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Introduzione

L’argomento che intendo trattare in questa mia tesi è l’intrinseco rapporto sussistente fra l’amore e la morte attraverso un percorso interdisciplinare. Ho scelto una tematica da cui mi sento attratta e che mi risulta tanto più affascinante quanto più difficile e sfidante è la sua totale comprensione.

Gli antichi latini attribuivano l’essenza stessa dell’amore alla parola morte: a-mors, forza che è in grado di sconfiggere la morte.

Spesso, però, questa forza tanto sconvolgente quanto misteriosa, alla morte ha, invece, condotto, nonostante essa stessa si configuri poi come elemento unificante: è il caso di Paolo e Francesca, uccisi per aver trasgredito alle regole, e “des amants” di Baudelaire, i quali sperano in una rinascita che doni loro la pace. Una visione positiva della morte è anche condivisa da Leopardi, il quale la descrive come una bella donna che libera da ogni male.

In altre situazioni, invece, la morte si presenta quale muro invalicabile, ed Orfeo ed Euridice son lì a dimostrarcelo: nemmeno col loro amore struggente possono violare un ordine prestabilito.

L’indissolubile binomio di amore e morte, tuttavia, presenta molteplici aspetti: esso può anche prender forma di una sfida alla morte per amore dei più svariati ideali: all’alba del XX sec., infatti, i soldati della prima guerra mondiale vanno incontro alla morte motivati dall’amore per la patria, rendendosi, tuttavia, conto della vanità dei loro sforzi.

Anche Plinio il Vecchio, per il profondo amore nei confronti della conoscenza, dedica i suoi ultimi istanti di vita alla ricerca, rimanendo intrappolato dalle invisibili esalazioni di gas causate dall’eruzione vulcanica.

Una visione rivoluzionaria della concezione della morte viene poi esplicitata da Heidegger: egli la concepisce come la possibilità più propria dell’esserci. Tale discorso verrà successivamente ripreso da Gadamer, secondo il quale si ha un diritto alla morte, come alla vita, in quanto entrambe appartengono al ciclo vitale ed è necessario un equilibrio fra questi poli, come aveva già specificato Freud, per una regolare vita psichica.

La nostra società moderna, invece, bandisce Thanatos, in egual modo come fece Sisifo, o almeno se ne illude, infatti l’amore e l’erotismo sono indissolubilmente legati al passare del tempo.

Tale concetto della “caducità delle cose e dell’amore” è ripreso anche da Klimt ne “Il Bacio”, che rappresenta la situazione attraverso la quale l’amore tende a cristallizzare tutto, anche il tempo, ma esso scorre incessantemente, nonostante le nostre illusioni.

Eros e Thanatos

Contrapposti in psicanalisi, accomunati spesso in letteratura.

Nella mitologia greca, Thanatos è il dio della morte, ed è rappresentato come un anziano barbuto e alato, o avvolto da un nero mantello. Thanatos è quasi sempre citato accanto a Eros, il dio dell’amore.

Entrambi sono i poli di un meccanismo che regola l’intera esistenza, quello che Freud chiamerà il “principio di morte” e il “principio del piacere”. Eros crea la vita, Thanatos la distrugge; Eros avvicina, Thanatos allontana; Eros unisce, Thanatos separa per sempre.

Ma nel gioco delle culture, o nel gioco della letteratura, i significati si possono anche ribaltare.

Cos’è la morte?

Heidegger: la possibilità dell’impossibilità dell’esistenza

Ora, non c’è dubbio che l’elaborazione più completa ed esaustiva in tutto il Novecento del concetto di morte sia quella condotta da Martin Heidegger nel celeberrimo primo capitolo della seconda sezione di Essere e tempo.

Proprio qui, Heidegger inscrive immediatamente la morte nella dimensione dell’esistenza, dell’esserci: la morte è ‘un’esperienza della vita’ e, d’altro canto, l’esserci dell’essere dell’uomo è un essere-per-la-morte.

