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Il suicidio nell'arte, nella letteratura e nella storia

“L'unica cosa che non si può fare riguardo al suicidio è del moralismo.”

Henry Romilly, Sucide, social and historical study, 1938

Introduzione

Uno dei temi che senza dubbio ha sempre interessato l'essere umano è quello del suicidio, rispetto al quale l'uomo si è posto come semplice studioso o protagonista. Le gesta dei miti e degli eroi hanno sempre esaltato la valenza altruistica del suicidio, ma, per secoli, questo atto ha rappresentato la fuga silenziosa da una sorte ingrata che lega l'uomo ad una vita priva di senso.

Se in molti casi il suicidio è stato considerato come un atto riprovevole, in altri è stato ed è tollerato o addirittura valutato positivamente. Questo atteggiamento ambivalente nei confronti di questo gesto estremo è già riscontrabile nell'età classica. Se Platone condanna il suicidio come atto di illecita defezione dagli obblighi della vita terrena, gli stoici, tra cui Seneca, lo esaltano come estrema testimonianza della raggiunta indifferenza per le cose del mondo e quindi di saggezza.

Presso i Romani il suicidio era visto come un esempio di onore e gloria. La valutazione negativa del suicidio prende il sopravvento con l'affermazione del cristianesimo in quanto chi si suicida non rispetta uno dei comandamenti della religione. Anche negli ordinamenti giuridici il suicidio è stato a lungo considerato un reato.

Soltanto nel Settecento la punibilità di questo gesto è rimessa in discussione e, a partire dal 1791, essa non è più contemplata nella maggior parte delle legislazioni europee. Nella moderna codificazione italiana, il suicidio non è incluso nei reati. Viene invece incriminato colui che determina il suicidio ad una persona capace o ne rafforza il proposito stesso. La pena prevista è la reclusione da 5 a 12 anni se il suicidio avviene.

Analisi del suicidio

Per suicidio, dal latino suicidium, sui occisio, uccisione di se stessi, si intende l'atto col quale un individuo si procura volontariamente e consapevolmente la morte. Il suicidio è il gesto autolesivo più estremo, tipico in condizioni di grave disagio psichico, particolarmente in persone affette da grave depressione e/o disturbi della personalità di tipo psicotico.

Ovviamente questo comportamento può essere determinato anche da eventi pratici, quali delusioni amorose, condizioni di salute o estetica, condizioni sociali, ecc. Solitamente il suicidio è il risultato di motivazioni multiple e complesse.

Il comportamento suicida comprende il tentativo di suicidio e il suicidio portato a termine. Un tentativo di suicidio è un gesto suicida che non è stato fatale probabilmente perché l'intenzione autodistruttrice era incerta, vaga o ambigua, o perché l'azione aveva un potenziale letale basso.

Spesso il tentativo di suicidio può rappresentare una richiesta di aiuto e può fallire grazie a un forte desiderio di vivere. Il suicidio portato a termine invece ha come risultato la morte. In questo caso abbiamo due generi di suicidio, quello diretto o quello indiretto, caratterizzato dall'esposizione a rischi potenzialmente letali senza l'intenzione di morire, esempio: bere eccessivo e fumare molto.

Il suicidio è il gesto estremo di una manifestazione psicologica di malessere. Dal punto di vista psicologico, esso può però essere anche interpretato, oltre che come estrema forma di richiesta di aiuto, come espressione di un bisogno, altrimenti inappagabile, di mettere a tacere una sofferenza, un disagio, cui il soggetto non riesce o non può dare risposta.

Nella soppressione della vita, in realtà, il desiderio reale di questa interpretazione sarebbe quello di affermare l'ideale di una vita liberata, finalmente, da una sofferenza rivelatasi ingestibile e insostenibile per colui che la patisce. Difatti, contrariamente a quanto si tende comunemente a credere, il suicidio non è un desiderio di morire, ma di rinascere, fino al punto che ad attuarlo non è chi ama poco la vita, ma chi la ama troppo, però non quella che esso sta vivendo.

Anche per tali motivi è del tutto errato definire il suicidio come autolesionismo, in quanto la persona non ha alcuna intenzione di autolesionarsi il corpo, ma solo di eliminare la mente, con lo scopo inconscio di rinascere.

A volte, il suicida può decidere di compiere l'estremo gesto in un luogo distante da quello in cui risiede: può trattarsi di un luogo scelto a caso come di un luogo che ha rappresentato qualcosa nella sua vita; ciò spesso ha a che vedere con la necessità di trovarsi di fronte ad un ricordo che accentui le motivazioni e quindi la volontà di portare a compimento il suicidio.

