Introduzione
Nella civiltà novecentesca entra in crisi sia l’idea di una realtà oggettiva, organica, definita, ordinata, sia di un soggetto “forte”, unitario, coerente, punto di riferimento sicuro in ogni rapporto con la realtà. L’io si disgrega, si smarrisce, la sua consistenza si sfalda, nel naufragio di tutte le certezze.
La crisi dell’idea di identità e di persona risente evidentemente dei grandi processi in atto nella realtà contemporanea, dove si muovono forze che tendono proprio alla frantumazione e alla negazione dell’individuo. È questo il periodo dell’affermarsi di tendenze spersonalizzanti nella società: l’instaurarsi del capitale monopolistico, che annulla l’iniziativa individuale e nega la persona in grandi apparati produttivi anonimi; l’espandersi della grande industria e dell’uso delle macchine, che meccanizzano l’esistenza dell’uomo e riducono il singolo a insignificante rotella di un gigantesco meccanismo, priva di relazioni e priva di coscienza; la creazione di sterminati apparati burocratici, che sortiscono effetti analoghi, annullando l’individuo in quanto tale, cancellando la sua interiorità e riducendolo alla sua pura funzione esteriore; il formarsi delle grandi metropoli moderne, in cui l’uomo smarrisce il legame personale con gli altri e diviene una particella isolata e alienata nella folla anonima.
L’individuo non conta più, l’io si indebolisce, perde la sua identità, si frantuma in una serie di stati incoerenti.
In questa tesina affronteremo il problema dell’io nelle varie materie, partendo da Dostoevskij che sinceramente mi sembra il più significativo autore, quello che ha vissuto in prima persona l’esperienza della scissione dell’io. In particolare nel romanzo “Il Sosia” egli affronta il problema di quell’individuo che, per dirla alla Laing, è ontologicamente insicuro, non sa di esistere e il suo rapporto col mondo esterno lo vive in maniera problematica dal momento che non sa dove finisce lui e comincia il resto.
Poi proprio di Laing parleremo nel dettaglio e vedremo come questo genio, definito contro la sua volontà antipsichiatra, abbia capito e analizzato nei dettagli il problema che si è allargato tanto nel nostro secolo.
Il periodo storico che mi è sembrato più significativo analizzare è quello in cui il mondo è nelle mani dei totalitarismi, dal momento che, come affermano i Nomadi in una loro bellissima canzone, “il popolo sotto l’oppressione di un regime totalitario e in particolare l’uomo, quando perde la possibilità di esprimersi liberamente, manca del suo valore al pari di quel fiore che abbia perso il suo colore per diventare improvvisamente nero, cioè abbia dovuto rinunciare proprio alla qualità che lo rendeva vero, che gli permetteva di esistere”.
Per riallacciarci al tema del doppio, presente nel romanzo, inteso come dramma dello sdoppiamento della propria identità, voglio fare riferimento, per quanto riguarda il latino, a Plauto, colui che secondo me ha intuito per primo nella letteratura latina quanto sia problematico per l’uomo dover rinunciare alla propria unicità e in particolare analizzerò la tanto celebre tragicommedia di Anfitrione, il cui principale personaggio, Sosia, ha regalato un sostantivo alla nostra lingua proprio per indicare una persona perfettamente uguale ad un’altra.
Per filosofia ho deciso di fare riferimento oltre che a Ronald Laing anche a Kierkegaard, filosofo che ha analizzato il tema della disperazione intesa come negazione del proprio io.
Per la letteratura inglese ho voluto parlare della divisione dell’io nella tanto celebre opera di Oscar Wilde, Il Ritratto di Dorian Gray, nel quale lo sdoppiamento dell’io avviene attraverso un ritratto che per mano del diavolo vive e invecchia al posto del protagonista, che a sua volta rimane intatto nella sua immensa bellezza... Per italiano in senso stretto invece ho affrontato il problema analizzando l’opera di Pirandello, Il fu Mattia Pascal.
