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Indice

Capitolo 1 Introduzione pag. 4

Capitolo 2 La storia del tatuaggio pag. 5

2.1 Egitto

2.2 Antica Grecia e Roma pag. 6

2.3 Polinesia pag. 7

2.4 Giappone pag. 7

2.5 Stati Uniti moderni pag. 9

2.6 La seconda guerra mondiale pag. 9

2.7 I carcerati pag. 12

2.8 I tatuaggi dopo la seconda metà del Novecento pag. 13

Capitolo 3 Principali stili di tatuaggio pag. 14

3.1 Old school

3.2 Motivi celtici pag. 15

3.3 Tribali e Maori pag. 16

3.4 Giapponese pag. 17

3.5 Lettering pag. 17

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Capitolo 4 Virginia Woolf from nautical symbols to literature pag. 18

Capitolo 5 Esecuzione e cura di un tatuaggio pag. 19

Capitolo 6 La rimozione del tatuaggio pag. 20

Capitolo 7 Curiosità pag. 20

–

7.1 La scelta del posto La psicologia del tatuaggio

7.2 L’associazione “Henna Heals” pag. 21

7.3 Il progetto “P.ink” pag. 21

7.4 La leggenda dei tatuaggi dispari pag. 21

7.5 Personaggi storici tatuati pag. 22

Capitolo 8 Conclusione pag. 23

Capitolo 9 Bibliografia pag. 24

Capitolo 10 Sitografia pag. 25

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“Alla fine scivolai in un leggero sopore, e quasi quasi filavo al largo verso la terra del Primosonno, quando sentii nel corridoio un passo pesante e vidi un filo di luce entrare in camera da sotto l’uscio. Dio mi salvi, penso, dev’essere il ramponiere, quel dannato mercante di teste.

Ma rimasi immobile come un morto e deciso a non fiatare sinché non mi si parlasse. La candela in una mano, e quella famosa testa nell’altra, lo sconosciuto entrò in camera e senza guardare al letto posò la candela parecchio lontano da me, in un angolo del pavimento; quindi si mise a lavorare di dita sui nodi del saccone che come dissi prima stava nella camera.

Non vedevo l’ora di guardarlo in faccia, ma quello la tenne rivolta dall’altro lato per tutto il tempo che rimestò per slacciare la bocca del sacco. Fatto questo, però, si volse, e allora Dio che vista! Una faccia! Era di un colore cupo, purpureo e giallastro, tutta chiazzata qua e là di grossi riquadri nericci.

Sì, era proprio come temevo, un compagno di letto terribile; avrà preso parte a una rissa, è stato massacrato e viene dritto dal chirurgo. Ma in quel momento gli capitò di voltare la faccia alla luce e vidi benissimo che non potevano assolutamente essere cerotti quei quadrati neri sulle guance. Erano macchie, chi sa di cosa.

Dapprima non ci capivo niente, ma subito ebbi sentore della verità. Ricordai la storia di un bianco, anzi proprio un baleniere, che era capitato fra i cannibali ed era stato tatuato. A questo ramponiere, conclusi, nel corso dei suoi lunghi viaggi sarà capitata la stessa avventura.

E dopo tutto che vuol dire? Pensai. È solo questione di facciata. Un uomo può essere onesto sotto qualunque pelle.”

[H. Melville, Moby Dick]

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1. Introduzione

Oggi come un tempo i tatuaggi sono fonte di pregiudizio e di discriminazione; sono considerati privi di spessore culturale e “marchio distintivo” di individui deviati. Questo luogo comune fa sì che un giovane, solo perché tatuato, possa avere difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, a prescindere dalle sue effettive competenze e capacità.

Avendo io stessa quattro tatuaggi, ho pensato di approfondire questo argomento per difendere quella che ritengo una scelta di libertà. Fin da quando ero piccola, i tatuaggi hanno sempre esercitato un certo fascino su di me, anche se è difficile spiegarne le ragioni.

