“Dallo Stato autoritario allo Stato di diritto”
Evoluzioni politiche, economiche e sociali tra ‘800 e ‘900.
Guglielmo Alfano.
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Prefazione
La fine dell’800 è segnata da profondi cambiamenti in tutti i campi del vivere sociale, con riflessi molto rilevanti in ambito letterario e filosofico. La nuova corrente del sapere è il Positivismo. Dal concetto evolutivo della materia deriva il mito del progresso, alla base del pensiero positivista. La letteratura che lo rappresenta, e nello specifico che rappresenta tutto il periodo del Realismo, in Italia assume il nome di Verismo. Massimo esponente di questa corrente fu Giovanni Verga.
La morte dello scrittore, avvenuta nel 1922, coincide, storicamente, con l’avvento del Fascismo in Italia. Epoca di lutti e di abusi; l’unico potere riconosciuto è quello del duce. La fine del Fascismo segna in maniera inequivocabile il passaggio da uno Stato autoritario a uno Stato di diritto.
Il garantismo giuridico, che permea il nostro ordinamento, si attua attraverso le norme giuridiche, quindi attraverso la “certezza del diritto”. Ebbene, garantismo giuridico e certezza del diritto diventano i capisaldi dello stato moderno, ove tutto viene regolamentato attraverso l’uso della legge.
Lo Stato, quindi, non è arbitro indiscusso, i cittadini sono anche contribuenti ma tutto deve sottostare alla forza vincolante della norma scritta. Così le entrate pubbliche sono regolamentate in maniera tassativa e certa.
Allo stesso tempo, uno Stato garantista deve tenere nella debita considerazione i beni e i bisogni del cittadino, che non vengono lasciati alla mercé di giudizi morali, ma entrano a far parte di una scala gerarchica regolamentata “ex lege”.
Da ciò si evince, dunque, che in uno Stato moderno, il settore terziario assuma valore pregnante. In un’epoca globalizzata, dove la circolazione dei beni e dei servizi non ha vincoli geografici e paesaggistici, il settore dei trasporti con le grandi interconnessioni legate al mondo dell’energia è quello che è posto in primo piano.
Uno Stato garantista, però, non può avere un controllo pieno di un settore in espansione come quello terziario, affidato particolarmente a società private; l’unico modo di controllo che ha lo Stato su questo settore è lo strumento d’indagine e conoscitivo per eccellenza: “il bilancio d’esercizio”.
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Italiano
L’età del Realismo, Verismo, Verga
Caratteri generali
Il Realismo contraddistingue l’indirizzo generale della cultura europea della seconda metà dell’800, allorché si diede importanza esclusivamente ai fatti concreti, abbandonando i problemi metafisici e gli idealismi esagerati del primo Romanticismo e rifiutando i languori sentimentali del secondo Romanticismo.
Il Realismo assume il nome di Positivismo in filosofia, Naturalismo nella letteratura francese, e Verismo nella letteratura italiana. Il suo sorgere fu determinato da ragioni storiche e soprattutto da ragioni scientifiche e filosofiche.
Genesi scientifica
Il sorgere del Realismo fu dovuto a ragioni scientifiche, alle nuove dottrine biologiche ed evoluzionistiche di Lamarck, Darwin, Malthus, Spencer, Thomas-Huxley, secondo i quali gli esseri viventi, compreso l’uomo, sono determinati, nella loro evoluzione, da fattori biologici, ereditari, ambientali e storici.
Perciò l’uomo non è più ritenuto quella creatura privilegiata celebrata dalle vecchie dottrine antropocentriche, ma una creatura come tutte le altre, condizionata nel suo comportamento da fattori interni ed esterni alla sua natura.
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Genesi filosofica
La nuova scienza fa sorgere una nuova filosofia, il Positivismo, così chiamato perché nello studio dell’uomo abbandona i problemi metafisici e si attiene alla scienza, al dato positivo, concreto, tangibile della realtà fenomenica.
I teorici del Positivismo furono August Comte (1798-1857) in Francia e, in Italia, Roberto Ardigò (1828-1920).
Positivismo e Illuminismo
Il Positivismo a prima vista si presenta come un ritorno alla concezione meccanicistica della natura e dell’uomo che fu propria dell’Illuminismo, perciò fu detto anche neo-illuminismo.
