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Lo sfruttamento minorile

Le fasce deboli della società, in particolare i bambini, sono da sempre oggetto di sfruttamento e non è improprio parlarne in termini di schiavitù. Lo sfruttamento minorile non è un fenomeno recente: esiste da sempre ed è presente ovunque, in paesi sottosviluppati (cause sociali) e in paesi sviluppati (cause economiche): Africa, America Latina, India, Cina, Corea, ma anche Europa (Italia, Portogallo, Inghilterra) e Stati Uniti: 250 milioni di bambini nel mondo subiscono in ambito familiare o sociale violenze fisiche, psicologiche e sessuali.

Le violenze fisiche

Le violenze fisiche sono quelle più evidenti: lividi, bruciature, fratture; gli sfruttatori appartengono per lo più all’ambito familiare, ed usano i bambini per lavori domestici o familiari, a discapito della loro educazione.

I bambini vengono utilizzati anche in ambito militare, reclutati come soldati che rischiano ogni giorno la vita per combattere nelle guerre, imparano a torturare ed essere torturati, uccidere, veder morire; per combattere la paura vengono drogati a forza.

Le violenze psicologiche

Le violenze psicologiche sono quelle meno evidenti, ma non meno significative: il bambino a causa di aggressioni verbali si sentirà inferiore al suo reale valore, sia fisicamente che caratterialmente.

Le violenze sessuali

Le violenze sessuali sono considerate le più traumatizzanti, attuate in ambito familiare o sociali, spesso per traffico di video pedo-pornografici per fini commerciali. Essi rischiano pericolosamente problemi di salute a causa di malattie sessualmente trasmissibili o gravidanze indesiderate.

Con lo sviluppo delle tecnologie, soprattutto con internet, questo tipo di violenza tende a crescere in modo smisurato.

Lo sfruttamento infantile sul lavoro

Lo sfruttamento infantile sul lavoro è alimentato anche dalle multinazionali: molti minori vengono usati da imprenditori per produrre articoli usati quotidianamente: la marca sportiva NIKE per anni ha sfruttato il lavoro di bambini, dai 5 anni di età, per cucire i propri palloni e vestiti.

Essi venivano impiegati per 14-16 ore al giorno in condizioni igieniche pessime, per portare avanti lavori massacranti, in fabbriche buie e malsane, ed essere pagati in modo esageratamente inferiore rispetto al costo commerciale del prodotto.

Povertà, educazione e traffico di bambini

Il motivo principale dello sfruttamento minorile resta comunque la povertà: i bambini sono costretti a lavorare nei campi, nelle miniere, in una condizione di schiavitù o criminalità, spesso sono abbandonati.

Questo fattore si ripercuote sull’educazione: 100 milioni di bambini al mondo non frequenta la scuola, facendo aumentare il tasso di analfabetismo e violando i loro diritti. Il traffico di bambini è un’altra forma di sfruttamento in quanto vengono privati della loro libertà.

Il verismo

Il verismo è una corrente letteraria italiana nata all’incirca fra il 1875 e il 1895 ad opera di un gruppo di scrittori che costituirono una vera e propria “scuola” fondata su precisi principi.

Il Verismo nasce sotto la diretta influenza del clima del positivismo, quell’assoluta fiducia nella scienza, nel metodo sperimentale e negli strumenti infallibili della ricerca che si sviluppa dal.

L 1830 a Milano e opere veriste rappresentano soprattutto le realtà sociali dell’Italia centrale, meridionale e insulare. Così la Sicilia è descritta nelle opere di Giovanni Verga. Una principio caratteristica distintiva del verismo rispetto ad altre tecniche narrative, è l’utilizzo del dell’impersonalità, tecnica che, come mostra il Verga, consente di immergersi, “eclissarsi” nell’oggetto.

Il verismo, come si vede in Verga si interessa molto delle questioni socio-culturali dell’epoca in cui vive e si sviluppa.

