Estratto del documento

Premessa

Ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creato.

Albert Einstein

Da sempre l’uomo ha cercato di controllare, governare e utilizzare a suo piacimento la natura provocando spesso grandi squilibri. Per noi generazioni future questo concetto è da ritenersi superato. Noi dobbiamo arrivare a convivere con la natura e non a controllarla.

Dobbiamo studiarla, osservarla e cercare di capire i suoi segreti e le sue “innovazioni” frutto di uno sviluppo millenario. Innovazioni è la parola corretta. Infatti, pensare che la tecnologia, le leggi fisiche e matematiche che ci circondano siano derivate da semplici correlazioni logiche è sbagliato! Il primo passo del ben noto metodo scientifico è proprio l’osservazione e l’oggetto principale di quest’operazione è proprio la natura.

Osservando la natura si possono capire verità secondarie che conducono a intuizioni che solo chi ha le capacità e le conoscenze giuste riesce a decifrare. Chi ha queste doti deve compiere un’opera semplificatoria mostrando uno sviluppo tecnologico derivato dall’osservazione con la natura e in pieno feeling con essa.

Italiano

Dal punto di vista letterario si sono succedute diverse visioni della natura e del suo rapporto con la tecnologia e l’uomo. La visione più mistica del Novecento deriva, senza dubbio, da Gabriele d’Annunzio. Infatti si è soliti accostare al poeta pescarese la filosofia del Panismo.

D’Annunzio incarnò perfettamente la figura dell’eroe decadente raffinato cultore del bello, unito all’aristocratico disprezzo di ogni aspetto grigio e anonimo del vivere. Successivamente venne a contatto con le teorie di Nietzsche, che il poeta abbracciò nelle forme più esteriori e lo indirizzarono verso un ideale di “superuomo” a cui uniformò se stesso e molti dei suoi personaggi.

Furono suoi modelli gli autori più importanti a livello italiano e straniero (Verga, Wilde, Carducci, ecc.) che egli manipolava con originalità in quanto la sua poetica non era basata sui sentimenti ma su un profondo coinvolgimento dei sensi. Grazie alla magistrale abilità stilistica, la produzione di D’Annunzio si svolse sotto il segno di una sostanziale unità, nonostante la varietà dei generi letterari di volta in volta abbracciati.

Così è possibile tracciare una parabola che conduce, in maniera coerente, dagli esordi di gusto verista passando dalle fasi dell’estetizzazione, bontà, superomismo e chiudendo con il frammentarismo della fase “notturna”. Nel complesso l’arte dannunziana si può considerare “estetizzante”, perché mira alla preziosità, alla raffinatezza, alla musicalità del linguaggio e il lettore si trova quasi immerso nelle atmosfere poetiche che il verso suscita, e parte integrante della natura.

Questa fusione con la natura è proprio il concetto chiave del panismo. Il termine deriva dal nome del dio greco Pan, divinità dei boschi. Esso comporta di vivere la fusione con la natura in maniera mistica quasi come se ci trovassimo dinnanzi a una venerazione laica nella quale solo lasciandosi andare si riesce a vivere la metamorfosi con la natura.

Alcuni grandi esempi di questo tipo di poesia derivano da: La pioggia nel pineto, Meriggio e Stabat nuda aestas. La pioggia nel pineto è la lirica più famosa di D’Annunzio, la caratteristica predominante in essa è la musicalità della sua tessitura e del suo linguaggio.

Il poeta ha cercato di trasformare le parole in musica cercando di riprodurre il linguaggio segreto del bosco che in questo caso coincide con la musica che la pioggia suona cadendo sugli alberi. La prima strofa si apre con un invito del poeta ad ascoltare la natura “taci”, e ciò crea anche una stupita aura di silenzio in cui la melodia della pioggia e delle sensazioni ad essa legate si deve spiegare.

Il tema panico appare subito e arriva alla realizzazione del suo scopo nell’ultima strofa quando il poeta e la sua donna diventano essi stessi strumenti suonati dalla pioggia. Meriggio è un'altra opera di chiaro stampo panico.

Il testo, composto di quattro strofe, è divisibile, tematicamente, in due parti: nelle prime due strofe si accampa in primo piano il paesaggio marino alla foce dell’Arno, nell’ora caldissima del meriggio; nelle ultime due invece si manifesta la trasfigurazione panica del poeta che, annullando se stesso nella natura, smarrisce la propria identità umana per acquisirne una divina, ovvero non relativa e temporale (è evidente che il panismo dannunziano non è disassociabile con la caratteristica del superuomo).