Ma tra Illuminismo e Positivismo c’è una notevole differenza. L’Illuminismo era mosso da un’ispirazione universalistica, dal sentimento della libertà, della giustizia, dell’uguaglianza, della solidarietà tra i popoli.
Il Positivismo si svuota dell’universalismo illuministico e sbocca nei contrasti interni nelle classi sociali, e nei contrasti internazionali per la conquista dei mercati e delle colonie, per ricavare le materie prime necessarie alle industrie.
Si profilano così, già nella seconda metà dell’800, le ideologie del primo ‘900: nazionalismo, colonialismo ed imperialismo.
Ma il Positivismo differisce dall’Illuminismo anche per il diverso tipo di materialismo di cui si fa portatore. Il materialismo illuministico considerava la natura e l’uomo come elementi statici, governati da leggi fisico-matematiche; il Positivismo invece li considera come elementi dinamici, soggetti alle leggi di un’evoluzione che si svolge in senso progressivo.
Proprio dal concetto evolutivo della materia deriva il mito del progresso, nel quale il Positivismo crede fermamente, considerando la scienza e l’istruzione come strumenti di liberazione non solo dall’ignoranza e dalla superstizione, ma anche dalla miseria, dalla malattia, dal dolore, dall’infelicità.
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La poetica
Il nuovo pensiero scientifico e filosofico ebbe immediati riflessi sulla letteratura europea del tempo. In precedenza la letteratura aveva avuto come protagonista l’uomo, ritenuto un essere privilegiato, dotato di spirito, autocoscienza e libero arbitrio, dominato dalla natura e dalla storia.
Con l’avvento del Realismo, invece, l’uomo è considerato una creatura come tutte le altre, sottoposta agli stessi condizionamenti, come dice Hyppolite Taine (1828-1893), dell’ereditarietà (la race), dell’ambiente (il milieu) e del momento storico (il moment).
La letteratura che lo rappresenta deve perciò essere, come la scienza, realistica; deve abbandonare cioè il suggestivo, il sentimentale e il fantastico, e attenersi al positivo, al concreto, a ciò che è oggettivo, reale e tangibile, per scoprire le leggi fisiche e biologiche che determinano il comportamento umano.
1) Reale-positivo come oggetto
Se il principio fondamentale della poetica del Realismo è che l’arte deve rappresentare il reale-positivo, per meglio rappresentarlo gli scrittori si volsero a ritrarre i comportamenti e gli ambienti delle classi più umili, in quanto gli umili sono certamente più vicini alla “natura” e al “vero”, senza gli orpelli mistificatori delle classi più evolute.
2) L’impersonalità
Il secondo principio della poetica del Realismo è l’impersonalità dell’opera d’arte: l’artista deve ritrarre il vero in modo distaccato, freddo, impersonale, analogo a quello con cui gli scienziati descrivono un fenomeno della natura.
L’opera d’arte, disse il Verga, deve dare l’impressione di essersi fatta da sé. Bisogna però dire che i veristi italiani, per influenza diretta del De Sanctis, intesero diversamente dai naturalisti francesi il principio dell’impersonalità.
I naturalisti francesi lo esasperarono, fino a ridurre l’opera d’arte a una rappresentazione fotografica e scientifica della realtà. I veristi italiani, invece, lo attenuarono, intendendolo sostanzialmente come un freno al soggettivismo straripante dello scrittore, che rimane sempre latente e conferisce all’opera d’arte un carattere lirico.
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Rapporti tra Naturalismo e Verismo
Naturalismo francese e Verismo italiano furono due movimenti letterari affini, che ebbero in comune i due canoni del Realismo letterario: il reale positivo ed impersonalità dell’opera d’arte.
Tuttavia, essendosi svolti in ambienti culturalmente, economicamente e socialmente diversi, finirono col differenziarsi ed assumere caratteristiche proprie.
Differenze
1) In primo luogo sono differenti gli ambienti e le classi sociali oggetto di studio. I naturalisti francesi ritraggono la vita dei quartieri periferici delle grandi metropoli e dei bassifondi di Parigi, dove brulica una moltitudine ghettizzata di esseri emarginati, depravati, abbrutiti dalla miseria, dall’alcool e dal vizio, in contrasto con lo sfarzo della borghesia affaristica.
L’Italia, per il ritardo del suo sviluppo industriale, non ha grandi metropoli né i bassifondi periferici nelle sue città, perciò i veristi ritraggono la vita stentata e primitiva della piccola borghesia e delle classi più umili (pescatori, contadini, pastori, minatori, artigiani, etc.), sparsi nella provincia italiana.
