Anni 60-70
A partire dagli anni ‘60-’70 la cultura è stata fortemente influenzata da caratteri di costume che hanno determinato numerose svolte nei vari settori. Negli anni Sessanta l’economia capitalistica dell’Occidente porta ad un notevole progresso e sviluppo economico. Questo sviluppo è stato raggiunto anche grazie agli aiuti statali attraverso il welfare state, garantendo servizi sociali gratuitamente alle persone più abbienti. Le società industriali sono così diventate società consumistiche.
Questa situazione di benessere si è conclusa alla fine del decennio quando si è verificato il fenomeno dell’inflazione, causato dall’aumento dei prezzi dei beni e una stabilità dei salari. I governi europei come prima risposta a questa situazione di crisi hanno cercato di coalizzarsi con i sindacati applicando la politica dei redditi, che consisteva nel bloccare i salari dei dipendenti i quali si vedevano diminuire sempre più il loro potere d’acquisto. Lo scontento si trasformò ben presto in agitazioni e scioperi.
Per la prima volta però a contestare sono i giovani borghesi i quali contestavano in primis il sistema capitalistico e poi anche la società accusata di appiattire l’uomo, di dequalificare l’intellettuale e di mercificare tutto. Nel 1968 la protesta operaia e la contestazione studentesca confluiscono in un solo movimento contro i governi.
Particolarmente aspra si fa la situazione in Francia. Dopo essere stata colpita da una grave crisi recessiva, la Francia era attraversata da un profondo malessere sociale. Il 14 maggio la capitale francese fu attraversata da una prima gigantesca manifestazione unitaria tra i due movimenti seguita subito da altre nei giorni successivi. Il governo appariva impotente a fronteggiare la situazione, limitandosi ad evitare lo scontro diretto tra le forze dell’ordine ed i manifestanti e ad isolare Parigi mediante un cordone sanitario affidato all’esercito, senza però riuscire ad impedire che venisse dato alle fiamme l’edificio della Borsa, simbolo del capitalismo.
Ebbero allora inizio le trattative tra sindacati e padronato, che si conclusero rapidamente col riconoscimento d’incrementi salariali, la riduzione dell’orario di lavoro, un parziale annullamento delle ritenute per gli scioperi effettuati ed altri miglioramenti economici o normativi. L’accordo rappresentava per i lavoratori un indubbio successo.
Quasi altrettanto dure sono state le lotte in Italia e in Germania. In quest’ultima i giovani protestavano violentemente contro il governo di coalizione fra democristiani e socialdemocratici il quale, per evitare che la situazione degenerasse, vietò il diritto di associazione e manifestazione.
In Italia invece, tra l’immediata ricostruzione postbellica e le soglie degli anni ’70, da paese ancora essenzialmente agricolo l’Italia si era trasformata in uno dei primi paesi industriali del mondo. Si erano in tal modo verificate una crescita eccezionale del prodotto interno, della produttività media del lavoro ed una consistente accumulazione di capitali utilizzati negli investimenti. Tutto ciò aveva portato ad un aumento del tenore di vita che segnava per l’Italia l’ingresso nelle civiltà dei consumi.
Questi mutamenti strutturali, con le correlative modificazioni culturali e di costumi, incisero a fondo anche sul tessuto della società civile. Questa divenne più variegata e manifestò esigenze di partecipazione democratica, d’ammodernamento del sistema politico e dell’amministrazione pubblica, di ampliamento delle libertà civili e di maggiore giustizia sociale, che non sempre furono fatte proprie con la necessaria prontezza da Stato e governi.
Proprio questo distacco fra società civile e società politica fu alla radice delle laceranti tensioni che percorsero il paese tra il 1968 e la fine degli anni ’70. Alcune occupazioni di facoltà si erano già verificate nel 1966 come frutto di un ravvivato dibattito politico suscitato dall’avvento del centro-sinistra e dei mutamenti sociali in atto nel paese (l’abbandono delle campagne, la tumultuosa crescita numerica degli operai, la proliferazione dei ceti medi urbani).
Agli studenti s’indirizzarono anche le simpatie di molte riviste progressiste che sprovincializzarono il dibattito politico-culturale e fecero da cassa di risonanza, riferendo cronache ed interventi sulle agitazioni italiane e straniere. Una prima prospettiva emerse dai documenti e dal manifesto che accompagnavano a Torino l’occupazione del Palazzo Campana, sede della facoltà di Lettere, dove appariva un cadavere ossificato con parrucchino e medaglie, ad indicare la sclerosi delle istituzioni accademiche ed a suggerire tutta l’urgenza di soluzioni riformatrici.
