazione dell'art. 5 dello Statuto Albertino che prevedeva che il governo, per impegnarsi in conflitti che implicavano un impegno finanziario, necessitasse dell'appoggio del Parlamento.
Con il Patto di Londra l'Italia ricevette la promessa di ottenere, in caso di vittoria, Trento e il territorio attiguo fino al Brennero, le città di Gorizia, Trieste e Gradisca d'Isonzo, l'Istria, esclusa Fiume, fino al Quarnaro e parte della Dalmazia. Inoltre vennero raggiunti accordi per la sovranità sul porto albanese di Valona, la provincia di Adalia in Turchia e parte delle colonie tedesche in Africa.
Gli alleati austriaci avevano invece offerto, in cambio della neutralità, parte di Trentino e Friuli, con l'esclusione di Gorizia e Trieste.
Le motivazioni degli interventisti, in parte ideologiche e in parte strumentali, si fondavano sul fatto che l'Austria-Ungheria era la potenza contro la quale si era combattuto durante le guerre d'indipendenza e che entrare in guerra al suo fianco o rimanere neutrali avrebbe smentito tutta la tradizione risorgimentale.
Il 3 maggio l'Italia si disimpegnò dalla Triplice Alleanza. Nei giorni seguenti Giolitti e il Parlamento, in maggioranza neutralista, combatterono l'ultima battaglia per salvare l'Italia dal conflitto, mentre i nazionalisti manifestavano in piazza per l'entrata in guerra, «le radiose giornate di maggio», secondo la definizione di Gabriele D'Annunzio.
I parlamentari neutralisti ricevettero minacce e intimidazioni, e lo stesso Giolitti dovette assumere una scorta. Il 13 maggio Salandra presentò al Re le dimissioni; Giolitti, nel timore di approfondire una grossa frattura all'interno del Paese, di provocare una crisi istituzionale di larga portata e di compromettere il Paese all'esterno, rinunciò alla successione e fece in modo in sostanza che l'incarico venisse conferito nuovamente a Salandra.
L'Italia entrò perciò in guerra per volontà di un gruppo di relativa minoranza, chiamando a combattere i militari lungo più di 750 chilometri di fronte, che andavano dal Mare Adriatico al confine svizzero.
La scelta di campo dell'Italia ebbe un peso notevole sull'esito complessivo della guerra, perché impegnò a lungo una larghissima parte delle truppe dell'Austria-Ungheria, truppe che altrimenti avrebbero fatto sentire il loro peso su altri fronti.
Interventisti e neutralisti in Italia
Alla vigilia della guerra, l'opinione pubblica italiana era così divisa:
Interventisti
- I liberal-conservatori, che speravano in un rafforzamento delle istituzioni in senso autoritario, tra cui Antonio Salandra e Sidney Sonnino, Albertini e il Corriere della Sera.
- Gli irredentisti, che vedevano la guerra come una prosecuzione del Risorgimento, un'occasione per liberare le terre italiane irredente, rimaste in mano austriaca.
- I socialisti rivoluzionari, che speravano che la guerra avrebbe accelerato il compimento della rivoluzione socialista, tra cui Benito Mussolini.
- I nazionalisti, che esaltavano la guerra come strumento per dare potenza e prestigio alla Nazione.
- Gli industriali dell'industria pesante, che avrebbero fatto ingenti guadagni attraverso la produzione bellica.
- La massoneria e gli intellettuali come D'Annunzio, Corradini, Marinetti e molti altri.
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Neutralisti
- I cattolici, sia per i principi evangelici sia per non andare contro la cattolicissima Austria.
- I socialisti, che vedevano la guerra come una inutile strage, e che volevano proteggere gli interessi sovranazionali della Seconda Internazionale Socialista.
- Giolitti e i giolittiani, che ritenevano di poter ottenere comunque dall'Austria le terre irredente in cambio della neutralità.
- Gli industriali che producevano per l'esportazione, che speravano di poter sostituire sui mercati internazionali la Germania impegnata nella guerra.