Metodi

Le modalità con cui viene messo in pratica un suicidio sono molteplici. A volte, ma non sempre, il metodo usato può essere correlato alla causa che ha spinto il soggetto a togliersi la vita, oltre che a fattori culturali e alla disponibilità dei mezzi.

La scelta dei mezzi inoltre può riflettere la serietà dell'intenzione, dal momento che alcuni di essi rendono praticamente impossibile la salvezza, mentre altri danno una possibilità di scampo.

Il depresso spesso preferisce la via che gli appare meno dolorosa, quali overdose di farmaci o stupefacenti, mentre individui psicotici tendono a mettere in opera metodi più “spettacolari”, quali l'impiccamento, il salto nel vuoto, il taglio delle vene dei polsi.

L'ingestione di farmaci è il metodo più comunemente usato nei tentativi di suicidio, specialmente nelle donne, le quali tendono a prediligere tecniche di suicidio che non comportano danni esterni al corpo e all'ambiente circostante.

Oltre all'utilizzo di farmaci ci sono altri metodi che, al contrario di quelli citati precedentemente, prevedono danni fisici. Alcuni esempi sono: il taglio delle vene, la precipitazione, l'impiccagione per sospensione, l'impiccagione per rottura e l'uso di armi da fuoco.

Il taglio delle vene dei polsi è il più diffuso in assoluto ma molto spesso, circa il 98% delle volte, fallisce in quanto è molto difficile localizzare l'arteria. Anche i salti sono abbastanza comuni. La maggior parte viene effettuata da edifici o ponti molto elevati, oppure contro auto e treni.

L'impiccagione per sospensione è la varietà meno conosciuta e forse anche la più dolorosa in quanto lo strofinio della corda sul collo e i problemi respiratori dovuti alla possibile compressione della trachea sono fonti di dolore intenso.

L'impiccagione per rottura è simile alla precedente con la differenza però che la vittima si lancia per procurarsi così la rottura dell'osso del collo. Quando riesce, l'impiccagione per rottura è il metodo meno doloroso.

L'uso classico delle armi da fuoco, diffuso in paesi come l'USA, è il classico colpo in testa. Molto spesso le vittime preferiscono posizionare la canna dell'arma all'interno della bocca, per evitare che tremori o spostamenti improvvisi impediscano di centrare il bersaglio.

Un esempio molto noto di questa metodologia è quello del pittore olandese Vincent van Gogh, il quale ha tentato il suicidio sparandosi un colpo al cuore.

Negli ultimi anni si è diffuso anche il fenomeno degli attentatori suicidi che compiono azioni terroristiche, spesso facendosi esplodere in luoghi considerati obiettivi di alto valore simbolico rispetto alla causa per cui combattono.

Il suicidio in Italia dall'Ottocento a oggi

In Italia, la raccolta sistematica dei dati riguardanti il suicidio a livello nazionale, che oggi ci perviene da fonti come l'Istat, l'Oms o fonti sanitarie e giudiziarie, risale al 1864 mentre quella sui tentati suicidi è invece divenuta obbligatoria solo dal 1955.

Il periodo storico dev'essere necessariamente diviso in due parti, dall'Unità d'Italia alla seconda guerra mondiale e dall'ultimo conflitto ai giorni nostri, in quanto tra questi due periodi c'è stata una netta diminuzione dei casi di suicidio.

Dall'Unità d'Italia alla seconda guerra mondiale

L'andamento dei tassi di suicidio, nel periodo di tempo compreso tra l'Unità d'Italia e la seconda guerra mondiale, è in crescita costante. Infatti i valori bassi, intorno a 4 per 100.000 abitanti, degli anni intorno all'Unità aumentano progressivamente fino a raggiungere, all'inizio del primo conflitto mondiale, un tasso più che doppio rispetto a quello iniziale.

Si può però notare che con l'inizio della guerra, questa tendenza si inverte. Il fenomeno è riscontrabile in generale nel contesto internazionale: le statistiche di molti altri paesi dimostrano infatti che una guerra si accompagna a un calo assai evidente dei suicidi. Ciò è riscontrabile nella prima guerra mondiale, ma anche in occasione degli altri conflitti di questo secolo.

Le ipotesi interpretative di questo fenomeno sono molteplici. Anzitutto occorre riproporre la questione dell'affidabilità delle fonti: se infatti i valori sono sottostimati in tempo di pace, è ovvio ritenere che si possano registrare ulteriori difficoltà ed errori in tempi in cui l'accuratezza delle statistiche non è certo la preoccupazione principale del governo di un paese belligerante.

Anche la componente psicologica può avere un'attinenza diretta con questo fenomeno: non si tratta tanto di un “effetto distrazione” che un evento catastrofico può indurre nelle dinamiche personali, quanto invece del fatto che questo, investendo l'intera comunità, tende a sottrarre la persona dalla percezione della calamità come sorte individuale.

