Il deserto cresce…
…guai a chi cela
Deserti dentro di sé.
Sé
Friedrich Wilhelm Nietzsche – “Così parlò Zarathustra”
Non è una leggenda, il deserto “suona”.
Piccoli granelli di sabbia sono i componenti di un’orchestra infinita.
Oggi dirige il vento, domani la valanga. Basta un piccolo “movimento”, un 4/4 adagio
che ne viene fuori una melodia vellutata, come il suono di un flauto, un 4/4 con brio,
che si ascolta un rullo di timpani assordante.
Sono state condotte delle ricerche da un gruppo di scienziati, i quali sull’articolo di
Physical Review Letters, hanno affermato che occorre soltanto un bastone o della
pressione con le mani per far “cantare la sabbia”.
Quindi è un’orchestra con un coro di voci bianche.
Ma una voce ha anche i suoi limiti. Non sempre si può cantare e, così il suono
svanisce. Solo dopo un mese. Ma perché?
Non dimentichiamo che le rocce sono costituite da silicio, ferro e manganese e, nel
momento in cui lo strato di silicio non avvolge il granulo di sabbia, allora quest’ultima
perde ogni suono, diviene priva di “voce”.
Il rotolamento dei granelli gli uni sugli altri produce suoni a diverse frequenze creando
una serie di onde stazionarie che si rinforzano a vicenda. Perché ciò si verifichi è
sufficiente che la sabbia raggiunga una velocità di 45 centimetri al secondo (1,62
km/h) e che lo strato superiore in movimento abbia uno spessore non inferiore ai 2 o 3
centimetri. Il suono è udibile anche a molte miglia di distanza, superando in certi casi i
100 decibel di intensità.
Delle volte, una semplice vibrazione si propaga per tutta la duna e il suono emesso
dipende dalla grandezza dei granelli.
Le dune infatti cantano note in diverse tonalità: quelle di Sand Mountain in Nevada
suonano nella tonalità di do maggiore, due ottave sotto l’ottava centrale, in fa
maggiore nel deserto cileno o in sol minore nel deserto del Marocco. Il suono
armonicamente più bello e pulito pare sia invece quello del deserto dell’Oman.
Stéphane Doaudy, che ha coordinato gli studi del Centro per le ricerche scientifiche
francese, afferma che si tratti di un suono davvero pulito, come se qualcuno lo
producesse cantando. Doaudy sta ora realizzando il primo CD al mondo con le sabbie
che cantano grazie a una macchina che gli consente di manipolare le varie frequenze
variando la dimensione dei granelli di sabbia introdotti.
La sabbia musicale è un fenomeno che interessa anche le spiagge. A Cala Violina,
Punta Ala, sulla spiaggia di Babadejuka a Rio de Janeiro, sulla Baia di Laig nell’isola di
Eigg in Inghilterra, sulle sabbie giapponesi di Osodani (Baia del Flauto, Cala dell’Arpa)
è presente la cosiddetta “sabbia canterina” o “sabbia tuonante”.
Quando la sabbia è in movimento, essa genera un suono principalmente dovuto a
granuli di quarzo dilavati ed erosi dall’acqua o dal vento. Nella sabbia asciutta o
immersa nell’acqua in movimento si formano onde coerenti di pressione lungo le linee
di scorrimento e l’attrito intergranulare produce il suono.
Forse l’antico mito delle sirene di Ulisse, che bordeggiava a poca distanza dalla costa
per non perdere l’orientamento, deriva da uno di questi fenomeni. Oggi è divenuto più
raro a causa dell’inquinamento di polveri, oli, detergenti e altro, per cui diverse
spiagge con “sabbie canterine” sono divenute silenti.
Il ricordo di queste dune, di spazi così suggestivi, sono stati conservati nelle poesie di
Ungaretti, nelle opere di Calvino, nelle lontane conquiste coloniali, nelle attuali
conoscenze fisiche e geologiche, nei trattati latini e nella filosofia.
Friedrich Wilhelm Nietzsche:
Ecco che il circolo si chiude con
“Die Wüste wächst: Weh dem der Wüsten birgt!”
“Il deserto cresce, guai a colui che cela deserti!”
Il deserto è il vuoto, la mancanza di vita, di acqua. È quella certezza dell’assoluto che
desertifica il dubbio e uccide la vita.
“Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si
siede su una duna di sabbia. Non si
vede nulla. Non si sente nulla. E
tuttavia qualche cosa risplende nel
silenzio”.
Antoine-Marie-Roger de Saint-Exupéry
Un granello di…
… filosofia…
Nietzsche nasce in Germania nel 1844, studia filologia classica e non ancora
venticinquenne viene chiamato a insegnare all’Università di Basilea. Diventa amico del
musicista Wagner. Pubblica la sua prima opera importante nel 1872: “La nascita della
tragedia dello spirito della musica”, poco dopo si mostrano i sintomi di una misteriosa
infermità (forse sifilide) che lo tormenterà per tutta la vita. Inizia una vita raminga e
infelice, durante la quale pubblica a proprie spese le sue opere più belle: La gaia
scienza, Così parlò Zarathustra, Al di là del bene e del male e Genealogia della morale,
che però non ebbero successo. Nel 1889 a Torino la malattia prende il sopravvento e
Nietzsche sprofonda nella follia. Egli sopravvivrà fino al 1900, ma privo di lucidità. Nel
frattempo la sorella, riordinando ma anche travisando e falsificando le sue carte,
preparerà una raccolta postuma, che uscirà nel 1906 con il titolo “La volontà di
Potenza”. A partire da questo testo si formerà il mito del Nietzsche razzista e
nazionalista, caro soprattutto al nazismo. In realtà, il pensiero del nostro autore, pur
prestandosi a qualche ambiguità, ha altro spessore culturale.