L'Italia entra in guerra
L'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 23 maggio 1915, e alla Germania quindici mesi più tardi. Il comando delle forze armate italiane fu affidato al generale Luigi Cadorna.
Il nuovo fronte aperto dall'Italia ebbe come teatro l'arco alpino dallo Stelvio al Mare Adriatico e lo sforzo principale tendente allo sfondamento del fronte fu attuato nella regione delle valli isontine, in direzione di Lubiana.
Anche qui, dopo un'iniziale avanzata italiana, gli austro-ungarici ricevettero l'ordine di trincerarsi e resistere. Si arrivò così a una guerra di trincea simile a quella che si stava svolgendo sul fronte occidentale: l'unica differenza consisteva nel fatto che, mentre sul fronte occidentale le trincee erano scavate nel fango, sul fronte italiano erano scavate nelle rocce e nei ghiacciai delle Alpi, fino e oltre i 3.000 metri di altitudine.
Nei primi mesi di guerra l'Italia sferrò quattro offensive contro gli austro-ungarici a est. Queste furono:
- Prima battaglia dell'Isonzo: 23 giugno - 7 luglio 1915
- Seconda battaglia dell'Isonzo: 18 luglio - 3 agosto 1915
- Terza battaglia dell'Isonzo: 18 ottobre - 3 novembre 1915
- Quarta battaglia dell'Isonzo: 10 novembre - 2 dicembre 1915
Si arrivò così all'inizio del 1916. Mentre in febbraio gli austro-ungarici ammassarono truppe in Trentino, l'11 marzo, per otto giorni, si svolse la Quinta battaglia dell'Isonzo, che non portò ad alcun risultato.
A giugno gli austro-ungarici sfondarono in Trentino arrivando ad occupare tutto l'altopiano di Asiago; l'esercito italiano riuscì a fatica a fermare l'offensiva e gli austro-ungarici si ritirarono tornando a rinforzare le loro posizioni sul Carso.
L'offensiva fu significativamente chiamata Battaglia degli Altipiani Strafexpedition, ovvero «spedizione punitiva». Il 4 agosto iniziò la Sesta battaglia dell'Isonzo che portò il 9 agosto alla conquista della città di Gorizia che, pur non essendo di importanza strategica, verrà presa ad un prezzo altissimo.
L'anno si concluse con altre tre offensive:
- Settima battaglia dell'Isonzo: 14 settembre - 16 settembre 1916
- Ottava battaglia dell'Isonzo: 1° novembre 1916
- Nona battaglia dell'Isonzo: 4 novembre 1916
Non portarono a conquiste significative. Nell'ultima parte dell'anno gli italiani riuscirono ad avanzare di qualche chilometro in Trentino, ma per tutto l'inverno del 1916-1917, sul fronte dell'Isonzo, tra il Carso e Monfalcone, la situazione rimase stazionaria.
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La speranza dell'Intesa era che con l'entrata in guerra degli italiani si indebolisse l'esercito degli Imperi Centrali, che sarebbe stato impegnato su tre fronti, ma questo avvenne solo in parte, anche a causa dell'indebolimento della Russia sul fronte interno.
La ripresa delle operazioni arrivò in maggio. Dal 12 maggio al 28 maggio si svolse la Decima battaglia dell'Isonzo. Dal 10 giugno al 25 giugno si svolse invece la Battaglia del Monte Ortigara voluta da Cadorna per riconquistare alcuni territori del Trentino rimasti in mano austro-ungarica.
Il 18 agosto ebbe inizio la più imponente delle offensive italiane, l'Undicesima battaglia dell'Isonzo: anche questa non porterà significativi cambiamenti e verrà pagata a caro prezzo, sia come perdite che come conseguenze.
