Limiti antichi e moderni della democrazia
Introduzione
L’obiettivo di questa tesina è quello di definire, circoscrivere e limitare il concetto di democrazia.
È opinione piuttosto radicata che il termine significhi “potere del popolo”, ma questa è una semplificazione azzardata ed erronea. Vedremo come la πόλις non fosse nelle mani dell’intera comunità, ma solo dei possidenti, che guidavano la città con la forza.
Anche nel sistema democratico moderno, d’altra parte, sebbene apparentemente tutelato dal principio di maggioranza, proprio in nome di questo presupposto, l’individuo mette in costante rischio le proprie libertà personali. Attraverso l’analisi del pensatore De Tocqueville, scopriremo il più grande paradosso della democrazia moderna e affronteremo il tema del conformismo, dinamica sociale oggetto di pesanti critiche da parte di vari intellettuali.
Partendo dalle ultime raccolte (Satura e Diario’71) approfondiremo il pensiero montaliano e il suo comportamento nei confronti della società contemporanea.
Infine, individueremo un esempio storico di Stato paternalistico descritto nel romanzo Animal Farm di Gorge Orwell.
Greco
Caratteri della democrazia antica
(Tucidide e Platone)
“La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero”
Con questa citazione si apre il preambolo della Costituzione Europea.
Prima di passare ad illustrare la superficialità della traduzione, definita da Canfora “bassezza” filologica, è necessario fornire un’interpretazione più corretta possibile del passo estratto dal famoso discorso che Tucidide fa pronunciare a Pericle in un epitaffio dedicato ai caduti ateniesi nel primo anno della guerra del Peloponneso.
“Quanto al nome, per il fatto che l’amministrazione è nelle mani non di pochi ma della maggioranza, il nostro sistema politico si chiama democrazia”
Si può dunque notare la leggerezza con cui i Costituenti moderni hanno tradotto le parole-chiave di questo passo: πολιτεία, innanzitutto, non significa semplicemente “Costituzione”, ma racchiude in sé una concetto più complesso, l’idea di un sistema politico generale, di un vero e proprio modo di vivere; in secondo luogo il termine οἰκεῖν, che propriamente significa “amministrare”, rimanda solo lontanamente al concetto di potere; infine con πλείονας non si prende in considerazione il popolo intero, ma “i più”, “la maggioranza”.
Così gradualmente il termine δημοκρατία cambia di significato, non è più il “potere del popolo”, ma assume addirittura una connotazione negativa. Sembra quasi che Pericle voglia prenderne le distanze, attenuando la portata delle parole.
Δημοκρατία, d’altra parte, era il termine con cui gli avversari definivano questa forma di governo, mettendone in risalto il carattere violento: κράτος, infatti, indica la forza nel senso più aggressivo della parola.
E non fu solo Tucidide a declassare quella che sembra a noi oggi la miglior forma di governo.
Un grande critico della democrazia fu senza dubbio Platone.
1 cf. Thuc., in Canfora 2004 pag. 12
2 cf. Arcese 2004 pag. 71.
3 υο ωι
Caratteristiche della πολιτεία ateniese sono l’autonomia (ο ζήλους τους τ ν πέλας νόμους), il governo pluralistico, l’isonomia, la meritocrazia, la tutela dei più poveri, la libertà nei comportamenti privati e la rigidità nella sfera pubblica, la considerazione per le vittime delle ingiustizie e il rispetto delle leggi non scritte.
Il suo progetto di riforma complessiva della comunità umana nasce proprio in antitesi alla degenerazione della democrazia ateniese.
Secondo la concezione aristocratica, a reggere le sorti della cosa pubblica devono essere i migliori (ἄριστοι), ossia una minoranza che eccelle sui “molti” non solo per natali e ricchezza, ma anche per virtù e valore personale. Invece, secondo la concezione democratica, il governo della πόλις non deve essere appannaggio di pochi, ma funzione di tutti, ossia un affare del “popolo” (formato da coloro che godono del diritto di cittadinanza).
Ora, di queste due concezioni, la più vicina alla mentalità di Platone è senz’altro la prima.
Il filosofo, infatti, abbatte uno dei principali capisaldi della cultura democratica, ossia la tesi della necessità di una gestione comune della cosa pubblica. Egli sostiene che uno Stato è malato, cioè ingiusto, quando le classi non sanno più stare al loro posto e quando i governati pretendono di fare i governanti.
“L’immischiarsi dunque negli interessi altrui e l’inserirsi delle tre classi l’una nell’altra sarebbero per lo Stato gravissimo danno, e si avrebbe ragione a dirlo un vero e proprio delitto”
L’ottavo libro della Repubblica esamina le principali forme di governo considerate come degenerazioni rispetto allo Stato ideale tracciato dal filosofo.
