Istituto Statale di Istruzione Superiore
Leopoldo II di Lorena
Esami di Stato 2013
Il cavallo
Alunna: Elena Guerri
Classe V, sez. A
Anno scolastico 2012-2013
Indice
Storia: La carica di Isbuschenskij pag. 2
Letteratura: Pirandello - Fortuna d’esser cavallo pag. 4
Costruzioni rurali: La scuderia pag. 10
Zootecnia: Morfologia / Allevamento pag. 14
Meccanica: Le macchine per la fienagione pag. 20
Industrie Agrarie: Il latte pag. 22
1
Storia
L’intervento dell’Italia nella Campagna di Russia
L’intervento dell’Italia nella Campagna di Russia iniziò nell’estate del 1941 con l’invio del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) di oltre 60.000 italiani.
Nei primi mesi del 1942, Hitler chiese, pretese, che venisse rinforzato il contingente italiano e Mussolini, che si sentiva in obbligo verso i tedeschi per l’aiuto fornito in Grecia e Africa, decise di aumentare il numero dei soldati portandolo a circa 230.000, e trasformando così il CSIR nell’Armata Italiana in Russia (ARMIR).
A coloro che ritenevano un errore inviare così tanti uomini in Russia anziché in Africa, Mussolini rispose che “al tavolo della pace peseranno molto di più i 200 mila dell’ARMIR che i 60 mila del CSIR”.
Per quanto l’uso della cavalleria, sin dalla Prima Guerra Mondiale, fosse risultato oramai obsoleto, vengono inviati in Russia due Reggimenti di Cavalleria: il Savoia ed i Lancieri di Novara.
Esempio lampante dell’inadeguatezza della macchina bellica italiana ad una guerra che fu combattuta dai nostri soldati dal deserto africano alle sterminate praterie russe.
E così, in un’epoca in cui i nostri nemici galoppavano su “purosangue” d’acciaio, i nostri soldati, ancora a cavallo, erano persino privi delle uniformi adeguate a proteggerli dal “Generale Inverno”.
Eppure, quasi paradossalmente, nei due inverni in cui le nostre truppe a cavallo si trovarono a combattere in Russia, dovettero proprio ai loro destrieri la possibilità di operare a temperature spaventose che, spesso, impedivano ai mezzi meccanici e corazzati di accendersi e percorrere le piste ghiacciate della steppa russa.
Questa loro capacità fece sì che fossero impegnate in continue operazioni di ricognizione e collegamento con le altre unità.
Inizialmente l’avanzata delle truppe dell’Asse verso est fu rapida e nell’estate 1942 il fronte sud si era stabilizzato lungo il fiume Don.
Ma il 20 Agosto un’offensiva sovietica aveva riportato l’Armata Rossa nuovamente ad ovest del fiume, in particolare nel settore italiano occupato dalla Divisione Sforzesca la quale stava rischiando di essere completamente accerchiata.
Il reggimento di cavalleria (incluse le batterie di artiglieria a cavallo) ricevette quindi l’ordine di contenere l’avanzata nemica, avviando una manovra avvolgente in direzione appunto del fiume Don.
È in questi frangenti che ebbe luogo la carica della cavalleria italiana.
Alle prime luci dell’alba del 24 Agosto 1942 il Savoia Cavalleria, composto da circa 650 uomini, si stava preparando a riprendere la marcia.
Durante la notte però tre battaglioni di fanteria russa, quantificabili in circa 3.000 soldati, si erano portati a circa un chilometro dall’accampamento e si erano trincerati in buche formando un ampio semicerchio fra i girasoli, pronti a sferrare un attacco a sorpresa e far cadere gli italiani in una trappola mortale.
Prima ancora di togliere il campo, però, una delle due pattuglie a cavallo italiane mandate in avanscoperta s’imbatté negli avamposti russi.
Partì quindi il primo colpo di moschetto italiano che scatenò un fuoco di reazione di mitragliatrici, mortai ed artiglieria leggera.