Di storia dell’arte poi mi sembrava logico parlare del cubismo inteso come divisione dell’immagine. Questo movimento artistico introduce infatti una nuova prospettiva nell’arte: smonta il soggetto e lo priva di veridicità spezzandolo e rappresentandolo contemporaneamente da tutti i lati in quanto si aggiunge all’opera una nuova dimensione che è il tempo.
L’analogia con la personalità frantumata e scissa mi sembra evidente e il periodo storico è lo stesso!
Per quanto riguarda le materie scientifiche e in particolare matematica, invece, ho voluto analizzare un fenomeno che va di pari passo con l’argomento centrale della tesina: infatti agli inizi del ’900 anche la matematica che sembrava qualcosa di assolutamente stabile e indiscutibile, un punto di riferimento fisso, comincia a porsi le prime domande riguardo alla sua stessa esistenza e veridicità e si viene a scoprire per mano di alcuni matematici che esistono alcuni paradossi che mandano in crisi tutto il sistema di certezze sulle quali si sono costruite innumerevoli teorie.
Addirittura la geometria euclidea, pilastro fondamentale della matematica e l’unico modo, in fondo, di concepire la realtà, entra in crisi proprio nel ’900 dando vita a nuove geometrie del tutto astratte dette non-euclidee proprio perché viene messo in discussione il tanto ambiguo “quinto postulato” che non riesce a essere spiegato razionalmente, né dimostrato, anche se generazioni di matematici hanno tentato di farlo…
Per quanto riguarda la fisica ho voluto trattare un argomento che non c’entra con la divisione dell’io. Ho voluto infatti analizzare il concetto di forza fisica nella natura e della possibilità di trovare una forza unica che agisce nella natura, che unifica le quattro forze che conosciamo.
Per geografia mi sembrava opportuno parlare delle tre famose leggi di Keplero che tanto hanno messo in discussione l’uomo e le sue certezze fino ad allora indiscutibili. Hanno dimostrato che esso è semplicemente una piccolissima parte in un angolo di universo. Hanno dimostrato che non è lui il centro e soprattutto che non è stato lui il fine ultimo della creazione.
Italiano
Pirandello
La divisione dell’io
Filosofia
Nel fu Mattia Pascal
Storia
Kierkegaard
Totalitarismi
Ronald Laing
Della prima metà del ’900
La M. mortale
L’io diviso
Il tema del doppio
Storia dell’arte
Geografia
“Il Sosia”
Cubismo
Le tre leggi di Keplero
Nasce la pittura tridimensionale
(F. Dostoevskij)
Inglese
Latino
Oscar Wilde
Anfitrione
Sosia e il tema del doppio
Nel ritratto di Dorian Gray
Anche la matematica si interroga riguardo alla sua consistenza
Fisica
Le quattro forze fondamentali della natura
F. Dostoevskij - Il Sosia
L’insicurezza ontologica di Goljadkin
In questo magnifico racconto si narrano le disavventure del più inetto degli inetti, del più incapace degli incapaci, del più disgraziato dei disgraziati: Jàkov Petròvic' Goljàdkin (Goljådka in russo vuol dire poveraccio, sciagurato). Un uomo incapace addirittura di esistere.
Il sosia è un viaggio nella follia di un animo senza centro e senza Io; di un “Io diviso”. Un crescendo di non-senso, di pensieri farneticanti, di fraintendimenti, di allucinanti supposizioni. Tra angosce e deliri senza né capo né coda. Tra situazioni sgradevoli, esperienze incomunicabili fino allo sdoppiamento, alla frantumazione, all’annientamento di un Io – non Io.