In Giovanni Verga, per esempio, ritroviamo in molte opere la questione della situazione meridionale, dei costumi e delle usanze, del modo di vivere assai diverso rispetto a quelli del nord Italia.

Giovanni Verga: vita e opere

Vega nasce a Catania nel 1940 da una famiglia di agiati proprietari terrieri. Trascorse la sua giovinezza nella città natale che era a quei tempi un attivo centro culturale e compì presso maestri privati i suoi primi studi.

Si formò alla scuola del letterato patriota Antonino Abate. Da lui assorbe il gusto letterario romantico e il fervente patriottismo.

L’Abate faceva leggere ai suoi allievi, oltre che Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Monti, Manzoni, i suoi poemi. La formazione del Verga narratore avvenne sulle pagine di Castorina e su “Il Progresso e la Morte” dell’Abate e a soli quindici anni, Verga scrisse il suo primo romanzo d’ispirazione risorgimentale “Amore e patria” rimasto inedito.

I suoi studi superiori non furono regolari. Iscrittosi nel 1858 alla Facoltà di legge all’Università di Catania, non concluse gli studi, preferendo dedicarsi all’attività letteraria e al giornalismo politico.

Con il denaro datogli dal padre per concludere gli studi, il giovane pubblicò a sue spese un secondo romanzo, “I carbonari della montagna”. Nel 1863 pubblicava a puntate nelle appendici della rivista fiorentina “La nuova Europa” il suo terzo romanzo, “Sulle lagune”.

Il romanzo si apre all’intreccio sentimentale, con la vicenda d’amore di un ufficiale austriaco ed una giovane donna veneziana. Nel 1865 lascia la provincia e si reca per la prima volta a Firenze.

Nel frattempo, nel 1866, pubblicherà “Una peccatrice”, primo romanzo fortemente autobiografico, in cui si affermano la vena sentimentale e l’interiorità della sua ricerca esistenziale prima che letteraria.

Nel 1872, Verga si trasferisce a Milano, che era in quel periodo il centro culturale più vivo dell’intera penisola e quello maggiormente aperto alle sollecitazioni europee.

A Milano termina il romanzo “Eva” che aveva iniziato a Firenze. Con questo romanzo il Verga si avvicina all’accesa polemica anticapitalista che caratterizza la Scapigliatura.

A questo romanzo di carattere polemico seguono i romanzi d’analisi di sottili passioni mondane, “Eros”, storia dell’inaridirsi progressivo di un giovane dell’aristocrazia, corrotto da una società senza valori, e “Tigre reale” dove viene analizzato l’innamoramento di un giovane di una donna “fatale”, divoratrice di uomini.

Nel 1874, intanto era stata pubblicata la novella “Nedda”, che l’autore definì un “bozzetto siciliano”. Nedda rimane sola, per la morte del suo uomo e perde il bambino appena nato.

Nel 1880 vengono intanto raccolti, nel volume “Vita dei campi”, una serie di racconti che erano stati pubblicati in riviste tra il 1879 e il 1880 e che continuano la maniera inaugurata da “Rosso Malpelo”.

E parallelamente alle novelle Verga inizia a delineare il progetto di un Ciclo dei Vinti di romanzi. Il primo romanzo del ciclo è I Malavoglia del 1881, la storia di una famiglia di pescatori siciliani che a causa delle difficoltà economiche dell’Italia post-unitaria portano a compiere una speculazione commerciale che segnerà l’inizio di una serie interminabile di sventure.

Nell’1882 Verga pubblica il secondo romanzo “Il marito di Elena” che analizza le inquietudini di una moglie piccolo borghese, che con le sue ambizioni conduce il marito alla rovina.

Nel 1883 uscirà la seconda raccolta nel volume “Novelle rusticane” che ripropongono personaggi e ambienti della campagna siciliana, in una prospettiva però più amara e pessimistica, che porta in primo piano il dominio dei movimenti economici dell’agire umano e rivela come la fame e la miseria soffochino ogni sentimento disinteressato.