2
Una vera e propria pioggia di fuoco si abbatté sul Savoia Cavalleria mentre stava preparandosi a ripartire e che, invece, in poco tempo, si ritrovò quasi del tutto circondato.
La sorpresa italiana durò soltanto un momento: i pezzi d’artiglieria iniziarono a rispondere al fuoco russo ma la situazione rimaneva comunque molto grave.
Il comandante del Savoia Cavalleria, Sandro Bettoni-Cazzago (due volte vincitore del concorso ippico internazionale “Piazza di Siena” e futuro partecipante alle Olimpiadi di Londra nel 1948), ordinò al 2° Squadrone di simulare un ripiegamento per poi, dopo aver effettuato un’ampia conversione, caricare improvvisamente a ranghi serrati con colpi di sciabola, raffiche di mitra e bombe a mano.
A questo punto la situazione si capovolse completamente: erano i russi ad essere colti di sorpresa, paralizzati dalla violenza dell’attacco e dal frastuono assordante.
Nell’infuriare della battaglia, che si era trasformata in un corpo a corpo furibondo, diversi cavalli e cavalieri rimasero colpiti ma, nonostante questo, ciò che era rimasto del 2° Squadrone riuscì a ritornare alla carica partendo questa volta dalle spalle dei russi.
Il comandante del Savoia Cavalleria inviò tempestivamente il 4° Squadrone, che era appiedato, in un attacco frontale così da aiutare il 2° Squadrone che aveva ormai esaurito sia l’impeto della carica che il suo effetto sorpresa.
La fanteria sovietica, sfavorita nella visuale a causa dell’altezza dei girasoli, in buona parte si sbandò, ma comunque ancora tenne il terreno e provocò sensibili perdite tra i soldati italiani.
Venne quindi l’ora del 3° Squadrone a cavallo di sferrare un’altra carica frontale.
Superato a sua volta il 4° appiedato, irruppe sul campo di battaglia nel mezzo della linea sovietica, che intensificò a sua volta la reazione rispondendo con il fuoco delle armi, ma i cavalieri rimasero compatti fino a travolgere lo schieramento nemico.
I cavalli galopparono furiosamente, anche se feriti o scossi, mentre i cavalieri sciabolavano e sparavano in mezzo ai russi in evidente difficoltà tanto che la loro resistenza, nonostante il soverchiante numero di uomini e mezzi, alla fine cessò.
Il bilancio della battaglia tra il reggimento e lo schieramento russo fu di 33 militari italiani morti, 53 feriti e ben duecento cavalli perduti.
I sovietici lasciarono invece sul campo circa 150 caduti oltre a 300 feriti e 500 prigionieri.
L’azione coraggiosa, quanto audace, del Savoia Cavalleria ebbe come conseguenza l’allentamento della pressione sovietica sul fronte del Don, consentendo di riordinare le posizioni italiane e salvando così migliaia di soldati italiani dall’accerchiamento.
Alla battaglia fu dato il nome Isbuschenskij, un paese che si trovava nei pressi e che in realtà non fu mai raggiunto dai nostri cavalieri.
Lo stendardo del Reggimento Savoia Cavalleria fu decorato di Medaglia d’Oro, oltre a due Medaglie d’Oro alla memoria, 54 Medaglie d’Argento, 23 Medaglie di Bronzo, 49 Croci di Guerra.
In Italia suscitò un vero e proprio entusiasmo, con articoli di stampa ed ampie cronache nei Cinegiornali, ma, soprattutto, la carica del Savoia Cavalleria è ricordata nel mondo come l’ultima carica a cavallo della storia, anche se, per la precisione, l’ultima fu quella effettuata a Poloj (attuale Croazia) dai “Cavalleggeri di Alessandria” il 17 ottobre del 1942.
E’ questa la data che segna la fine storica delle cariche a cavallo.
