L’anarchico pigro
Ayoub Chkairi
Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo.
Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.
Fabrizio De André
Cenni biografici
Fabrizio Cristiano De André nasce a Genova il 18 febbraio 1940. La leggenda vuole che sul grammofono di casa il professor Giuseppe De André mettesse Valzer campestre di Gino Marinuzzi, da cui anni dopo Fabrizio avrebbe tratto spunto per uno dei suoi primi brani: Valzer per un amore.
A causa della guerra, che aveva indotto molta gente a sfollare, tra cui il professor Giuseppe per non aver consegnato alle autorità dei suoi alunni ebrei, Fabrizio trascorse i primissimi anni della sua vita nella campagna di Revignano d’Asti, in compagnia della madre Luisa Amerio, del fratello Mauro e delle due nonne, mentre il padre fu costretto alla macchia per sfuggire ai fascisti che lo braccavano.
Quel breve periodo fu uno dei più importanti e formativi per Fabrizio, per il tipo di vita che condusse, libero e spensierato, e per alcuni incontri determinanti, come quello con il fattore Emilio Fassio, che gli trasmise l’amore per gli animali e per un ambiente che lui ricercherà per tutta la vita. I contadini Emilio e Felicina Fassio, infatti, rimarranno fonte di rimpianto e di ispirazione fino alla sua ultimissima produzione.
Finita la guerra, la famiglia decise di fare ritorno a Genova, anche se il piccolo Fabrizio non accolse la notizia in modo positivo, abituato com’era a correre libero e spensierato nei campi, senza alcuna pressione. Terminate le elementari e le medie, dalle quali rimediò una bocciatura, si iscrisse al liceo classico Colombo, che frequentò regolarmente fino alla licenza.
Proprio durante gli anni del liceo avvenne un’esperienza determinante per De André: nella primavera del 1956 suo padre portò dalla Francia due 78 giri di Georges Brassens. Dall’incontro col cantautore francese, Fabrizio ricavò stimoli per la lettura di autori anarchici. Inoltre, nel mondo cantato da Brassens, egli ritrova quei personaggi così umili e veri che vivevano nei quartieri della sua città e che troveranno spazio, comprensione e dignità nelle sue canzoni.
Terminato il liceo, si iscrisse all’università frequentando diverse facoltà, alcune per volere del padre, ma nessuna lo segnò così profondamente da distoglierlo da quelle che erano le sue vere passioni: la musica e la letteratura.
In seguito affermerà: «Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, ad un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane».
Nel 1958 iniziò a scrivere e musicare modeste canzoni, senza avere alcuna illusione di un successo certo, tra le quali La ballata del Miche, che rimane una delle più note e una delle più significative e tratta da un fatto di cronaca realmente accaduto.
Nel luglio del 1962 sposò Enrica Mignon, detta Puny, e il 29 settembre dello stesso anno nasce il figlio Cristiano. Fabrizio si trovava con una famiglia, un hobby poco redditizio e tutto ciò a soli 22 anni, ma una svolta nella sua carriera si verificò nel 1965 quando Mina interpretò una sua composizione: La canzone di Marinella. Chiedendone i diritti SIAE, divenne immediatamente un best seller che lo impose all’attenzione generale.
Sulla spinta di questo successo, nel 1966 vide la luce l’LP d’esordio: Tutto Fabrizio De André, contenente alcuni dei migliori brani scritti fino a quel momento, tra cui La canzone di Marinella e La guerra di Piero.
Nel 1967 toccò al Volume I, in cui spiccano Via del campo e Bocca di rosa, ambedue dedicate a prostitute. Inoltre, con questo album si aprì la stagione più redditizia della carriera di De André, dove, a breve distanza uno dall’altro, uscirono diversi album e raccolte.
Nel 1975 De André, che aveva sempre rifiutato il faccia a faccia con il pubblico non ritenendosi un uomo da spettacolo, esordì dal vivo nel locale simbolo della Versilia, La Bussola. Nonostante i suoi timori, il concerto fu un vero e proprio successo e con i soldi guadagnati acquistò un’azienda agricola nelle vicinanze di Tempio Pausania, in Sardegna, dove nel 1977, dall’unione con Dori Grezzi, nacque Luisa Vittoria.
La sera del 27 agosto 1979 Dori e Fabrizio furono sequestrati e rimasero prigionieri per quattro mesi. La drammatica esperienza non cancellò tuttavia l’amore di Fabrizio per la sua terra d’adozione, tant’è vero che non vi è traccia di rancore nelle dichiarazioni da lui rilasciate dopo la liberazione, affermando:
«I rapitori erano gentilissimi, quasi materni. Ricordo che uno di loro una sera aveva bevuto un bicchiere di troppo e si lasciò andare fino a dire che non godeva certo della nostra situazione».