La morte sovrasta l’esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta. Ma all’esserci, come essere-nel-mondo, sovrastano molte cose. Il carattere d’imminenza sovrastante non è esclusivo della morte.

Analitica esistenziale

Nella sua analitica esistenziale Heidegger individua due modalità dell’esistenza, la modalità autentica e quella inautentica. La modalità autentica è quella che riconosce la morte come la possibilità radicale della propria esistenza: nella sua condizione di essere nel mondo, l’uomo progetta se stesso, e, proprio progettandosi, si pone di fronte al nulla. In questa dimensione la morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile: in quanto esistente, l’esserci è gettato in questa possibilità, senza che se la crei accessoriamente e occasionalmente nel corso del suo essere, e in questo senso l’uomo progetta la sua morte come possibilità più propria e autentica del suo esserci.

In questo progetto l’uomo scopre la dimensione emotiva dell’angoscia, come rapporto di fronte al poter-essere più proprio dell’esserci, cioè alla morte. Questa angoscia non va confusa con la paura della morte, che invece appartiene alla modalità inautentica della vita: nella dimensione inautentica, caratterizzata dal ‘si’ impersonale, il ‘si muore’ allude a un avvenimento che capita continuamente e a cui nessuno può sfuggire e che, in quanto colto anonimamente, esclude il riconoscimento di se stessi come assoluta progettualità: non genera angoscia, genera soltanto paura del decesso, inteso come interruzione inopinata dell’ininterrotto fluire della quotidianità. Il ‘si’ impersonale e anonimo dell’inautentico copre la progettualità della morte come possibilità più reale e più propria dell’essere dell’esserci.

Si fa così chiaro il concetto esistenziale del morire come esser-gettato nel poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile, e si approfondisce la differenza rispetto al semplice scomparire, al puro cessare di vivere e all’esperienza vissuta del decesso.

La morte secondo Heidegger

“La morte sovrasta l’esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta. Ma all’esserci, come essere-nel-mondo, sovrastano molte cose. Il carattere d’imminenza sovrastante non è esclusivo della morte.

Un’interpretazione del genere potrebbe far credere che la morte sia un evento che s’incontra nel mondo, minaccioso nella sua imminenza. Un temporale può sovrastare come imminente; la riparazione d’una casa, l’arrivo d’un amico, possono essere imminenti; tutte cose, queste, che sono semplici-presenze o utilizzabili o compresenze. Il sovrastare della morte non ha un essere di questo genere. [...] La morte è una possibilità di essere che l’esserci stesso deve sempre assumersi da sé.

Nella morte l’esserci sovrasta se stesso nel suo poter-essere più proprio. In questa possibilità ne va per l’esserci puramente e semplicemente del suo essere-nel-mondo.

La morte è per l’esserci la possibilità di non-poter-più-esserci. Poiché in questa possibilità l’esserci sovrasta se stesso, esso viene completamente rimandato al proprio poter-essere più proprio. In questo sovrastare dell’esserci a se stesso, dileguano tutti i rapporti con gli altri esserci. Questa possibilità assolutamente propria e incondizionata è, nel contempo, l’estrema. Nella sua qualità di poter-essere, l’esserci non può superare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. Come tale è un’imminenza sovrastante specifica. [...]

Questa possibilità più propria, incondizionata e insuperabile, l’esserci non se la crea accessoriamente e occasionalmente nel corso del suo essere. Se l’esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità. [...]. L’esser-gettato nella morte gli si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell’angoscia. Un’angoscia davanti alla morte è angoscia davanti al poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile. [...] L’angoscia non dev’essere confusa con la paura davanti al decesso.

Essa non è affatto una tonalità emotiva di ‘depressione’, contingente, casuale, alla mercé dell’individuo; in quanto situazione emotiva fondamentale dell’esserci, essa costituisce l’apertura dell’esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine.