Potrei dire che amo l’idea del per sempre, del poter avere sulla mia stessa pelle un ricordo, un simbolo, una frase che mi rappresenta. I tatuaggi sono una forma d’arte in grado di raccontare qualcosa di una persona a chi è disposto ad “ascoltare”; chi si tatua, infatti, può parlare di sé senza utilizzare le parole.

Al di là del piacere estetico e del significato che assumono, un altro aspetto da non sottovalutare è che hanno avuto una funzione fondamentale nella storia, assumendo significati diversi a seconda della cultura di appartenenza e dello stile di esecuzione e, in ogni caso, rappresentando il risultato di un percorso personale e sociale.

Lo scopo del mio lavoro è quindi quello di portare, chi lo voglia, nel “mio mondo” e di dimostrare come la cultura del tatuaggio si sia evoluta non solo nelle tecniche e negli strumenti, ma anche nell’immaginario collettivo, accompagnando direttamente o indirettamente il processo evolutivo dell’uomo ed inserendosi nella sua storia.

“La cosa che più mi piace delle persone tatuate è che hanno già superato la paura del per sempre.”

[Francesco Sole] 4

2. La storia del tatuaggio

Il termine tatuaggio (dalla parola polinesiana “tatu” = incidere), venne introdotto in Europa dal capitano inglese James Cook, che, una volta sbarcato a Tahiti nel 1769, annotò sul proprio diario di bordo la curiosa pratica dei popoli polinesiani, volta a segnare lo status sociale degli individui, le loro pratiche religiose e i loro riti.

Il tatuaggio ha, però, origini ancora più antiche: la prima testimonianza di tale pratica giunge, infatti, dalle Alpi Venoste, sul confine italo-austriaco, dove nel 1991 venne ritrovato il corpo congelato di un uomo che gli scienziati ritengono risalga a circa 5300 anni fa.

Quest’uomo, rinominato in seguito Ötzi, presentava sul proprio corpo dei veri e propri tatuaggi, ottenuti sfregando carbone polverizzato su incisioni verticali della pelle. Dalle analisi effettuate è emersa, inoltre, la presenza di deformazioni ossee in corrispondenza di quei tagli, portando a ipotizzare che questa primitiva forma di tatuaggio avesse uno scopo terapeutico, che servisse, cioè, per lenire il dolore.

Con il passare del tempo, però, esso assunse diverse valenze.

2.1. In Egitto

Le mummie dell’antico Egitto, a partire da quelle risalenti all’XI dinastia (2160-1994 a.C.), presentavano spesso tatuaggi sulla pelle. Ne è un esempio la salma di Amunet (sacerdotessa della dea Hator), la quale riportava linee e punti su tutto il corpo.

Analogamente, altre mummie femminili recavano i medesimi segni, oltre a cicatrici che solcavano la parte inferiore dell’addome e la zona superiore della coscia.

Si pensa che gli Egizi ricorressero ai tatuaggi per entrare in contatto con gli dei e per assicurarsi salute e protezione; erano una sorta di omaggio rivolto alle divinità, un talismano permanente che li avrebbe accompagnati per tutta la vita. È indubbio che vi fosse uno stretto legame tra body art e spiritualità. 5

I motivi più diffusi erano linee, punti e rombi: linee e punti garantivano protezione e fertilità, mentre i rombi erano associati alla maternità.

2.1.1. Il dio Bes

Quello del dio Bes è il più antico tatuaggio egizio raffigurante un’immagine concreta e non un motivo astratto. Egli era il dio della lussuria, protettore delle danzatrici e dei musicisti, che portavano la sua immagine tatuata sulle cosce.

Figura 2: Il dio Bes.

2.2. Nell’antica Grecia e nell’antica Roma

I greci utilizzavano i tatuaggi per marchiare schiavi e criminali, in modo da identificarli nel caso in cui tentassero di fuggire.

I romani imitarono i greci imprimendo un segno indelebile, lo “stigma”, sui soldati (l’esercito era costituito in gran parte da mercenari) al fine di riconoscere i disertori.