Tutto ciò, paradossalmente, può quindi contribuire a stabilire nuovi legami sociali e far scattare meccanismi di solidarietà; di aiuto e di sostegno reciproco: proprio nel momento in cui il rapporto fra gli uomini sembra essere negato dall'odio ci si può sentire meno soli.

Del resto è noto che le vicende che hanno comportato carichi psicologici estremi non inducono necessariamente un calo delle resistenze individuali, ma, al contrario, le possono stimolare, almeno in un primo periodo.

Le vicende dei deportati nei campi di concentramento nazisti confermano che l'esposizione diretta e prolungata all'esperienza traumatica non determina necessariamente il desiderio di sopprimersi. Dal trauma iniziale l'internato può passare da una fase di “adattamento” e, solo successivamente, a una “regressiva”.

Un'altra ipotesi interpretativa riguarda lo studio del comportamento dell'uomo in una situazione in cui viene evocata e stimolata l'etero-aggressività.

Un evento che provoca un'esasperata conflittualità, come appunto una guerra, può favorire, in un individuo con sviluppate valenze auto-aggressive, una riconversione del meccanismo psicologico di autoaccusa e di colpevolizzazione verso l'esterno, da sé verso l'altro: le spinte aggressive da autodirette diventano eterodirette.

In questo modo potrebbero essere spiegati molti atti eroici individuali compiuti in tempo di guerra. Le complesse dinamiche psicologiche che possono portare al suicidio subirebbero quindi profonde trasformazioni proprio durante quei periodi nei quali l'individuo si trova esposto a condizioni limite come quelle ora descritte.

Tuttavia, eventi stressanti che coinvolgono intere popolazioni non esauriscono i loro effetti inibendo le dinamiche auto-aggressive ed esasperando quelle etero-aggressive.

Studi recenti, effettuati sulle popolazioni reduci da esperienze traumatiche come la guerra fra Israele ed Egitto, hanno dimostrato che conflitti emozionali intensi, terminata l'esperienza limite, vengono ben presto riconvertiti su obiettivi “interni”, suscitando sensi di angoscia, vuoto interiore, perdita d'identità: tutto ciò può comportare un aumento dell'intenzionalità suicida.

Negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale, il numero dei suicidi è aumentato fino a raggiungere un nuovo apice verso la fine degli anni Venti.

Anche in questo caso le ipotesi esplicative sono diverse: si è spesso pensato a un possibile rapporto fra l'aumento del numero di suicidi e l'avvento al potere politico di forme di totalitarismo, quali appunto il fascismo nel nostro paese.

In questo senso, quindi, il suicidio diverrebbe un disperato tentativo di opporsi alla restrizione della libertà, all'offesa e alla negazione dei diritti individuali.

Una parziale conferma di questa ipotesi è fornita dall'analisi del fenomeno in Germania durante l'ascesa del nazismo e in Spagna dopo la guerra civile: nel primo caso si può notare che l'aumento dei suicidi durante gli anni Trenta è stato del 20%, mentre in Spagna è addirittura quasi raddoppiato.

L'ipotesi, se presa singolarmente, sembra alquanto debole anche perché è confutabile dagli stessi dati che descrivono il fenomeno: l'aumento dei suicidi riscontrabile in Italia negli anni Venti è infatti del tutto simile a quello di altri paesi occidentali che pure non hanno subito una dittatura.

Tale crescita, inoltre, si è ripetuta, sia in Italia sia altrove, anche dopo la caduta dei regimi totalitari, seppure in misura meno accentuata.

Occorre infine ricordare che alcuni dei paesi dell'Europa orientale hanno denunciato dei tassi di suicidio estremamente alti anche in periodi storici precedenti alla divisione operata dal patto di Jalta.

Il confronto dei dati italiani con quelli degli altri paesi induce, piuttosto, a formulare un'altra ipotesi, compatibile con la precedente: il rapporto fra suicidio e crisi economica.

La relazione fra salute mentale e sviluppo economico è stato oggetto della ricerca condotta dall'economista americano Brenner che ha dimostrato una significativa correlazione fra crisi economica e andamento di alcuni indici riguardanti le attività dei servizi psichiatrici, ovvero il numero e la durata dei ricoveri negli ospedali psichiatrici.

Da questa indagine è emerso che un periodo di depressione economica è correlabile a una crescita del numero delle ospedalizzazioni psichiatriche.

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Sintesi

Italiano

Ugo Foscolo (Ultime lettere a Jacopo Ortis); Giacomo Leopardi

Storia dell'arte

Vincent Van Gogh (Campo di grano con volo di corvi)

Inglese

Jude the obscure; Thomas Hardy

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