Daniel
Sarrocco V A
Maturità
2009 1
La Prima Guerra Mondiale
L’Europa era scossa da una serie di crisi nei rapporti internazionali e da conflitti locali che contribuirono ad acuire la tensione tra le varie potenze.
L’Inghilterra, la maggiore potenza navale, industriale e coloniale del mondo, male sopportava l’aspra concorrenza commerciale della Germania, che si era impegnata in una corsa agli armamenti navali, allo sviluppo industriale, alla conquista dei mercati internazionali, all’ingrandimento del suo impero coloniale.
La Russia, fermata dal Giappone nelle sue mire espansionistiche in Oriente, concentrò di nuovo la sua attenzione sulla penisola balcanica, scontrandosi con gli interessi dell’Austria, che giocava anch’essa in quel settore, spalleggiata dalla Germania.
La Francia non aveva ancora abbandonato la sua ansia di rivincita nei confronti della Germania e il desiderio di riacquistare quei territori dell’Alsazia e della Lorena che avevano dovuto cedere dopo la guerra franco-prussiana.
Nel 1907 gli schieramenti contrapposti, legati ai vari interessi in gioco, erano ormai chiari, tanto che Francia, Inghilterra e Russia stipularono l’accordo della Triplice Intesa, in funzione antitedesca e anti-austriaca, accordo tramutato in alleanza vera e propria nel 1914.
La tensione aveva poi determinato l’affannosa corsa agli armamenti, specialmente da parte tedesca. Il settore balcanico risultava, in ogni caso, il più delicato e più aperto a possibili crisi internazionali.
In Serbia era sempre più attiva l’azione degli irredentisti slavi, che preoccupava per l’integrità del suo impero: da qui il sospetto e l’ostilità con cui da Vienna si guardava dal piccolo stato slavo. Fu proprio in questo settore che scoppiò la scintilla che fece esplodere la prima guerra mondiale.
Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e sua moglie Sofia furono uccisi dal nazionalista serbo Gavrilo Princip.
L’assassinio minò l’assetto delle potenze europee, già in grave crisi, e il fragilissimo rapporto dell’Austria con la Russia, grande protettrice della Serbia, diventando la miccia che avrebbe fatto divampare la prima guerra mondiale.
Il 28 luglio infatti l’Austria e l’Ungheria, con l’appoggio dell’alleato tedesco, dichiarò guerra alla Serbia.
I contrapposti interessi di Francia, Gran Bretagna e Germania alimentarono uno stato continuo di tensione internazionale che spinse i governi a mantenere permanentemente in stato di all’erta eserciti sempre più armati, e ad accrescere la potenza delle proprie marine militari.
I tentativi di fermare questa corsa al riarmo ebbero scarso effetto, e non riuscirono a impedire lo strutturarsi dell’Europa attorno a due coalizioni ostili: la Triplice Alleanza tra Germania, Austria-Ungheria e Italia, e la Triplice Intesa tra Gran Bretagna, Francia e Russia.
Nell’Europa del 1914 esistevano tutte le premesse che rendevano possibile una guerra: rapporti tesi fra le grandi potenze, la divisione in blocchi contrapposti, corsa agli armamenti.
Ma queste premesse non avevano come sbocco obbligatorio un conflitto europeo. Fu l’attentato di Sarajevo a far esplodere tensioni che altrimenti avrebbero potuto restare latenti. E furono le decisioni prese da governanti e capi militari a trasformare una crisi locale in un conflitto generale.
Il governo di Vienna compì la prima mossa inviando, il 23 luglio, un durissimo ultimatum alla Serbia ritenuta responsabile di un piano antiaustriaco.
Il secondo passo fu fatto dalla Russia assicurando il proprio sostegno alla Serbia. Forte per l’appoggio russo, il governo serbo accettò solo in parte l’ultimatum, respingendo in particolare la clausola che prevedeva la partecipazione di funzionari austriaci alle indagini sui mandanti dell’attentato.
L’Austria giudicò la 2 risposta insufficiente e, il 28 luglio, dichiarò guerra alla Serbia. Immediata fu la reazione del governo russo che, il giorno successivo, ordinò la mobilitazione delle forze armate.
La mobilitazione, che i generali russi vollero estesa fino al confine con la Germania, fu interpretata dal governo tedesco come un atto di ostilità. Il 31 luglio la Germania inviò un ultimatum alla Russia. L’ultimatum non ottenne risposta e fu seguito, a ventiquattro ore di distanza, dalla dichiarazione di guerra.