3
Letteratura italiana
Luigi Pirandello
Pirandello fu poeta, narratore e drammaturgo, scrisse sette romanzi (Il turno, 1902; Il fu Mattia Pascal, 1904; L’esclusa, 1908; Suo marito, 1911; I vecchi e i giovani, 1913; Quaderni di Serafino Gubbio operatore, 1925; Uno nessuno e centomila, 1926) e più di duecento novelle raccolte nei XV volumi di “Novelle per un anno”.
Tuttavia le sue novelle e i suoi romanzi, nonché i suoi saggi (in particolare L'umorismo) passarono quasi inosservati.
La celebrità gli giunse soltanto in età matura, quando, a partire dal 1916, si rivolse quasi interamente al teatro.
Le sue commedie, talvolta accolte con dissensi clamorosi, si imposero al pubblico soprattutto dopo la fine della I guerra mondiale.
Ottennero vasta risonanza Liolà, Pensaci Giacomino!, Così è -se vi pare, Sei personaggi in cerca d'autore, L'uomo dal fiore in bocca, Enrico IV e molte altre.
Nel 1921 inizia ad ottenere grande successo anche all'estero e nel 1924 si iscrisse al partito fascista con l’intenzione di aiutare il fascismo a rinnovare la cultura, restandone presto deluso.
Nel 1934 gli venne conferito il premio Nobel per la letteratura “per il suo coraggio e l'ingegnosa ripresentazione dell'arte drammatica e teatrale”.
Mussolini cercò di sfruttarne la fama internazionale sperando di usarlo come portavoce delle ragioni del fascismo, all’epoca impegnato nella conquista dell'Etiopia, ma Pirandello non si prestò a tale servilismo.
Pirandello si formò quindi in un periodo di duplice crisi: la crisi storica e sociale dell’Italia e la crisi della cultura “positivistica”, la caduta cioè dei valori e delle certezze acquisite.
Da qui la cultura decadentismo che trova nell’opera di Pirandello una delle sue più importanti espressioni: l’uomo non è più in grado di conoscere e di padroneggiare il mondo esterno, non conosce più se stesso e non si appartiene.
Nasce così il “relativismo psicologico” di Pirandello che utilizzerà il linguaggio del teatro per definire la vita come una “buffoneria”, una “fantocciata”, una “pupazzata”.
Il pensiero pirandelliano si basa sul concetto che la personalità dell’uomo non è una, è molteplice.
Tutti noi siamo simultaneamente “uno, nessuno e centomila”:
“uno”, perché è quello che di volta in volta crediamo di essere;
“nessuno”, perché, dato il continuo mutare dell’animo, siamo incapaci di fissarsi in una personalità definita, né ci riconosciamo nella forma che gli altri ci attribuiscono;
“centomila”, perché ciascuna persona ci vede “a suo modo”, e di conseguenza assumiamo tante forme o apparenze quante sono quelle che ci vengono attribuite.
Così, allo stesso tempo, noi non percepiamo le cose per quello che sono ma per come esse ci appaiono, ed anche certi valori morali come il bene o il dovere sono, come le definiva Pirandello, solamente “forme”.
In sostanza viviamo in un mondo in cui pensieri e gesti sono conseguenza del giudizio altrui.
La nostra vera ed unica personalità assume infiniti connotati e non essendo possibile dimostrare quale sia quella originaria ci ritroviamo a non essere “nessuno”.
Le “forme” che ci vengono imposte sono la gabbia, le abitudini del nostro essere quotidiano.
Uscire da questo schema ci trasforma in “morti viventi” come Mattia Pascal, senza più una collocazione nella società.
4
Nel 1936 durante le riprese cinematografiche de Il fu Mattia Pascal, a Roma, si ammala di polmonite e muore.
A dispetto del regime fascista, che avrebbe voluto esequie di Stato, vengono rispettare le clausole del suo testamento:
“Carro d'infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m'accompagni, né parenti né amici. Il carro, il callo, il cocchiere e basta”.
