Campo di grano con volo di corvi, 1890 – Vincent Van Gogh
«[...] Poi c'è l'altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un
grande desiderio di azione, che non fa nulla perché è nell'impossibilità di fare qualcosa,
perché gli manca ciò che gli è necessario per produrre, perché è come in una prigione, chiuso
in qualche cosa, perché la fatalità delle circostanze lo ha ridotto a tal punto; [...]
Un uccello chiuso in gabbia in primavera sa perfettamente che c'è qualcosa per cui egli è
adatto, sa benissimo che c'è qualcosa da fare, ma che non può fare: che cosa è? Non se lo
ricorda bene, ha delle idee vaghe e dice a se stesso: ‘gli altri fanno il nido e i loro piccoli e
allevano la covata’, e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa e
lui è pazzo di dolore.
‘Ecco un fannullone’, dice un altro uccello che passa di là, ‘quello è come uno che vive di
rendita’. Intanto il prigioniero continua a vivere e non muore, nulla traspare di quello che
prova, sta bene e il raggio di sole riesce a rallegrarlo. Ma arriva il tempo della migrazione.
Accessi di malinconia – ma i ragazzi che lo curano nella sua gabbia si dicono che ha tutto ciò
che può desiderare – ma lui sta a guardare fuori il cielo turgido carico di tempesta, e sente in
sé la rivolta contro la propria fatalità.
‘Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente imbecilli? Ho tutto ciò
che mi serve! Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come tutti gli altri!’. Quel tipo di
fannullone è come quell'uccello fannullone. E gli uomini si trovano spesso nell'impossibilità
di fare qualcosa, prigionieri di non so quale gabbia orribile, orribile, spaventosamente
orribile...
Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra
sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri.
Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo, e poi uno si chiede ‘Mio Dio, durerà molto,
durerà sempre, durerà per l'eternità?’. Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto
profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano,
per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo, rimane chiuso nella morte.
Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita.»
(Lettere a Theo)
La sofferenza come forza motrice artistico-letteraria
Concetto sofferenza
Tripartizione freudiana
Cause e infelicità
Artisti
Forza schiacciante della τύχη sugli uomini
Fragilità psico-fisica dell'essere umano
Inadeguatezza delle istituzioni sociali umane
- O. Wilde (Dandismo)
- Tragedia Greca
- Lirica Greca (Saffo)
- F. Nietzsche
- A. Merini
- Y. Mishima
- G. Leopardi
- S. Plath
- Esistenzialismo (A. Camus)
- F. García Lorca
- V. Majakovskij
- Movimento Grunge
- Lucrezio
Emiliano Sciuba
Tesina Maturità 2013 -
“La Sofferenza come forza motrice artistico-letteraria”
«Felice l’uomo che ha sofferto: ha trovato la vita.»
Vangelo Gnostico di Tommaso Didimo originale in lingua copta, §58)
(,
Da sempre, la sofferenza è sentita dall’uomo come uno stato congenito dovuto alla
propria complessa psiche e causato da un eterno sentimento di incontentabilità: si
differenzia dallo stato brado di Dolore tramite l’accettazione graduale del proprio stadio.
Ma da questa ‘fase negativa’, in alcuni casi, non ne è scaturita una rassegnazione né uno
sterile torpore, bensì dell’arte eccelsa, che geniali individui hanno prodotto nel corso della
storia, denudando e servendosi della parte più intima della loro anima: la fragilità.
Sigmund Freud, neurologo austriaco e fondatore della Psicoanalisi (1895), nel suo saggio
“Il disagio della civiltà” (Das Unbehagen in der Kultur) esplica la visione di ciò che egli
vede come la tensione fondamentale tra la civiltà e l’individuo: un attrito che nasce dalla
ricerca incessante da parte della persona della propria libertà istintiva contrapposta alla sua
limitazione legislativa, poiché spesso nociva alla comunità, da parte della civiltà.
Freud evidenzia il carattere del singolo secondo quel principio che Giacomo Leopardi,
nel 1820, aveva tracciato nello Zibaldone come “Teoria del piacere” per cui l’uomo, che
tende ad un piacere infinito per appagare il proprio illimitato desiderio,
κατὰ Φύσιν
trovandosi poi di fronte alla finitezza del mondo circostante (e quindi dei piaceri), ne
rimane eternamente insoddisfatto – tale delusione, però, secondo il poeta marchigiano,
può essere evitata dall’illusoria felicità che nella giovinezza l’immaginazione procura
(fertilissima nel mondo antico, dove la minore conoscenza lasciava libero corso
all’immaginazione, epoca ancora intatta dalla “conquista del Vero” moderna che invece
ha spezzato quel rapporto armonico uomo-natura, fonte di quello state of mind e di quella
poetica definiti come “naive Dichtung” dal poeta neoclassico tedesco F. Schiller), mentre
in età adulta l’immaginazione tende a sopirsi e la speranza, insieme alla felicità, vengono
meno: così Leopardi aveva disvelato all’intero genere umano il proprio stato di infelicità,
dovuto alla malignità della Natura, ora sentita “matrigna” (pessimismo cosmico, per cui ci
ha dispensato uno spietato bisogno di felicità senza darcene i mezzi per ottenerla) sebbene
inizialmente vista come “santa” (pessimismo storico, per cui ella è portatrice di felicità
tramite illusioni che ci proteggono dall’“arido vero”).