Goljàdkin, per dirla alla Laing, è un individuo smarrito, ontologicamente insicuro. Dostoevskij è riuscito tanto bene a narrare ciò che Laing (L'Io diviso, 1955) intende quando parla della persona ontologicamente insicura:
[...] differenziata in modo incerto e precario dal resto del mondo, così che la sua identità e la sua autostima sono sempre in questione. Può mancargli la sensazione della continuità temporale, può fargli difetto il senso della propria coerenza o coesione personale [...] Può ritenere il suo Io parzialmente disgiunto dal suo corpo. [...] la persona ontologicamente insicura si preoccupa di difendere se stessa, piuttosto che di procurarsi piacere, e le circostanze più ordinarie della vita bastano a minacciare la sua bassa soglia di sicurezza. [...] tutte le circostanze comuni della vita quotidiana costituiscono un pericolo continuo e mortale [...] così questo individuo comincia, come si dice, a “vivere in un mondo suo proprio”, o già vi vive da tempo [...] il mondo della sua esperienza personale è diverso e incomunicabile. [...] ecc. ecc.
Dostoevskij ci racconta questo mondo di esperienze incomunicabili con estrema e sconcertante naturalezza, con immensa umanità. Come se egli stesso fosse stato uno schizofrenico, come se egli stesso avesse vissuto queste paure, queste persecuzioni. Perché solo chi ha vissuto in prima persona la paranoia, lo sdoppiamento, la paura di perdersi può riuscire a parlarne tanto bene.
Prende spunto da Gogol, ma la voce narrante è più ricca di umana comprensione verso il disgraziato. C’è meno ironia, beffa.
Inoltre nei suoi personaggi si trovano i tratti dei futuri personaggi di Svevo e Pirandello.
Pirandello
Un personaggio, signore, può sempre chiedere ad un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre “qualcuno”. Mentre un uomo – non dico lei, adesso – un uomo così in genere, può non essere “nessuno”. Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore.
Vissuto nel periodo a cavallo tra ’800 e ’900, fra il naturalismo e l’inizio del decadentismo, Pirandello, come Svevo, è definito uno scrittore isolato, difficile da inquadrare in un movimento letterario ben definito.
Proprio a cavallo tra i due secoli si determina la crisi dei valori ottocenteschi, dove viene meno la fiducia nella scienza, nella razionalità e nei valori borghesi. Pirandello vive e rappresenta questa crisi sentendone le contraddizioni, e porta nella letteratura italiana alcuni dei caratteri fondamentali dell’avanguardia europea scaturiti proprio da questa crisi, come il relativismo, la tendenza alla scomposizione e alla deformazione, il gusto per il paradosso, la scelta dell’ironia e dell’espressionismo.
Per Pirandello il reale è multiforme, non esiste una prospettiva privilegiata da cui osservarlo; al contrario le prospettive possibili sono infinite e tutte equivalenti.
Ognuno ha la sua verità, che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose. Ne deriva un’inevitabile incomunicabilità fra gli uomini: essi non possono intendersi, perché ciascuno fa riferimento alla realtà com’è per lui e proietta nelle sue parole il suo mondo soggettivo che gli altri non possono indovinare.
Questa incomunicabilità accresce il senso di solitudine dell’individuo che si scopre nessuno.
Il fu Mattia Pascal
È la storia paradossale di un piccolo borghese, imprigionato nella trappola di una famiglia insopportabile e di una misera condizione sociale, che per un caso fortuito si trova improvvisamente libero e padrone di sé: diviene economicamente autosufficiente grazie ad una cospicua vincita a Montecarlo e apprende di essere ufficialmente morto, in quanto la moglie e la suocera lo hanno riconosciuto nel cadavere di un annegato.
Però, invece di approfittare della “vita senza più assumere maschere”, Mattia Pascal si sforza di costruirsi un’identità nuova. Quindi egli soffre perché la sua identità falsa lo costringe all’esclusione dalla vita degli altri.