Un’indagine analoga, viene condotta anche sul proletariato cittadino nelle novelle di Per le vie, pubblicate nello stesso anno.

Poi Verga nel 1884 tenta l’esperienza del teatro con il dramma Cavalleria Rusticana, tratto da Vita dei campi, che ottiene un clamoroso successo di pubblico per la rappresentazione di costumi esotici e di passioni primitive.

Nel 1889 Verga pubblica Mastro-don Gesualdo che narra l’ascesa sociale di un muratore che, con le sue forze riesce ad accumulare un’enorme fortuna.

Disprezzato dai nobili e odiato dai propri famigliari, muore solo e “vinto” assistendo allo sperpero delle proprie ricchezze.

Dopo il Mastro-don Gesualdo Verga lavora a lungo, al terzo romanzo del ciclo, La Duchessa di Leyra, ma il lavoro non sarà mai portato a termine.

Nel 1893 Verga ritorna a vivere definitivamente a Catania, successivamente lo scrittore si chiude in un silenzio totale e la sua vita è dedicata solamente alla cura delle sue proprietà ed è ossessionato dalle preoccupazioni economiche. Muore nel 1922.

Giovanni Verga: Rosso Malpelo

Rosso Malpelo è un ragazzo dai capelli rossi, che nel pregiudizio popolare indicava il suo modo di essere “malizioso e cattivo”; da qui il soprannome “Rosso Malpelo”.

A causa di ciò Malpelo è maltrattato da tutti e non trova affetto neanche in famiglia: la madre non si fida di lui, infatti, tornato dal lavoro gli chiede se avesse sottratto dei soldi dallo stipendio, e per sicurezza la sorella lo accoglieva picchiandolo.

Malpelo lavora con il padre, Mastro Misciu (la bestia), in una cava dove si estrae la rena. I due sono molto legati: Misciu infatti è l’unico ad avergli mai dato affetto, e Malpelo, appena gli altri operai deridono il pover’uomo, lo difende.

Un giorno il padre deve terminare un lavoro preso a cottimo, per eliminare un pilastro dalla cava, malgrado sia molto pericoloso. Si diceva che solo un testardo avrebbe accettato di eseguire lavori di quel genere.

La sera tardi, mentre Malpelo gli sta dando una mano, il pilastro cade all’improvviso addosso al padre.

Rosso Malpelo, alla notizia, preso dalla disperazione, iniziò a scavare con le unghie fino a farle sanguinare e ad urlare.

Quando anche Zio Mommu, detto “lo Sciancato”, viene a sapere della disgrazia, è ormai troppo tardi, perché sono passate quattro ore e Mastro Misciu è già morto.

Nessuno invece fa caso al figlio, che inutilmente scava nella rena lacerandosi le unghie nello sforzo di salvarlo.

Dopo la morte del padre Malpelo divenne ancora più cattivo agli occhi di chi lo osservava e riprese a lavorare alla cava proprio nella galleria dove era morto il padre.

Qualche tempo dopo alla cava venne a lavorare un ragazzino piccolo e debole che prima faceva il muratore, ma fu costretto ad abbandonare il mestiere a causa di una caduta da un ponteggio in cui si era lussato il femore.

Il ragazzo, soprannominato Ranocchio per il modo in cui cammina, diventa oggetto di sfogo di Malpelo che lo tormenta: lo picchia, lo insulta, e se Ranocchio non si difende, lui continua, perché vuole che impari a reagire.

In realtà il motivo di tale cattiveria è dato dal fatto che Malpelo gli vuole bene e vuole che impari la dura lezione della vita; Malpelo infatti spesso gli dà la sua razione di cibo pur di non farlo morire di fame, oppure lo aiuta con i lavori pesanti.

Dopo qualche tempo viene ritrovato il corpo di Mastro Misciu: per lo shock Malpelo si allontana per qualche giorno dalla cava e quando torna decide di andare a lavorare in un’altra galleria.