Perciò il Russo chiamò “provinciali” i nostri veristi. Tale termine tuttavia non ha nessun significato limitativo o dispregiativo, ma indica solo che i veristi italiani fecero oggetto della propria arte la vita della provincia.
2) Differente è il porsi dei naturalisti e dei veristi di fronte alla realtà. L’atteggiamento dei naturalisti è attivo, polemico, volutamente provocatorio, volto alla denuncia delle ingiustizie sociali, accompagnata dalla fiducia ottimistica nel loro superamento; quello dei veristi italiani è invece più contemplativo che attivo, volto a ritrarre con sincera pietà le miserie e le pene degli umili, senza una precisa volontà di denuncia, e soprattutto senza fiducia nel loro riscatto.
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3) Differente è il rapporto tra lo scrittore e il pubblico in Francia e in Italia. I naturalisti francesi operano in una società solidale, più matura ed evoluta. I veristi italiani operano in una società ancora arretrata.
Questo spiega lo scarso successo dei veristi sia presso il pubblico sia presso la critica. I capolavori del Verga saranno conosciuti e apprezzati dal grande pubblico solo dopo la Prima Guerra mondiale.
4) Infine, poiché il Naturalismo francese ritraeva la vita della metropoli e dei bassifondi di Parigi, assunse subito un carattere nazionale per la grande risonanza che queste problematiche avevano in una nazione socialmente omogenea come la Francia.
Il Verismo italiano ebbe invece un carattere meridionale, regionale, dialettale.
A parte le differenze delineate
A parte le differenze delineate, sia il Naturalismo sia il Verismo ebbero il merito:
- Di avere reagito vigorosamente al sentimentalismo vacuo e inconcludente del secondo Romanticismo per una concezione più concreta, vigorosa e operosa della vita;
- Di aver riaperto all’arte l’immenso campo del reale, esplorando ambienti, situazioni e tipi umani rimasti a lungo estranei alla letteratura;
- Di aver evidenziato le miserie e le pene delle classi più umili, contribuendo ovunque efficacemente al loro riscatto;
- Di aver infine creato una lingua ed uno stile più semplici, agili, vigorosi e popolari.
Verga e il Verismo
Cenni biografici
Giovanni Verga è lo scrittore più rappresentativo del verismo italiano. Egli nacque a Catania nel 1840.
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Dopo aver trascorso la giovinezza in Sicilia, si trasferì prima a Firenze e poi a Milano, dove venne a contatto con gli ambienti della Scapigliatura. Ritornato a Catania, visse appartato fino alla morte avvenuta nel 1922.
Il pensiero
Il suo Verismo non fu una fredda, distaccata, fotografica ed anonima riproduzione del reale: nonostante l’intenzionale impersonalità, la sua opera rispecchia una personale visione del mondo ed il suo forte sentimento di dolore e di tristezza di fronte alla vita.
Il Verga ebbe una concezione dolorosa e tragica della vita. Egli pensava che tutti gli uomini siano sottoposti a un destino impietoso e crudele, che li condanna non solo all’infelicità e al dolore, ma anche a una condizione d’immobilismo nell’ambiente familiare, sociale ed economico in cui sono venuti a trovarsi nascendo.
Chi cerca di uscire dalla condizione in cui il destino l’ha posto, non trova la felicità sognata, anzi va immancabilmente incontro a sofferenze maggiori, come succede a ‘Ntoni Malavoglia e a Mastro don Gesualdo.
Questa visione pietrificata della società rinnova il mito greco del fato (la credenza cioè in una credenza oscura e misteriosa che regola imperscrutabilmente le vicende degli uomini).
Per il Verga non resta all’uomo che la rassegnazione eroica e dignitosa al suo destino. Questa concezione fatalistica e immobile dell’uomo sembra contraddire la fede nel progresso propria delle dottrine positivistiche ed evoluzionistiche.
In verità, Verga non nega il progresso, ma lo riduce alle sole forme esteriori e appariscenti; in ogni caso, è un progresso che gronda lacrime e sangue e costa pene infinite.