La Francia, legata alla Russia da un trattato d’alleanza militare, mobilitò le proprie forze armate. La Germania rispose con un nuovo ultimatum e con la successiva dichiarazione di guerra alla Francia (3 agosto).
Fu dunque l’iniziativa del governo tedesco a far precipitare definitivamente la situazione. Bisogna ricordare che la Germania soffriva da tempo di un complesso d’accrescimento.
La strategia dei generali tedeschi si basava inoltre sulla rapidità e sulla sorpresa, non ammetteva la possibilità di lasciare l’iniziativa in mano agli avversari e costituiva dunque di per sé un fattore d’accelerazione della crisi.
Il piano di guerra tedesco prevedeva in primo luogo un attacco contro la Francia, dopodiché il grosso delle forze sarebbe stato impiegato contro la Russia, la cui macchina militare era lenta a mettersi in azione.
Ci fu in seguito l’invasione tedesca ai danni del Belgio e l’entrata in guerra della Gran Bretagna a sostegno dei belgi, mentre l’Italia si dichiarava neutrale. Nel settembre 1914 la firma del patto di Londra sanciva l’unità tra Francia, Gran Bretagna e Russia.
La vita nelle trincee
Sul piano tecnico, la trincea fu la vera protagonista del conflitto: la vita monotona che si svolgeva era interrotta solo da grandi e sanguinose offensive, prive di risultati decisivi.
Uno stato d’animo di rassegnazione e apatia si diffuse soprattutto nei soldati semplici. La visione eroica e avventurosa della guerra, infatti, restò prerogativa d’alcune minoranze di combattenti; per tutti gli altri la guerra era una dura necessità.
I soldati la combattevano per solidarietà con i propri compagni, ma anche perché vi erano costretti dalla presenza di un apparato repressivo spietato nel punire ogni forma di subordinazione.
Si diffusero tuttavia la diserzione o addirittura l’autolesionismo, consistente nell’affliggersi volontariamente ferite e mutilazioni per essere dispensati dal servizio al fronte.
In altre occasioni ci furono casi di ribellione collettiva, scioperi militari, che avvennero un po’ dappertutto.
Fronte occidentale
Il piano strategico tedesco, che prevedeva una rapida guerra di movimento contro la Francia per poi volgersi contro la Russia, fu bloccato dall’esercito francese nella battaglia della Marna.
I tedeschi, costretti alla ritirata, cercarono di estendere maggiormente il fronte. Ne seguì una sorta di gara in velocità verso il mare del Nord, con l’obiettivo di acquistare il controllo dei porti sulla Manica.
Il fronte italiano
Allo scoppio della guerra l’Italia si dichiarò neutrale. In seguito, però, le forze politiche e l’opinione pubblica si divisero sul problema dell’intervento in guerra.
Erano interventisti: i gruppi di sinistra democratica e alcune frange eretiche del movimento operaio e nazionalisti.
Erano neutralisti: la maggioranza dello schieramento liberale, che faceva capo a Giolitti, il mondo cattolico e i socialisti.
Contrarie alla guerra erano le masse operaie e contadine, mentre i ceti borghesi e gli intellettuali erano per lo più a favore. Ciò determinò l’entrata in guerra (maggio 1915).
Nel corso del suo primo anno di guerra, i più importanti eventi militari che la videro impegnata furono quattro battaglie dell’Isonzo, che fecero fallire l’obiettivo di spezzare le linee austriache e conquistare Trieste.
Nel 1916 i tedeschi sferrarono un massiccio attacco alla Francia dirigendosi verso la fortezza di Verdun. Furono ancora bloccati e dovettero subire la controffensiva alleata sulla Somme.
Ma né l’una né l’altra operazione furono decisive: la spaventosa carneficina risultò inutile ai fini della guerra.
Nel corso del 1916 il presidente degli Stati Uniti d’America Wilson cercò di spingere al negoziato le potenze belligeranti sulla base di una “pace senza vittoria”.
A fine anno il governo tedesco rese nota la disponibilità in tal senso delle potenze centrali, alle quali tuttavia la Gran Bretagna non diede credito.
Il 1917 fu l’anno più difficile della guerra, soprattutto per l’Intesa: molti furono i casi di manifestazioni popolari contro il conflitto e di ribellione fra le stesse truppe.
Questo clima di stanchezza si riscontrava anche in Italia. Si verificarono inoltre due avvenimenti di decisiva importanza:
- In Russia, dopo la caduta dello zar, iniziò un processo di dissoluzione dell’esercito; dopodiché il paese si ritirò dal conflitto.