Decide pertanto di rientrare nella sua vecchia identità, tornando in famiglia, ma scopre che la moglie si è risposata ed ha avuto una figlia da un altro. Non gli resta dunque che adattarsi alla sua condizione sospesa di “forestiere della vita”, che contempla gli altri dall’esterno, consapevole di non essere più “nessuno”.
La divisione dell’io nel fu Mattia Pascal
Il Mattia che decide di non essere più Mattia, morto nella gora, realizza una compiuta operazione di doppio: Adriano Meis è prodotto di una scissione, non di una trasformazione e per questo è compiutamente un altro pur rimanendo il medesimo.
Non ci può essere passaggio dal falso al vero perché, come teorizzato da Laing ne “L’Io diviso”, nella condizione schizoide fuori del falso c’è il nulla. “Niente di quello che vedete sono io” pensa chi è coinvolto nella divisione schizoide, ma egli può essere qualcuno soltanto in quello che vediamo noi: allora egli è irreale davvero, è qualcosa di ambiguo e del tutto simbolico, una persona puramente virtuale, potenziale, immaginaria, in realtà un niente.
Quando l’io adotta una forma, sa che quella forma non è lui e la vive quindi come una maschera, quando la rifiuta va verso il vuoto.
Mattia, solo in una stazioncina, prova appunto questo angoscioso senso del vuoto, che è l’esatto corrispettivo della condizione di colui che ha deciso di abbandonare i rapporti che lo costituivano in una certa identità.
Per questo Mattia deve al più presto darsi un’altra identità, anche se da tessera di riconoscimento. Lo sdoppiamento in un altro se stesso è la più urgente delle difese.
L’esordio di Adriano è all’insegna della gioia, perché la libertà sconfinata che gli si apre davanti ha il sapore della liberazione dai vincoli affliggenti della vita. I viaggi, i continui spostamenti danno al vuoto una parvenza di vita, ma la liberazione è in assoluto perdita di contatto col mondo perché l’eterno movimento è identico alla stasi perché non conduce in alcun luogo.
Breve dunque è la stagione felice di Adriano Meis e la vita diventa integralmente spettacolo, si realizza per lui il desiderio di professare la filosofia, quel tipo di saggezza che presuppone l’abolizione della vita.
Latino
PLAUTO. Tito Maccio Plauto, commediografo per vocazione, fu tra gli scrittori più prolifici di questo genere. Sembra che la sua passione per questo tipo di letteratura partisse da gravi esperienze personali: indebitatosi al gioco, fu costretto a umilianti lavori per risanare la propria posizione economica: donde l’interesse per i ceti meno abbienti e più umili della società che viveva.
Ad onta di ciò, Plauto riscosse un enorme successo, immediato e postumo, tanto che già nel II° secolo a.C. circolavano almeno centotrenta opere col suo nome, di cui molte in realtà spurie (cioè di non certa attribuzione). Anche queste ultime, tuttavia, continuarono ad essere rappresentate (a Roma e un po’ dovunque nel mondo di cultura romana) ancora per molto tempo dopo la morte dell’autore.
Anfitrione
Nell'Anfitrione Plauto tratta il tema del doppio (ovvero della possibilità di trovare una persona perfettamente identica a noi), raccontando le movimentate avventure di Anfitrione e del suo schiavo Sosia. Tornati dalla guerra contro i Teleboi, essi si trovano davanti agli occhi due uomini perfettamente identici a loro; ciò accade perché Giove, innamoratosi di Alcmena, moglie di Anfitrione, per poterle stare accanto, assume le sembianze del condottiero con la complicità del figlio Mercurio, che si trasforma in Sosia.
Il tema del doppio nell’Anfitrione
Quando Sosia si trova di fronte Mercurio, che ha acquisito le sue stesse sembianze, si spaventa e cerca una conferma della sua identità, ricordando le esperienze appena passate (ad esempio, il ritorno dalla battaglia), verificando che il luogo in cui si trova è a lui noto per lunga consuetudine, sentendo se stesso come protagonista di un’azione e come corpo.
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