La democrazia, ad esempio, è conseguenza della rivolta dei poveri contro i ricchi; in essa trionfa l’elemento appetitivo che degenera sino alla più completa licenza e anarchia. Questa situazione favorisce spesso l’avvento della tirannide: il tiranno si presenta dapprima come il protettore dei diritti del popolo e il restauratore dell’ordine, ma infine diventa il vero nemico del popolo, colui che sopprime ogni oppositore e bandisce dalla città i cittadini migliori.
Egli è l’esatto contrario del perfetto governante: è dominato da un appetito “tremendo e selvaggio, contrario alla legge”.
A questo punto sorge una domanda: come mai proprio coloro che inventarono la democrazia, i Greci appunto, non inneggiano ad essa, ma addirittura la criticano?
Per risolvere questo interrogativo è necessario chiarire quali sono le differenze di principio tra il sistema democratico antico e quello contemporaneo.
4 Repubblica, 434 ss.
Alla base di tutto ci sono alcuni interrogativi fondamentali: chi ha la cittadinanza? In che condizione si trovano coloro che non la possiedono? Quali sono gli strumenti per esercitarla concretamente?
La πόλις è costituita da πολῖται, che sono anche πολιτευόμενοι, cioè coloro che esercitano la cittadinanza.
Ma il corpo civico varia nello spazio e nel tempo.
Se prendiamo in considerazione l’Atene periclea, godono del diritto di cittadinanza tutti i maschi liberi nati da genitori ateniesi. Compare già una limitazione al numero di effettivi cittadini: i purosangue in una città notoriamente dedita al commercio e ai contatti col mondo esterno non era certamente considerevole.
Osserviamo poi che in epoca classica l’immagine del cittadino era obbligatoriamente accostata a quella del guerriero, infatti solo chi era in grado di espletare la principale funzione del maschio libero, cioè la guerra, aveva accesso alle assemblee decisionali.
Se pensiamo infine che esser soldato implicava anche la capacità di provvedere da sé ad un’armatura, immediata è l’associazione del cittadino-guerriero al possidente.
Capiamo, dunque, come una città libera, com’era la πόλις di Atene, praticasse in fondo una “democrazia decurtata”.
5 cf. Canfora 2004 pag. 34.
La cittadinanza era un bene prezioso che veniva concesso con parsimonia solo ai pochi beneficiari.
In generale, anche negli anni successivi, il corpo civico nelle πόλεις coincise con il corpo combattente.
Se esaminiamo, per esempio, l’Atene di Solone, più aperta verso il mare, al tempo delle guerre persiane, notiamo un allargamento del corpo combattente: i non possidenti (i “teti”) diventano delle figure fondamentali per “spingere i remi e muovere le navi”, come sostiene con fastidio l’anonimo oligarca della Costituzione degli Ateniesi. In quanto marinai della più potente flotta del mondo greco, anche essi assurgono così alla dignità di cittadini-guerrieri.
Appare chiaro come anche la collocazione di una città e il suo impegno commerciale possano provocare delle variazioni nel numero corpo civico.
Abbiamo così dimostrato il significato più vero di πλείονας in quella famosa affermazione di Pericle. Non è dunque il “popolo intero” ad avere accesso alle assemblee decisionali.
Quanto a tali riunioni, strumenti per esercitare concretamente la cittadinanza, esse non funzionavano in modo automatico o indiscriminato come potremmo pensare.
Proprio ad Atene era in vigore la famosa “diobelia”, un incentivo proposto dal popolare Cleofonte per evitare l’assenteismo in assemblea dei non possidenti, risarcendoli della perdita di una giornata di lavoro.
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Il concetto di democrazia
L’obiettivo di questa tesina è quello di definire, circoscrivere e limitare il concetto di democrazia.
È opinione piuttosto radicata che il termine significhi “potere del popolo”, ma questa è una semplificazione azzardata ed erronea. Vedremo come la πόλις non fosse nelle mani dell’intera comunità, ma solo dei possidenti, che guidavano la città con la forza.
Anche nel sistema democratico moderno, d’altra parte, sebbene apparentemente tutelato dal principio di maggioranza, proprio in nome di questo presupposto, l’individuo mette in costante rischio le proprie libertà personali. Attraverso l’analisi del pensatore De Tocqueville, scopriremo il più grande paradosso della democrazia moderna e affronteremo il tema del conformismo, dinamica sociale oggetto di pesanti critiche da parte di vari intellettuali.
Partendo dalle ultime raccolte (Satura e Diario ’71) approfondiremo il pensiero montaliano e il suo comportamento nei confronti della società contemporanea.
Infine, individueremo un esempio storico di Stato paternalistico descritto nel romanzo Animal Farm di George Orwell.