Unici conforti
La visione verghiana del mondo sarebbe la più squallida e desolata di tutta la letteratura italiana, perfino di quella del Leopardi, se non fosse confortata da tre elementi positivi:
- Il primo è quel sentimento della grandezza e dell’eroismo umano che lo porta ad assumere verso i “vinti” un atteggiamento misto di pietà e di ammirazione: pietà per le miserie e le sventure che li travagliano, ammirazione per la loro virile rassegnazione.
- Secondo elemento positivo è la fede in alcuni valori che sfuggono alle ferree leggi del destino e della società: la religione della famiglia e della casa (intesa come centro di affetti e di solidarietà), la dedizione al lavoro, il senso dell’onore e della dignità, la fedeltà alla parola data, lo spirito di sacrificio, l’amore nutrito di sentimenti profondi.
- Il terzo elemento positivo è la saggezza che ci viene dalla coscienza dei nostri limiti e ci aiuta a sopportare le delusioni. Chi non ha questa saggezza condensata nei frequenti proverbi di padron’Ntoni, va immancabilmente incontro alla felicità.
Analisi delle opere
Nell’attività letteraria del Verga dobbiamo distinguere tre periodi: il periodo romantico-patriottico, il periodo romantico-passionale e il periodo verista.
1. Al primo periodo appartengono i romanzi giovanili Amore e Patria, I carbonari della montagna (incompiuto), Sulle lagune, tutti ispirati alla storia del Risorgimento e a motivi patriottici amorosi.
2. Al secondo periodo romantico-passionale appartengono i romanzi scritti durante il soggiorno fiorentino e milanese (Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva, Tigre reale, Eros), quando il Verga viene a contatto con la cultura positivistica e con gli ambienti della Scapigliatura.
Sono romanzi in cui si narrano torbide storie di amore e di morte in ambienti aristocratici e borghesi. Il maggior successo di lettori lo ebbe Storia di una capinera, un romanzo in forma epistolare, che ha per protagonista una fanciulla costretta a monacarsi contro la sua volontà.
3. La svolta verista si ha con la novella Nedda del 1874. Con Nedda il Verga abbandona i personaggi passionali, evoluti e raffinati dei romanzi giovanili e ritrae la vita degli umili, che vivono rassegnati e silenziosi tra gli stenti e le fatiche.
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A Nedda seguono le grandi opere d’ispirazione verista, il cosiddetto “ciclo” dei Vinti: le due raccolte di novelle Vita dei campi e Novelle rusticane e i due capolavori, i romanzi I Malavoglia e Mastro don Gesualdo.
Il ciclo dei Vinti
La conoscenza diretta del mondo contadino risale all’infanzia dello scrittore quando per una lunga epidemia di colera la famiglia si rifugiò nelle campagne di Vizzini, di sua proprietà.
La svolta verista, secondo il Croce, non si trattò di vera e propria svolta rispetto alle opere giovanili di carattere romantico-passionale, ma di progressivo arricchimento.
Nella prefazione ai Malavoglia il Verga si propone esplicitamente di rappresentare “il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso”. Nei Malavoglia il movente è “la lotta per i bisogni naturali”; in Mastro don Gesualdo è “l’avidità di ricchezza”.
I Malavoglia
Nei Malavoglia si scontrano due concezioni della vita: la concezione di chi, come padron ‘Ntoni, si sente legato alla tradizione e riconosce la saggezza dei valori antichi, come il culto della famiglia, il senso dell’onore, la dedizione al lavoro, la rassegnazione al proprio stato; e la concezione di chi, come il nipote ‘Ntoni, si ribella all’immobilismo dell’ambiente in cui vive, ne rifiuta i valori ed aspira ad uscirne con il miraggio di una vita diversa.
Il Verga narratore sembra essere uno del posto che racconta e commenta col distacco impassibile del cronista.
Per quanto riguarda la lingua, il Verga accettò, per sua stessa confessione, l’ideale manzoniano di una lingua semplice, chiara, antiletteraria. Egli riuscì a creare una prosa parlata, fresca, viva, popolare, modulata sul dialetto e sui moti popolari.
Mastro don Gesualdo
Il Verga narra le vicende di un ex muratore, Gesualdo Motta, che con la sua tenace laboriosità è riuscito ad arricchirsi.
Sul piano sociale il romanzo rappresenta la borghesia in ascesa di nuova formazione, avida e ambiziosa, simboleggiata da Mastro don Gesualdo, e le vecchie aristocrazie in declino, simboleggiate dai Trao.
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Rapporti tra i Malavoglia e Mastro don Gesualdo
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