Tutto ciò che gli rimane dal padre sono i suoi pantaloni, che la madre di Malpelo sistema per adattarli all’altezza del figlio, il piccone e un paio di scarpe, che Malpelo custodisce come tesori.

Secondo Malpelo la morte è la liberazione di tutto, e per i deboli sarebbe meglio non essere mai nati.

Ranocchio invece gli spiega del Paradiso, il posto dove i vivi che sono stati brave persone vanno a riposare in eterno.

Non molto tempo più tardi Ranocchio, il quale deperiva da un po’, si ammala di tubercolosi e muore in breve tempo.

Malpelo adesso è effettivamente solo, dato che la madre ha trovato un nuovo compagno e la sorella ha un marito e nessuno lo vuole più in casa.

Alla fine Malpelo muore alla cava: gli era stato infatti affidato il compito di verificare un tratto di una galleria ancora inesplorato.

Nessuno voleva prendersi un simile compito, ma Malpelo accetta subito dato che non ha nessuno che possa rimpiangerlo.

Prese gli attrezzi del padre e partì, nessuno seppe più nulla di lui e nemmeno le sue ossa furono ritrovate.

Oramai Malpelo non è altro che una leggenda della cava, i ragazzi hanno infatti paura a parlare del ragazzo per il timore di vederselo comparire davanti. Alcuni videro anche il suo corpo come un fantasma.

La seconda rivoluzione industriale

L’espressione lavoro minorile è oggi utilizzata per definire l’impiego di minori in generale, specialmente per lavori che potrebbero interferire con la loro educazione o danneggiare la loro salute.

L’utilizzo di manodopera minorile non fu considerato un problema sociale fino alla Rivoluzione industriale, che introdusse diversi tempi e ritmi di lavoro, mutandone completamente l’organizzazione.

Poiché la Gran Bretagna fu la prima a sperimentare la Rivoluzione industriale, essa fu anche la prima a manifestare particolari problemi di lavoro minorile nella produzione industriale.

Alla fine dell’ottavo secolo, i possessori di cotonifici raccoglievano gli orfani e i figli di famiglie povere in tutto il paese, utilizzandoli in cambio del semplice mantenimento; in alcuni casi, fanciulli di cinque e sei anni erano costretti a lavorare dalle tredici alle sedici ore al giorno.

Le cattive condizioni imposte ai fanciulli poveri ben presto si generalizzarono. I risultati erano l’analfabetismo, l’ulteriore impoverimento di famiglie già povere e una moltitudine di fanciulli ammalati e storpi.

Per rivoluzione industriale si intende un processo di evoluzione economica che da un sistema agricolo-artigianale-commerciale porta ad un sistema industriale moderno caratterizzato dall’uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dall’utilizzo di nuove fonti energetiche (come ad esempio i combustibili fossili).

Spesso si distingue fra prima e seconda rivoluzione industriale. La prima riguarda prevalentemente il settore tessile-metallurgico e comporta l’introduzione della spoletta volante e della macchina a vapore.

Nella seconda rivoluzione industriale viene introdotta dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio.

Talvolta ci si riferisce agli effetti dell’introduzione massiccia dell’elettronica e dell’informatica nell’industria come alla terza rivoluzione industriale, che viene fatta partire dal 1970.

La rivoluzione industriale comportò un generale stravolgimento delle strutture sociali dell’epoca, attraverso una impressionante accelerazione di mutamenti che portò nel giro di pochi decenni alla trasformazione radicale delle abitudini di vita, dei rapporti fra le classi sociali, e anche dell’aspetto delle città, soprattutto le più grandi.

Fu infatti prevalentemente nei centri urbani, che si avvertirono maggiormente i mutamenti sociali, con la crescita di grandi sobborghi a ridosso delle città, nei quali si ammassava il sottoproletariato che dalle campagne cercava lavoro nelle fabbriche cittadine.

Si trattava per lo più di quartieri malsani e malfamati, in cui le condizioni di vita per decenni rimasero spesso al limite della vivibilità.

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