Si fa così chiaro il concetto esistenziale del morire come esser-gettato nel poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile, e si approfondisce la differenza rispetto al semplice scomparire, al puro cessare di vivere e all’esperienza vissuta del decesso. [...]

Un’interpretazione pubblica dell’esserci dice: “Si muore”; ma poiché si allude sempre a ognuno degli Altri e a noi nella forma del Si anonimo, si sottintende: di volta in volta non sono io. Infatti il Si è il nessuno. [...] Il morire, che è mio in modo assolutamente insostituibile, è confuso con un fatto di comune accadimento che capita al Si. Questo tipico discorso parla della morte come di un “caso” che ha luogo continuamente. Esso fa passare la morte come qualcosa che è sempre già “accaduto”, coprendone il carattere di possibilità e quindi le caratteristiche di incondizionatezza e di insuperabilità. Con quest’equivoco l’esserci si pone nella condizione di perdersi nel Si proprio rispetto al poter-essere che più di ogni altro costituisce il suo se-Stesso più proprio. Il Si fonda e approfondisce la tentazione di coprire a se stesso l’essere-per-la-morte più proprio. Questo movimento di diversione dalla morte coprendola domina a tal punto la quotidianità che, nell’essere-assieme, “i parenti più prossimi” vanno sovente ripetendo al “morente” che egli sfuggirà certamente alla morte e potrà far ritorno alla tranquilla quotidianità del mondo di cui si prendeva cura. Questo “aver cura” vuol così “consolare il morente”. Ci si preoccupa di riportarlo nell’esserci, aiutandolo a nascondersi la possibilità del suo essere più propria, incondizionata e insuperabile. Il Si si prende cura di una costante tranquillizzazione nei confronti della morte. In realtà ciò non vale solo per il “morente” ma altrettanto per i consolanti. [...]

Il Si non ha il coraggio dell’angoscia davanti alla morte. [...] Nell’angoscia davanti alla morte, l’esserci è condotto davanti a se stesso in quanto rimesso alla sua possibilità insuperabile. Il Si si prende cura di trasformare quest’angoscia in paura di fronte a un evento che sopravverrà. Un’angoscia, banalizzata equivocamente in paura, è presentata come una debolezza che un esserci sicuro di sé non deve conoscere. [...]

Un essere-per-la-morte è l’anticipazione di un poter-essere di quell’ente il cui modo di essere è l’anticiparsi stesso. Nella scoperta anticipante di questo poter-essere, l’esserci si apre a se stesso nei confronti della sua possibilità estrema. Ma progettarsi sul poter essere più proprio significa poter comprendere se stesso entro l’essere dell’ente così svelato: l’anticipazione dischiude all’esistenza, come sua estrema possibilità, la rinuncia a se stessa, dissolvendo in tal modo ogni solidificazione su posizioni esistenziali raggiunte.” [Heidegger, Essere e tempo]

Gadamer e il diritto alla morte

Gadamer ritiene che tutte le religioni siano una risposta dell’uomo all’angoscia della morte e dell’umana finitezza: per questo la filosofia non può ignorare questo tema. In tal senso Sisifo viene interpretato non tanto come l’eroe dell’attivismo e dell’iniziativa, ma come colui che tenta di ingannare la morte. Per punire questo, ossia per punire la sua volontà di sfuggire alla morte con l’astuzia, è stato condannato a spingere continuamente un masso di marmo fino alla sommità di un colle ma, poco prima di giungere alla sommità, il masso insidioso gli sfuggiva sempre rotolando a valle. Con ciò in realtà si intende dire che si può infliggere una punizione alla volontà di sfuggire alla morte solo con un terribile prolungamento della vita.