- In aprile 1917 gli Stati Uniti entrarono in guerra con l’Intesa, dando al conflitto, per volontà del presidente Wilson, una nuova connotazione ideologica “democratica”.
Sempre in quest’anno i tedeschi dovettero riconoscere fallito il tentativo di spingere la Gran Bretagna alla resa mediante il blocco sottomarino delle isole.
Inoltre, già dagli inizi del 1918 gli Alleati, grazie soprattutto al contributo degli Stati Uniti, producevano nuove navi più di quante i tedeschi riuscissero a distruggerne; la guerra sottomarina sollevò numerosi dissidi politici.
La posizione di Wilson riguardo alla guerra mutò decisivamente nel gennaio 1917, quando la Germania annunciò che, a partire dal successivo 1° febbraio, sarebbe ricorsa alla guerra sottomarina indiscriminata contro le imbarcazioni in arrivo in Gran Bretagna o in partenza da essa, contando in questo modo di poterne piegare la resistenza entro sei mesi.
Gli Stati Uniti avevano già ammonito in precedenza che questo genere d’azione violava palesemente i diritti delle nazioni neutrali. Il 6 aprile gli Stati Uniti entrarono in guerra.
Circa un mese prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, un evento segnò profondamente gli esiti della guerra.
Uno sciopero degli operai di Pietrogrado si trasformò in un’imponente manifestazione contro il governo imperiale. Quando i soldati chiamati a ristabilire l’ordine rifiutarono di sparare sulla folla e fraternizzarono con i dimostranti, la sorte della monarchia fu segnata: lo zar Nicola II abdicò e poco dopo venne arrestato.
Il governo provvisorio s’impegnò a proseguire la guerra, ma la successiva rivoluzione bolscevica del novembre ebbe come effetto il ritiro della Russia dalla guerra.
Stipulando la pace con gli Imperi centrali dovette accettare condizioni durissime: fu costretta a cedere circa ¼ dei suoi possedimenti in Europa.
Durante i primi otto mesi dell’anno, nonostante le carenze in artiglieria e munizioni, le forze italiane al comando del generale Luigi Cadorna proseguirono gli inutili sforzi di sfondare le linee austriache.
Attaccando sulla parte alta dell’Isonzo, tedeschi e austriaci riuscirono a rompere le linee italiane.
Nella disastrosa battaglia di Caporetto, oltre alle vittime gli italiani contarono numerosi prigionieri e disertori e quella che dovette essere una ritirata assunse l’aspetto di un’autentica rottura.
In novembre truppe inglesi e francesi giunsero di rinforzo, mentre Cadorna, gettando le colpe sui suoi stessi soldati, fu sostituito dal generale Armando Diaz.
Il 3 marzo 1918 la Russia firmò il trattato di Brest-Litovsk che poneva ufficialmente la fine della guerra; il 7 maggio fu la Romania a sottoscrivere la pace, firmando il trattato di Bucarest e garantendo alla Germania connessioni a lungo termine sui pozzi di petrolio rumeni.
All’inizio del 1918, rendendosi conto della necessità di portare a conclusione il confronto sul fronte occidentale 4 prima che gli americani potessero stabilirvisi, i tedeschi decisero un attacco finale che avrebbe dovuto portarli a Parigi.
Ma le due offensive furono bloccate. Alla fine di luglio le forze dell’Intesa, ormai superiori in uomini e mezzi, passarono al contrattacco.
Nella grande battaglia di Amiens, i tedeschi subirono la prima grave sconfitta sul fronte occidentale. Da quel momento cominciarono ad arretrare lentamente, mentre fra le loro truppe si facevano più evidenti i segni di stanchezza. I generali tedeschi capirono allora di aver perso la guerra.
Mentre la Germania cercava invano una soluzione di compromesso, i suoi alleati crollavano militarmente o si disgregavano dall’interno.
La prima a cedere, alla fine di settembre, fu la Bulgaria. Un mese dopo era l’Impero Turco. Alla fine di ottobre si consumò la crisi finale dell’Austria-Ungheria.
Sul fronte italo-austriaco gli italiani ottennero quindi la vittoria decisiva, mettendo in fuga gli austro-ungarici nella battaglia di Vittorio Veneto, e Trieste cadde in mano italiana come anche Fiume.
Ai primi di novembre, poiché la sconfitta era evidente, i marinai di Kiel, dov’era concentrato il grosso della flotta tedesca, si ammutinarono e diedero vita, assieme agli operai della città, a consigli rivoluzionari.