Un’altra proposta veniva dalle Tesi della Sapienza (sede dell’università pisana, anch’essa occupata) che ampliavano le ambizioni della protesta studentesca, ravvisandovi forti potenzialità politiche rinnovatrici e che implicavano una spregiudicata valorizzazione della spontaneità e delle energie creative del mondo giovanile.
All’inizio del 1968 le occupazioni si estesero a macchia d’olio, coinvolgendo dapprima facoltà come Architettura, Lettere, Scienze Politiche e poi tutte le altre. Si affermarono ovunque i metodi assembleari ed iniziarono i “controcorsi” promossi dagli stessi studenti su temi d’attualità. Insieme con una nuova didattica però, gli studenti imparavano anche a fronteggiare i tentativi dall’intervento della polizia.
La tensione sociale toccò il culmine nell’autunno del 1969, il cosiddetto “autunno caldo”, quando s’inasprì la vertenza dei metalmeccanici (la categoria operaia più forte) per il rinnovo del contratto di lavoro. A questo punto ebbe inizio la “strategia della tensione” che mirava al ripristino dell’ordine anche mediante il ricorso ad attentati sanguinosi da addebitare ai sessantottini.
Dopo una lunga vertenza sindacale gli operai metalmeccanici ottennero il rinnovo del contratto di lavoro che introdusse significativi cambiamenti: aumenti dei salari, riduzione delle ore lavorative a 40 ore settimanali, riconoscimento del diritto di associazione nei luoghi di lavoro.
A coronamento della loro azione vittoriosa, i sindacati ottennero nel 1970 l’emanazione di una legge, lo “Statuto dei lavoratori”, che allentava il controllo dei datori di lavoro sui dipendenti, riduceva la possibilità di comportamenti antidemocratici degli imprenditori ed introduceva il principio della “giusta causa” per i licenziamenti.
La riconquistata stabilità sociale segnò anche l’indebolimento del movimento studentesco, al quale del resto venivano forniti alcuni riconoscimenti come la liberalizzazione degli accessi universitari, la liberalizzazione dei corsi e dell’esame di maturità, il diritto di assemblea nelle superiori.
Nel 1971 si verificò la crisi economica anche negli Stati Uniti. Infatti Nixon dichiarò la fine della convertibilità del dollaro in oro proprio per far fronte alla grave inflazione che stava colpendo il Paese. Infatti in circolazione c’erano grandi quantità di dollaro in quanto quest’ultimo era la moneta presente in tutti i mercati internazionali. La quantità di dollaro in circolazione non corrispondeva alle risorse auree del Paese e questo ha determinato la perdita di valore della moneta.
L’esplosione salariale del 1969-73 conseguente all’autunno caldo ampliò la quota del lavoro dipendente nella ripartizione del reddito nazionale. Il sistema retributivo italiano si allineò così a quello dei paesi più avanzati dell’Europa occidentale, e per converso si ebbero una compressione dei profitti ed una riduzione degli investimenti.
Di conseguenza si abbassò il tasso di crescita medio del reddito nazionale e peggiorò la bilancia dei pagamenti, soprattutto in seguito alla crisi petrolifera iniziata nel 1973; si ebbe poi un’impennata dell’inflazione dovuta alla tensione dei prezzi dell’energia e delle materie prime d’importazione.
L’insicurezza e le difficoltà furono poi accentuate dal dispiegarsi della strategia della tensione che prese l’avvio con la strage di Piazza Fontana a Milano, dove scoppiò una bomba che uccise 17 persone e ne ferì un centinaio. Il “terrorismo nero” proseguì negli anni seguenti con uno stillicidio di attentati mirati a seminare il panico tra la popolazione, che culminarono nella strage di Piazza della Loggia a Brescia (nel maggio 1974 dove, durante una manifestazione antifascista, esplose una bomba che fece otto morti), nell’attentato al treno Italicus nell’agosto 1974 (dodici morti) e nella gravissima esplosione avvenuta nell’agosto 1980 nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Bologna, che fece ottantacinque vittime.