Fortuna d’esser cavallo (1935)
In questa novella ritroviamo tutto il pensiero di Pirandello, il cui protagonista non è un uomo ma un cavallo, sul quale Pirandello trasferisce le stesse difficoltà e il disagio della condizione umana.
Il protagonista senza nome di questa novella è stato abbandonato dal suo padrone perché ormai vecchio e inutile.
L’animale, privato della sua “forma” che sino ad allora era la sua vita, fatta di duro lavoro e di sofferenze, si ritrova improvvisamente libero e senza più una collocazione nella società (gli abitanti del paese).
Questa nuova situazione lo porrebbe nella condizione di poter godere appieno della libertà, tuttavia esso non sa cosa farne semplicemente perché non ha una propria idea di libertà … non avendola mai conosciuta.
Scacciato, deriso e respinto dalla società, per la quale non rappresenta altro se non un paradosso, al protagonista resta la fortuna di esser cavallo e di non avere quindi la capacità di pensare.
Non si tratta di pensiero inteso come intelligenza, il cavallo infatti ha una sua visione, un suo pensiero ben preciso, ma di coscienza: a differenza dei protagonisti umani delle novelle pirandelliane, il cavallo non riesce a rendersi conto della sua dolorosa condizione.
La stalla è lì, dietro la porta chiusa, subito dopo l’entrata nel cortile rustico in pendìo, dall’acciottolato logoro e la cisterna in mezzo.
La porta è imporrita; verde un tempo, ora ha quasi perduto il colore; come la casa, quello gialligno dell’intonaco, per cui appare la più vecchia e misera del sobborgo.
Questa mattina all’alba la porta è stata chiusa da fuori col grosso catenaccio arrugginito; e il cavallo che era nella stalla è stato messo fuori e lasciato lì davanti, chi sa perché, senza né briglia né sella né bisaccia; senza nemmeno la capezza.
Vi sta paziente, quasi immobile, da parecchie ore.
Sente attraverso la porta chiusa l’odore della sua stalla lì prossima, l’odore del cortile; e pare che di tanto in tanto, aspirandolo con le froge dilatate, sospiri.
Risponde curiosamente a ogni sospiro un fremito nervoso del cuojo sulla schiena, dov’è il segno d’un vecchio guidalesco.
Così libero d’ogni guarnimento, la testa e tutto il corpo, si può vedere come gli anni l’han ridotto: la testa, quando la rialza, ha ancora un che di nobile ma triste; il corpo è una pietà: il dosso, tutto nodi: sporgenti le costole; i fianchi, aguzzi; spessa però ancora la criniera e lunga la coda, appena un po’ spelata.
Un cavallo che non può servire più a nulla, per dir la verità.
5
Che cosa aspetta lì davanti alla porta?
Chi, passando, lo vede, e sa che il padrone è già partito dopo essersi portata via tutta la roba di casa per andare ad abitare in un altro paese, pensa che qualcuno forse verrà per incarico di lui a ritirarlo; benché, lasciato così sguarnito di tutto, abbia piuttosto l’aria d’un cavallo abbandonato.
Altri passanti si fermano a guardarlo, e c’è chi dice di sapere che il padrone, prima di partire, ha cercato in tutti i modi di disfarsene, tentando in principio di venderlo anche a poco prezzo, poi offrendolo a tanti in dono; anche a lui; ma nessuno l’ha voluto, nemmeno regalato; neppur lui.
Non mangiasse, un cavallo, ma mangia. E per il servizio che quello può ancora rendere così vecchio e malandato, siamo giusti, vi par che valga la spesa del fieno o anche di un po’ di paglia da dargli a mangiare?
Avere un cavallo e non saper che farsene, dev’esser pure un bell’impiccio.
Tanti, per levarselo, ricorrono al mezzo sbrigativo d’ucciderlo. Una palla di fucile costa poco. Ma non tutti hanno il cuore di farlo.
Resta però da vedere se non è più crudele abbandonarlo così.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.