Nel 1984 uscì Crêuza de mä, album considerato da molti critici il suo capolavoro. Il disco, che gli valse numerosi premi e riconoscimenti e che venne presentato al pubblico nel corso di una tournée col figlio Cristiano e con Mauro Pagani, evoca suoni, profumi, voci, odori e sapori di tutto il Mediterraneo, ma è soprattutto un canto d’amore a Genova.
Nel 1990, dopo sei anni di silenzio, uscì il nuovo album Le nuvole, politicamente il più aperto di tutta la sua produzione e che tocca il suo apice con La domenica delle salme.
Sei anni dopo, nel 1996, uscì il suo ultimo album Anime salve (anime solitarie), scritto in collaborazione con Ivano Fossati, che ruota intorno al duplice tema delle minoranze, isolate dalla maggioranza, e della solitudine.
A pochi mesi dalla TAC eseguita il 25 agosto 1998, fu costretto ad interrompere il tour dell’ultimo album.
Alle ore 2.15 di notte dell’11 gennaio 1999, Fabrizio moriva presso l’Istituto Tumori di Milano, dov’era ricoverato, assistito sino all’ultimo momento dai suoi cari.
Una folla commossa, di oltre diecimila persone, ha seguito i suoi funerali, svoltisi il 13 gennaio nella Basilica di Carignano a Genova. Su quel mare di umanità svettavano la bandiera del Genoa, la sua squadra del cuore, e quella anarchica, a testimonianza del suo credo politico, o meglio del suo modo di essere, e tutto ciò sotto le note di uno dei suoi pezzi più toccanti: Ave Maria.
Eppure non danneggio nessuno seguendo la mia strada di uomo tranquillo.
Ma alle persone per bene non piace che si segua una strada diversa dalla loro…
No, alle persone per bene, non piace che si segua una strada diversa dalla loro… Georges Brassens
La musica
L’influenza del francese Brassens si fece fortemente sentire anche sotto il punto di vista prettamente musicale.
Le composizioni di Fabrizio presentavano un singolare e inedito mix tra musica folk e musica classica, scelta alquanto azzardata in un periodo nel quale il panorama musicale offriva perlopiù musica leggera. Inoltre, agli inizi venne considerata piuttosto insolita da parte dei critici la scelta di De André di non utilizzare la batteria, appunto perché il suo scopo, tuttavia, era quello di mettere in risalto i testi.
L’effetto anacronistico prodotto dalle musiche e dagli arrangiamenti dei primi quarantacinque giri si rivela un elemento capace di creare una sensazione di lontananza, di sospensione nel tempo in cui si muovono personaggi come Michè e come Piero. Anche quando le storie di De André si riferiscono alla cronaca contemporanea, galleggiano in un’epoca dai contorni incerti e dove l’ambientazione sonora è semplice e retrò, che ad un certo punto lascia il posto a violini, oboi o trombe che sottolineano la qualità superiore del prodotto.
Nel corso degli anni De André ricerca un tipo di musica al passo coi tempi ed è portato a sinfonizzare la sua musica, ad “americanizzarla” o a “mediterraneizzarla”. Riascoltando la produzione di tutti questi anni si ha l’impressione che il suo rapporto con la musica sia caratterizzato dalla volontà di liberare, per quanto possibile, il testo dagli schemi obbligati che l’arte dei suoni tende a imporre; in fondo il suo ideale sembra essere quello di un testo cantato che si muova secondo l’impulso della melodia, sopra un accompagnamento più armonico che ritmico. In effetti De André considera la melodia non come uno schema obbligato, ma come una sorta di traccia, alla quale il testo si adatta senza lasciarsi condizionare, rendendolo libero.
Cosa farò io? Me ne starò in disparte, perché un’artista che canti o scriva deve mantenere un equilibrio di giudizio, guardando la realtà dalla cima di una montagna, scegliendosi così la solitudine volontaria, responsabile solamente di sé stessi, senza legge, né gregge.
Fabrizio De André
La poetica e i personaggi
Fabrizio De André è il maggior esponente della cosiddetta Scuola Genovese, la quale si proponeva di rinnovare il repertorio canzonettistico di quegli anni, prendendo spunto dagli chansonniers d’oltralpe, in particolar modo Brassens, attraverso parole, musiche e tematiche innovative.
La straordinaria fantasia poetica di De André scaturisce da una indignazione morale e da una solidarietà, a volte strettamente personale, nei confronti delle minoranze.
In interi popoli perseguitati, come i pellerossa d’America, i palestinesi e i sardi, e nelle singole persone emarginate e ferite, come impiccati, pensionati, ladri crocifissi o da crocifiggere, vecchi alcolizzati e soldati morti, il cantautore riscontra una umanità dolente che deve affidarsi alla misericordia dei giusti e soprattutto di Dio.
De André, attraverso le sue canzoni, ha narrato piccole grandi vicende della nostra storia recente, come la morte di Pasolini e di Tenco, il dramma delle minoranze zingare e palestinesi, la stagione ricca e tragica del Maggio francese e delle bombe italiane, la squallida epopea dei vari mafiosi degli anni 80’ e 90’.
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