Secondo Gadamer, Sisifo rappresenta, quindi, la temerarietà della cultura odierna che prolunga artificiosamente la vita e il suo innaturale tormento e tenta di esorcizzare la morte con simbologie e riti nuovi e, soprattutto, con una sorta di ottimismo pragmatico che “sterilizza” il morire, che, al contrario, come Gadamer ricorda, deve essere sopportato e interpretato come un compito della vita. A proposito dei moderni metodi terapeutici che si accaniscono nel prolungare il corso dell’esistenza, Gadamer rivendica un diritto alla morte, accanto al diritto alla vita. Se sono legittime delle etiche speciali o delle etiche professionali, secondo il filosofo tedesco, è difficile immaginare un’etica generale, la quale esige una coscienza etica universale oggi inconcepibile di fronte alle diverse culture e ai diversi gruppi di interesse.

Tratto dall’intervista “Il filosofo e la morte” - Fermo, Palazzo dei Priori, mercoledì 10 aprile 1991

Il mito di Sisifo

“Il mito di Sisifo è noto come quel mito che descrive la condanna di Sisifo a subire una punizione del mondo dei Morti. Secondo la versione omerica, Sisifo doveva continuamente spingere un masso di marmo fino alla sommità di un colle ma, poco prima di giungere alla sommità, il masso insidioso gli sfuggiva sempre rotolando a valle. Questa figura mitica viene usata spesso; si dice - ad esempio - “è una fatica di Sisifo”, quando si tratta di un lavoro pesante; oppure si afferma che Sisifo significa in realtà affrontare e iniziare le cose con rinnovata energia.

Sisifo viene considerato in effetti una sorta di eroe che si afferma con tenacia ed ostinazione. Ma se consideriamo più attentamente il mito, e tralasciamo l’uso che ne fa il nostro modo di pensare così attivistico, emerge qualcosa di estremamente interessante. Sisifo è stato per l’appunto condannato a questa pena per un determinato motivo; egli ha ingannato la morte. Come lo ha fatto? Per noi Sisifo significa effettivamente qualcosa di simile a scaltro, a colui che trova sempre una strada, un trucco: con i suoi inganni egli è riuscito persino ad aggirare il suo ingresso nell’Ade. Per punire questo, ossia per punire la sua volontà di sfuggire alla morte con l’astuzia, è stato condannato ad un tale tormento.

Con ciò in realtà si intende dire che si può infliggere una punizione alla volontà di sfuggire alla morte solo con un terribile prolungamento della vita. Quando lessi il mito mi venne di colpo in mente l’uso che oggi gli uomini ne fanno: “Mio Dio! Noi siamo tutti un po’ su questa strada, prolunghiamo artificiosamente la vita”.

Negli attuali centri di terapia intensiva e negli ospedali geriatrici favoriamo il prolungamento vegetativo della vita che per così dire ci allontana dalla morte naturale, la ritarda in un modo che può apparire come una sorta di tormento di Sisifo forse in un senso più profondo - il fatto cioè che la nostra vita cosciente si affievolisce rimanendo ormai solo come esistenza vegetativa. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, Sisifo ha acquisito un nuovo significato simbolico: noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.

Domanda: Professor Gadamer, c’è un diritto alla morte così come c’è un diritto alla vita?

Io risponderei: “Sì!”. Si ha questo diritto, perché si è uomini liberi e perché lo scopo della terapia medica presuppone la persona; presuppone quindi che si abbia a che fare con un uomo il cui volere deve esser rispettato. In questo senso non mi sembra affatto difficile rispondere alla domanda. Nella prassi diviene però molto più difficile poiché il morire, l’agonia stessa, è un lento paralizzarsi della libera possibilità di decidere in cui l’uomo vive come uomo consapevole e sano. Per questo è una domanda ragionevole la sua. Io comunque risponderei così come ho fatto. “

[ http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=75 ]

Un inscindibile binomio

L’amore e la morte sono qualcosa che ci conducono oltre quelli che sono i nostri limiti umani, che ci spingono oltre noi stessi.

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