La disfatta di Caporetto
Visti gli esiti dell'ultima offensiva italiana, austro-ungarici e tedeschi decisero di contrattaccare. Il 24 ottobre gli austro-ungarici e i tedeschi sfondarono il fronte dell'Isonzo a nord convergendo su Caporetto e accerchiarono la 2ª Armata italiana, in particolare il IV e il XXVII Corpo d'armata, comandato dal generale Pietro Badoglio.
Il generale Luigi Capello, comandante della 2ª Armata italiana, come pure il capo di Stato maggiore dell'esercito Luigi Cadorna, da tempo avevano sentito di un probabile attacco, ma sottovalutarono tali notizie e anche l'effettiva capacità offensiva delle forze nemiche.
A seguito della disfatta, il generale Cadorna, nel comunicato emesso il 29 ottobre 1917, indicò, in modo errato e strumentale, «la mancata resistenza di reparti della II Armata» come la motivazione dello sfondamento del fronte da parte dell'esercito austro-ungarico.
In seguito Cadorna, invitato a far parte della Conferenza interalleata a Versailles, venne sostituito, per volere del nuovo presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, dal generale Armando Diaz, l'8 novembre 1917, dopo che la ritirata si stabilizzò definitivamente sulla linea del Monte Grappa e del Piave.
Da Caporetto alla fine della guerra
Gli austro-ungarici e i tedeschi chiusero l'anno 1917 con le offensive sul Piave, sull'Altipiano di Asiago e sul monte Grappa.
Gli italiani, decimati dopo Caporetto, furono costretti, per riempire i vuoti d'organico, a chiamare al fronte i Ragazzi del '99, appena diciottenni, mentre si decise di conservare la leva del 1900 per un ipotetico sforzo finale, nel 1919.
Se la severa disciplina di Cadorna, oltre alle dure parole di papa Benedetto XV sull'«inutile strage» che avevano colpito i militari più religiosi e ai lunghi mesi in trincea, aveva fiaccato l'esercito, la ritirata sul fronte del Grappa-Piave consentì all'esercito italiano, ora in mano a Diaz, di concentrare le sue forze su di un fronte più breve, meglio difendibile e, soprattutto, con un mutato atteggiamento tattico, impostato alla difesa del territorio nazionale.
Ciò ricoprì di un nuovo significato morale la guerra e consentì il compattamento delle truppe e della nazione, presupposto per la cosiddetta «Vittoria finale».
Gli austro-ungarici fermarono gli attacchi in attesa della primavera del 1918, preparando un'offensiva che li avrebbe dovuti portare a penetrare nella pianura veneta. La fine della guerra contro la Russia fece sì che la maggior parte dell'esercito impiegato sul fronte orientale potesse spostarsi a ovest.
L'offensiva austro-ungarica arrivò il 15 giugno: l'esercito dell'Impero attaccò con 66 divisioni nella cosiddetta Battaglia del solstizio, 15-23 giugno 1918, che vide gli italiani, finalmente rincuorati, resistere all'assalto e, anzi, infliggere al nemico pesantissime perdite.
Gli austro-ungarici, per i quali la Battaglia del solstizio era l'ultima possibilità per dare una svolta al conflitto e ribaltarne le sorti, persero le loro speranze, visto che il Paese era ormai a un passo dal baratro, assillato dall'impossibilità di continuare a sostenere lo sforzo bellico sul piano economico e soprattutto su quello morale, data l'incapacità della monarchia di farsi garante dell'integrità dello Stato multinazionale asburgico.
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Con i popoli dell'impero asburgico sull'orlo della rivoluzione, l'Italia anticipò ad ottobre l'offensiva prevista per il 1919, per impegnare le riserve austro-ungariche ed impedire loro la prosecuzione dell'offensiva sul fronte francese.
Da Vittorio Veneto, il 23 ottobre partì l'offensiva, con condizioni climatiche pessime. Gli italiani avanzarono rapidamente in Veneto, Friuli e Cadore e il 29 ottobre l'Austria-Ungheria si arrese.
Il 3 novembre, a Villa Giusti, presso Padova, l'esercito dell'Impero firmò l'armistizio.
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