Molti autori, greci e romani, citarono i tatuaggi come strumenti punitivi: Platone sosteneva che chiunque compiesse sacrilegi dovesse essere tatuato e bandito dalla Repubblica; Plinio e Svetonio raccontavano di come gli schiavi romani venissero marchiati a fuoco sulla fronte nel caso in cui fossero stati sorpresi a rubare, o di come Caligola si divertisse ordinando alla sua corte di tatuarsi a suo piacimento.

Una delle frasi più frequenti impresse sulla fronte degli schiavi recitava: “Fermatemi, sono un fuggiasco”.

A partire dai primi anni dell’impero romano, inoltre, gli schiavi portati in Asia venivano tatuati per testimoniare il pagamento dei dazi.

Nel 325 d.C., durante il primo concilio ecumenico, l’imperatore Costantino proibì il tatuaggio sul volto a tutti i cristiani dell’impero in modo che il viso, creato ad immagine e somiglianza di Dio, non fosse deturpato.

Nel 787 d.C. papa Adriano I abolì definitivamente tale pratica durante il Concilio di Nicea e il suo veto venne successivamente ripreso in altre bolle papali, tanto che dopo le Crociate, il tatuaggio sembrò scomparire dall’Europa, pur continuando a diffondersi in altri continenti. 6

2.3. In Polinesia

La body art che conosciamo oggi (in particolare nello stile MAORI), nasce di fatto negli arcipelaghi di Samoa e Tonga, presso le cui popolazioni aveva un significato di distinzione sociale e culturale, nonché una funzione importante nelle attività di guerra, nelle celebrazioni religiose e in quelle di passaggio.

Dall’infanzia all’età adulta, infatti, i giovani venivano tatuati a gruppi di sei/otto durante i riti, a cui assistevano amici e parenti.

Mentre il tatuaggio di un guerriero si estendeva dalla vita alle ginocchia, quello delle donne consisteva in una serie di motivi geometrici e floreali sulle mani e sulla parte inferiore del corpo.

Nel 1769, durante un viaggio a Tahiti al seguito del capitano Cook, il naturalista Banks scrisse: “Cosa possa spingere a sopportare tale sofferenza è difficile dirlo; non un solo indigeno vuole rivelarne i motivi, sebbene ne abbia interrogati migliaia”.

Da quel momento i membri dell’equipaggio di Cook adottarono i tatuaggi della Polinesia, diffondendo tale pratica in tutta la marina britannica.

Il contatto con gli europei ebbe conseguenze negative sugli abitanti di Tahiti, in quanto nel 1817, dopo essersi convertito al cattolicesimo, il sovrano vietò qualsiasi forma di tatuaggio.

Allo stesso modo, i missionari francesi sbarcati a Samoa alla fine del 1700, convinti della superiorità della cultura occidentale, cercarono di sostituire il sistema di credenze e tradizioni del posto a favore del cristianesimo, abolendo di fatto la pratica della body art.

2.4. In Giappone

In Giappone si hanno testimonianze della body art fin dal V sec. a.C. Come nell’antica Roma, il tatuaggio era utilizzato come strumento punitivo, imposto dall’imperatore.

A partire dal XVII secolo, i vagabondi venivano marchiati con una grande croce, realizzata all’interno dell’avambraccio, o con una linea retta posta sulla spalla; i criminali invece erano contrassegnati da diversi simboli, che indicavano i luoghi in cui erano stati commessi i reati, o da un ideogramma sulla fronte che significava “cane”.

I tatuaggi erano riservati a chi si macchiava di un grave delitto.

Figura 3: ideogramma giapponese “inu”, che significa cane.

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Sintesi

Introduzione tatuaggi tesina

I tatuaggi come scelta di libertà: da elemento discriminante, a oggetto di tendenza. Dimostrazione del fatto che i tatuaggi hanno accompagnato l'uomo nel corso di tutta la sua storia (La storia del tatuaggio).

Collegamenti

  • Storia - La seconda guerra mondiale
  • Antropologia - I tatuaggi nelle diverse popolazioni e come simbolo della devianza
  • Psicologia - La scelta del posto
  • Inglese - Virginia Woolf
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