Ad acuire l’atmosfera di disagio e di tensione sopravvennero poi la nascita e gli sviluppi del “terrorismo rosso”, che reclutò i suoi aderenti nei gruppi più estremisti della sinistra extraparlamentare.
Nel quadro di questa forte instabilità politica e sociale del paese il neosegretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, attuò una politica finalizzata all’ingresso del PCI nel governo. La strategia consisteva in una sorta di compromesso. Il compromesso storico, tra i diversi partiti politici (DC-PCI-PSI). Le elezioni amministrative del 1975 e quelle politiche del 1976 rafforzarono l’idea di Berlinguer. A coronamento di questa ascesa elettorale. Il PCI entrò nel governo.
Secondo l’analisi ideologica-dottrinaria dei leader di queste frange della contestazione, il PCI aveva tradito la causa della rivoluzione, era divenuto riformista, ed andava combattuto allo stesso modo del sistema capitalistico e dei partiti della borghesia.
Bisognava quindi passare sul terreno della violenza e della lotta armata condotta dalla clandestinità, per cercare di accelerare il corso della storia e della rivoluzione, facendo leva sulle contraddizioni sociali per abbattere in uno scontro finale il capitalismo e lo stato borghese.
Agendo nella clandestinità, organizzazioni come le Brigate Rosse, i Nuclei armati proletari, Prima Linea, attuarono decine di rapimenti, ferimenti, omicidi: giuristi e magistrati, giornalisti, pubblici funzionari, ufficiali, dirigenti d’azienda furono coinvolti.
Nel 1970 iniziarono così la loro attività i nuclei della prima e più decisa organizzazione di estrema sinistra italiana, quella delle Brigate Rosse, creata da Renato Curcio. Nel 1978 Aldo Moro, presidente del partito della DC, venne rapito dalle Brigate Rosse, che uccisero i cinque agenti della sua scorta. Proprio nel giorno in cui si formò il governo di solidarietà nazionale, il 16 marzo.
La DC non accetta lo scambio che le Brigate Rosse gli propongono, cioè la liberazione di detenuti politici in cambio del rilascio di Aldo Moro. Dopo 55 giorni di prigionia egli venne assassinato.
Moro faceva parte di una corrente della Democrazia Cristiana che riteneva necessario arginare la crisi economica e sconfiggere il terrorismo, ritenendo ormai necessario l’ingresso dei comunisti nel governo. La tragica morte del leader democristiano diede più forza a quei settori della classe dirigente, democristiana e non, che osteggiavano la presenza dei comunisti nella maggioranza. Quest’azione segna il momento culminante del terrorismo, ma anche l’inizio del suo declino.
Letteratura
I burrascosi cambiamenti storici e sociali degli anni ’60 hanno avuto echi e risonanze anche nei campi delle arti figurative, della letteratura, della musica e nella morale di ogni persona.
L’incidenza delle suggestioni e degli esempi stranieri è ben più larga e complessa in questo negli altri periodi precedenti, e ciò per ovvi motivi: la straordinaria efficienza degli strumenti d’informazione; l’industria editoriale che ormai opera su prospettive internazionali; l’omologazione dei comportamenti di vita e dei problemi, conseguente all’esistenza di una civiltà di massa che fa sì che certi atteggiamenti o bisogni o malesseri siano essenzialmente propri non di una regione o di una nazione, ma abbiano dimensione internazionale.
È su queste basi che sorge e fiorisce una letteratura di contestazione volta a contestare i valori e l’essenza della società capitalistica.
Il bisogno di creare qualcosa di nuovo, di più conforme alla società che stava nascendo verso la fine degli anni Cinquanta, nasceva dalla crisi di quel movimento che aveva dominato la scena letteraria dal dopoguerra fino alla metà degli anni ’50 circa: il Neorealismo.
Il Neorealismo è un tipo di letteratura reale, quotidiana. Alle spalle di questa cultura non c’è né filosofia, né una classe sociale, né alcuna scoperta di nuovi moduli espressivi, c’erano solo i bombardamenti della guerra, la resistenza e il dopoguerra.
L’intellettuale neorealista non lo si può definire in quanto non si presenta con una fisionomia compatta, ma piuttosto complessa, ricca di sfaccettature. Questo intellettuale prende le distanze dalla borghesia e non ha interessi politici, usa un linguaggio semplice quotidiano, non lirico.