“Die Wüste wächst: Weh dem der Wüsten birgt!”
“Il deserto cresce, guai a colui che cela deserti!”
“Così parlò Zarathustra”
L’opera apre la terza fase del pensiero di Nietzsche, cioè la fase del meriggio.
I temi di base del testo sono l’eterno ritorno, la volontà di potenza e
l’oltreuomo.
L’eterno ritorno: Nietzsche presenta questa teoria come la più abissale dei suoi
pensieri. Il pensiero dell’eterno ritorno, cioè della ripetizione eterna di tutte le vicende
del mondo, funge da spartiacque fra l’uomo e il superuomo. La formulazione più
eloquente della teoria dell’eterno ritorno la troviamo nel discorso su “la visione e
l’enigma”. Zarathustra ha una visione, vede un pastore rotolarsi con un serpente in
bocca. Cercò di togliere l’animale invitando il pastore a morderlo e quest’ultimo
seguendo i suoi consigli, si alzò e rise. Molti significati di questo racconto rimangono
enigmatici. La scena del pastore che morde il serpente diventando creatura luminosa
e serena, allude al fatto che l’uomo (il pastore) può trasformarsi in creatura ridente (il
superuomo) solo a patto di vincere la ripugnanza del pensiero dell’eterno ritorno (il
serpente), tramite una decisione coraggiosa (il morso). Ma che cos’è veramente la
teoria dell’eterno ritorno? Le difficoltà relative a questo concetto non escludono
comunque che la funzione di questa teoria risulti chiara. Infatti, porsi nella teoria
dell’eterno ritorno significa escludere talune cose e difenderne altre. Ovviamente, il
tipo di uomo capace di decidere l’eterno ritorno può essere solo l’oltreuomo; proprio
per questo motivo, la teoria dell’eterno ritorno incarna al massimo grado
l’accettazione “superomistica” dell’essere.
Nichilismo
Il problema del nichilismo costituisce uno dei motivi più rilevanti della riflessione
di Nietzsche. In una prima accezione, il filosofo intende per nichilismo la
volontà del nulla, cioè ogni atteggiamento di fuga nei confronti del mondo.
Atteggiamento incarnato nel platonismo e nel cristianesimo. In una seconda
accezione, Nietzsche usa il termine nichilismo per indicare il movimento
storico da lui riconosciuto per la prima volta. In altri termini, intende la specifica
situazione dell’uomo moderno che, non credendo più nei valori supremi, finisce
per avvertire lo sgomento del vuoto e del nulla. Qual è l’origine del nichilismo?
L’uomo, in virtù della metafisica, dapprima si è immaginato dei fini assoluti e
delle realtà trascendenti e in seguito, avendo scoperto che tali fini non esistono,
è piombato nell’angoscia nichilista. L’equivoco del nichilismo moderno risiede
nel fatto che esso identifica questa mancanza di fini con la mancanza di “tout-
court”; in altre parole, l’equivoco del nichilismo consiste nel dire che il mondo
non ha nessun senso. Il nichilismo appare a Nietzsche soltanto uno stadio
intermedio, ovvero un “no” alla vita che prepara il grande “sì” ad essa,
attraverso l’esercizio della volontà di potenza. Egli distingue fra nichilismo
incompleto e nichilismo completo.
Il primo è quello in cui i vecchi valori vengono distrutti (socialismo, storicismo,
positivismo); il secondo è il nichilismo vero e proprio; questo può essere segno
di debolezza o di forza. Nel primo caso si ha il nichilismo passivo, che si limita a
prendere atto del declino dei valori; nel secondo caso si ha il nichilismo attivo,
che si esercita come forza violenta di distruzione. Questa forza Nietzsche la
chiama estrema o estetica. Questo tipo di nichilismo raggiunge la sua
completezza, cioè diviene classico, quando passa dal momento distruttivo a
quello costruttivo.
In conclusione, dal punto di vista del filosofo, progettare di vivere senza
certezze metafisiche, cioè senza i valori supremi, non significa distruggere ogni
norma, ma responsabilizzare l’uomo. “Accettare il rischio e la fatica di dare un
senso al caos del mondo dopo la morte delle natiche certezze”: ecco il
significato ultimo del superamento nietzscheano del nichilismo.
Superuomo
In linea generale possiamo dire che il superuomo è un concetto filosofico di cui
si serve Nietzsche per esprimere il progetto di un nuovo essere. Il superuomo è
colui in grado di accettare la vita, di reggere la morte di Dio, di superare il
nichilismo.
La volontà di potenza
L’uomo è volontà e questa volontà è quella di potenza, cioè desiderio di
autoaffermazione, cioè una “spinta” a superare se stessi. Questa forza ci
permette di superare qualunque vincolo e ci permette di creare una morale
individuale. Questa volontà di potenza è analizzata secondo tre prospettive: Vita
e Potenza; Volontà di potenza come arte; Potenza e dominio. Nella prima
Nietzsche identifica la volontà di potenza come l’intima essenza dell’essere,
cioè il carattere fondamentale di ciò che esiste.
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