La perdita del nome è il momento culminante dell’immersione del poeta nel meriggio estivo, che diventa di fatto l’unica realtà; spariscono cioè sia l’io, sia il paesaggio “E la mia vita è divina”.

Il terzo chiaro esempio di poesia panica arriva da Stabat nuda aestas. In questa lirica si parla dell’estate, impersonificata da una donna che il poeta rincorre ma non raggiunge mai e questa dopo essersi voltata a guardarlo entra in acqua.

Questa situazione, quasi onirica, è il percorso di un’estate ma anche di una vita che si attua nella pienezza, la fame di vita sempre agognata e mai raggiunta da parte di D’Annunzio. Queste tre liriche sembrano quasi collegate, come se fossero cicliche.

Un ciclo che inizia con la pioggia e si conclude con l’immersione nell’acqua e dove l’elemento base è la fusione con la natura perché D’Annunzio interpreta il rapporto con essa come un qualcosa da vivere in maniera totale, un rapporto quasi metafisico dove il poeta si lascia andare all’intuizione e usa l’arte come strumento per rendere realizzabile l’irrealizzabile.

Il tutto usando un linguaggio ricco di figure retoriche, musicale e capace di trasmettere le emozioni che il poeta percepisce.

Storia

La natura non è stata sempre rispettata nel corso della storia. Il più grande esempio deriva dall’ultimo conflitto mondiale, dove si progettò e utilizzò una bomba atomica distruggendo al suolo le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki.

Questi bombardamenti con armi non convenzionali causarono circa 170'000 vittime prevalentemente civili ma ancor più gravi furono i danni che le radiazioni provocarono sull’ambiente circostante e sulle future generazioni.

L’utilizzo di bombardamenti atomici sul Giappone e più in generale i bombardamenti europei condotti con armi convenzionali, rientra nel contesto storico, psicologico e morale di guerra totale. Infatti, nella seconda guerra mondiale sparì progressivamente ogni distinzione fra obiettivi militari e obiettivi civili.

Un chiaro esempio deriva dagli inglesi. Essi, cronologicamente parlando, furono attaccati dai tedeschi nella battaglia d’Inghilterra ottenendo quasi 40 000 vittime civili e si erano ripromessi di non attaccare mai obiettivi civili anche se tedeschi.

Questo impegno morale durò fino al 1942 quando fu Winston Churchill in persona ad autorizzare i bombardamenti sul suolo tedesco sostanzialmente per due motivi: innanzitutto perché i bombardamenti erano l’unico modo che gli inglesi avevano per colpire il nemico sul teatro europeo e poi era un modo per andare incontro alle richieste di Stalin.

Ma nel 1944 la tecnologia grazie alla macchina bellica aveva fatto passi da gigante, basti pensare alle enormi differenze tra la prima guerra mondiale, dove gli attacchi si conducevano con i biplani e la cavalleria. Gli aerei erano precisi nel lancio di bombe e si potevano evitare stragi civili ma così non fu.

Questo perché si puntava ad utilizzare i bombardamenti come elemento per terrorizzare le popolazioni e considerare legittimo il massacro dei civili pur di raggiungere obiettivi strategici. Ma perché si arrivò all’utilizzo dell’atomica?

Come detto la tecnologia nei periodi bellici viaggia a una velocità tripla o perlomeno si hanno applicazioni immediate, sotto gli occhi di tutti, di ciò che viene studiato. Così fu anche per la bomba atomica.

Il tutto partì nel 1939 come semplice progetto di ricerca, il Progetto Manhattan mutò nel 1942 i propri obiettivi e crebbe fino a occupare più di 130 000 persone, costando alla fine oltre 2 miliardi di dollari dell'epoca, circa 30 miliardi dei nostri tempi.

Questo progetto poteva vantare tra le sue fila numerosi scienziati americani e stranieri che rientravano nell’Olimpo della fisica mondiale come Enrico Fermi, Bohr, Albeson e molti altri.

Verso il 1940 in Germania si arrivò a ottenere la fissione atomica e alcuni scienziati rifugiati avevano paura che tale energia fosse usata a scopi bellici, così Albert Einstein si fece portavoce di quest’inquietudine e scrisse al presidente Roosevelt chiedendo l’attivazione di un programma atomico.

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Sintesi

Argomenti

  • Italiano: Panismo Dannunziano
  • Storia: Progetto Manhattan (Bomba Atomica)
  • Estimo: Gli espropri della TAV (accordo quadro)
  • Inglese: Master Plan
  • Topografia: Profilo di Brukner
  • Disegno e Progettazione: La casa in paglia
  • Costruzioni: Tecniche costruttive della paglia
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