Il Neorealismo sceglieva come genere il romanzo in quanto, al contrario della poesia, era di più facile comprensione per la massa. Il problema era il linguaggio: infatti si optò per un linguaggio antiletterario che si rifacesse alla lingua parlata e ai dialetti.
Un’intellettuale che prendeva le distanze dalla contestazione giovanile del ’68 è Pier Paolo Pasolini, il quale sosteneva che non era una contestazione di proletari ma di ricchi giovani borghesi. Questa contestazione non poteva mai essere stata sostenuta dai proletari in quanto essi dovevano comunque lavorare per continuare a svolgere una vita dignitosa, mentre i ricchi borghesi erano annoiati della routine.
Pasolini è l’intellettuale della contraddizione e dell’opposizione. Per la varietà dei suoi interessi culturali egli è uno degli intellettuali cardine degli anni Sessanta.
Pasolini si isolò dalla situazione dei suoi tempi. Nel 1975 pubblicò Scritti corsari, un insieme di articoli scritti nel pieno del terrorismo e della strategia della tensione. Gli anni Sessanta rappresentavano per Pasolini un momento in cui la letteratura si interrogava su se stessa e sul proprio ruolo in seno al contemporaneo processo di industrializzazione.
Pasolini contesta anche i mass media ai quali addossa la responsabilità dell’appiattimento della cultura e della sua omologazione a modello sociale. Tuttavia Pasolini si serve degli stessi mass media per provocatoriamente colpire la cultura borghese.
Pasolini nacque a Bologna nel 1922 da madre friulana e padre romagnolo con il quale instaurò un rapporto basato sull’autoritarismo. Laureatosi in lettere con una tesi su Pascoli, si dedicò al giornalismo ed alla letteratura.
Nel 1948 si iscrisse al PCI dal quale l’anno successivo fu cacciato in quanto accusato di un presunto episodio di seduzione omosessuale. Egli non negò mai la propria omosessualità, ma a quei tempi il peso della diversità era troppo duro da sopportare e così fu costretto a fuggire a Roma, dove ebbe un impatto brutale con la realtà caotica della città differente dal mondo ovattato del luogo natio.
Tra le tappe della sua attività in prosa, ricordiamo: Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959). Per la poesia, invece: La meglio gioventù in dialetto friulano (1954); Le ceneri di Gramsci (1957); La religione del mio tempo (1962); Poesia in forma di prosa (1964); Transumanar e organizzar (1971).
Elemento essenziale della dottrina di Pasolini è la contraddizione di fondo tra slancio irrazionalistico e senso di colpa presente in sé, ma fu sempre consapevole di ciò, dell’inconciliabile opposizione tra le due tendenze; frutto di questo rapporto conflittuale sono alcune delle sue poesie come Le ceneri di Gramsci, sentimento presente anche nel romanzo Ragazzi di vita.
Il romanzo Ragazzi di vita fu scritto da Pasolini nel 1955, i suoi protagonisti sono degli adolescenti della periferia di Roma, sottoproletari con alle spalle famiglie sfrattate, ammucchiate insieme ad altre famiglie in stanze o corridoi di edifici fatiscenti.
Sono personaggi emarginati dalla città normale e rispettabile, non integrati in un contesto sociale di lavoro o di scuola. Sembra di assistere alla storia di adolescenti che non sono mai stati bambini, in loro c’è la voglia di giocare innocentemente, e nessuno di loro è ingenuo.
La strafottenza, la tracotanza, la malizia e la prepotenza sono talmente naturali da sembrare quasi congeniti; non esistono rapporti umani basati sull’amicizia, sui vincoli familiari o d’amore.
La povertà e la disperazione che regolano in questo romanzo non guardano in faccia a niente e nessuno: per gioco si può decidere di bruciare uno del gruppo, per rabbia si può reagire accoltellando la propria madre, per necessità si rubano i soldi di tasca ad un amico con il quale ci si stava divertendo poco prima.
Il fiume è il punto di ritrovo dei personaggi, metafora dello scorrere del tempo: come la vita così il fiume scorre verso un’unica direzione in un rinnovarsi del sempre uguale, questa vite hanno tutte un destino simile. L’acqua ha un ruolo centrale, fa parte di una sorta di rito iniziatico: si attraversa il fiume per dimostrare di essere grandi, molti del gruppo muoiono compiendo questo rito.
È un fiume torbido ed inaffidabile, una metafora più che somigliante al tipo di vita che si ritrovano i personaggi pasoliani, già minati dalla nascita.
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