Il moto si propagò e i delegati del governo provvisorio tedesco firmarono l’armistizio.
Bilancio della guerra
La guerra era durata quattro anni, tre mesi e quattordici giorni di combattimenti.
Le vittime nelle forze di terra furono più di trentasette milioni, in aggiunta, la guerra produsse indirettamente quasi 10 milioni di morti tra la popolazione civile.
Nonostante la speranza che gli accordi raggiunti alla fine della guerra potessero ristabilire una pace duratura, la prima guerra mondiale pose al contrario le premesse di un conflitto ancora più devastante.
Le potenze centrali dichiararono la loro accettazione dei “quattordici punti” del presidente Wilson come base per l’armistizio, aspettandosi che i loro principi ispiratori avrebbero costituito il fondamento dei trattati di pace.
Al contrario, gli alleati europei si presentarono alla conferenza di Versailles e a quelle successive determinati a esigere dalle potenze centrali riparazioni equivalenti all’intero costo della guerra, secondo gli impegni presi in accordi segreti, dunque prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti.
I trattati di pace furono così squilibrati da divenire fattori di instabilità nel futuro dell’Europa.
La soluzione diplomatica che prevalse al termine della guerra 5 disegnò un quadro politico dell’Europa completamente differente da quello del 1914.
Il contrasto fra una pace democratica e l’obiettivo di una pace punitiva risultò evidente soprattutto quando furono discusse le condizioni da imporre alla Germania.
Il trattato, che fu firmato a Versailles, fu una vera e propria imposizione (diktat).
Dal punto di vista territoriale il trattato prevedeva il passaggio alla Polonia di alcune regioni orientali abitate solo in parte da tedeschi: in particolare il corridoio polacco che permetteva alla Polonia di affacciarsi sul Baltico.
La Germania perse anche le sue colonie, spartite tra la Francia, Gran Bretagna e Giappone.
Ma la parte più pesante del Diktat era costituita dalle clausole economiche e militari.
Indicata nel testo stesso del trattato come responsabile della guerra, la Germania dovette impegnarsi a rifondere ai vincitori i danni subiti in conseguenza del conflitto.
Fu inoltre costretta ad abolire il servizio di leva, a rinunciare alla marina da guerra, a ridurre la consistenza del proprio esercito.
Erano condizioni umilianti, tali da ferire profondamente la Germania nel suo orgoglio nazionale, oltre che nei suoi interessi.
Ma erano anche, agli occhi dei francesi, l’unico mezzo per impedire alla Germania, che restava pur sempre lo stato più popoloso, più industrializzato e potenzialmente più ricco d’Europa.
Nel 1919, dopo la sconfitta subita dalla Germania nella prima guerra mondiale, i rappresentanti degli stati vincenti si riunirono a Versailles per stabilire le condizioni di pace.
Per quanto riguarda l’Impero asburgico, esso subì una profonda dissoluzione: infatti, il crollo dell’Impero asburgico determinò la nascita della nuova Polonia, della Repubblica di Cecoslovacchia e del regno della Jugoslavia.
Ad assicurare il rispetto dei trattati e la salvaguardia della pace avrebbe dovuto provvedere la Società delle Nazioni, proposta nei quattordici punti di Wilson, che fu accettata sotto la pressione degli Stati Uniti.
La prima guerra mondiale segnò infine il declino dell’Europa, che dopo tre secoli di espansione vedeva il suo ruolo emarginato da nuove grandi potenze, quali gli Stati Uniti e il Giappone.
Ancora più grave fu il dissesto finanziario i cui effetti negativi si aggiunsero ai problemi derivanti non solo dalla riconversione delle industrie dalla produzione militare a quella civile, ma più in generale dal riassetto di un intero sistema economico.
La guerra per oltre quattro anni aveva finalizzato la produzione, gli scambi, la gestione monetaria.
Nelle transazioni monetarie l’instabilità dei cambi aveva prodotto inflazione e svalutazione a livelli incontrollati.
In queste condizioni rimettere sotto controllo le finanze statali si presentava come un problema dai complessi risvolti.
Insorsero gravi problemi legati alla riconversione dell’industria bellica; inoltre bisognava trovare un lavoro per i milioni di reduci dal fronte.
I Quattordici Punti di Wilson
- L’abbandono della diplomazia segreta.
- La libertà dei mari in pace e in guerra.
- La rimozione delle barriere doganali e la promozione di un sistema commerciale internazionale integrato.
- La riduzione degli armamenti.
- La definizione delle disput
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