« […] Vivi tu, vivi, o santa Natura? Vivi e il dissueto orecchio della materna voce il suono accoglie?»,
( )
Alla Primavera o Delle favole antiche, vv. 20-22
I metodi per conseguire la felicità o comunque l’assenza del dolore sono vari e Freud ne
elenca alcuni che vanno dalla più banale intossicazione (uso di droghe, tematica assai
ricorrente del movimento artistico-letterario americano della Beat Generation – anni ’50
del XX secolo – e specie in autori quali il poeta americano Allen Ginsberg, che nella sua
poesia-manifesto “Howl” esprime al meglio tutta la rabbia, la confusione e il desiderio di
libertà repressa di una generazione attraverso immagini iperbolizzate di vissuti degradati,
decadenti e in fondo distopici – “I saw the best minds of my generation destroyed by
madness, starving hysterical naked, dragging themselves through the negro streets at
dawn looking for an angry fix...”), a pratiche ascetico-meditative come lo yoga:
insomma, lo spostamento della libido verso una meta diversa dall’originale irreperibile
(‘sublimazione’).
Riprendendo l’analisi freudiana, la nostra infelicità dipende da tre fattori:
- La forza schiacciante della natura (intesa come τύχη);
- La fragilità del nostro corpo (intesa psico-fisicamente);
- L’inadeguatezza delle istituzioni che regolano le relazioni degli uomini;
dal momento che l’unico rimedio alle prime due è rassegnarsi alla loro inevitabile
esistenza, secondo Freud, si può invece cercare di comprendere la terza – lo psicanalista
riflette in particolare sul fatto che, sovente, la colpa del nostro disagio viene addossata alla
nostra cosiddetta civiltà (Kultur) e che saremmo più felici se vivessimo liberi dalle
restrizioni che questa ci impone. Il desiderio di libertà all’interno di una comunità può
«essere ribellione contro qualche ingiustizia che è in atto» e quindi essere compatibile con
la civiltà, comportando anzi una sua evoluzione, o d’altra parte «scaturire dal residuo
della personalità arcaica, non ancora domata dalla civiltà, e divenire così il fondamento
di un’inimicizia verso la civiltà.» Quello che accade spesso è, pertanto, l’infrangersi
dell’aspirazione umana della felicità attraverso il tentativo di comporre le esigenze
collettive con le pretese del singolo.
Riguardo questo terzo fattore, l’incompatibilità del singolo con la società che lo
circoscrive viene espressa esemplarmente tramite il fenomeno del dandismo, movimento
culturale e vero e proprio stile di vita inglese della fine del XIX secolo: il Dandy,
personaggio melanconico e superbo, ricerca tanto nel vestiario quanto nel comportamento
una raffinatezza e una elevatezza di spirito che lo distingue dalle ipocrite masse borghesi e
che lo contrappone alle regole della società benpensante dell’epoca (ricordiamo in
Inghilterra che in quegli anni vi era il Vittorianesimo, epoca ambiguamente perbenista e
socialmente lacerata); in questa visione, si sviluppa l’Estetismo con l’eccentrico e
sensibilissimo personaggio di Oscar Wilde, scrittore, poeta, commediografo ed aforista
irlandese. Per nulla lontano dall’empatizzare col prossimo e dal sublimare il proprio
dolore in opere d’arte, vorrei ricordarne il “De Profundis”, lunga epistola che Wilde
scrisse nel 1895 al suo giovane amante Lord Alfred ‘Bosie’ Douglas durante la sua
carcerazione per accusa di omosessualità recata dal padre del ragazzo, nono marchese di
Queensbury, la quale doveva essere inizialmente una lettera di pentimento e di
confessioni, un primo passo per trasformare e redimere il proprio passato di ingenuità, ma
anche di odio e di rimprovero verso il suo volgare e viziato amante e che, infine, si mostra
come una missiva di perdono e di amore, non comunque ricambiato; lo scopo di fondo è
pedagogico, e l’autore intende infatti portare la coscienza del giovane vanesio Bosie, tanto
atrofizzata da quella totale mancanza di immaginazione e annebbiata da
quell’accecamento proveniente dall’odio, ad uno stadio di maturazione e comprensione.
Oscar Wilde ha sempre e solo vissuto per il piacere e per la perfezione, il dolore lo ha
evitato in ogni momento fino a quando, in cella, ne comprende la vera essenza: “Il dolore
è la suprema emozione di cui l’uomo è capace”; e continua dicendo “la sofferenza è il
nostro modo d’esistere, poiché è l’unico modo a nostra disposizione per diventare
consapevoli della vita; il ricordo di quanto abbiamo sofferto nel passato ci è necessario
come la garanzia, la testimonianza della nostra identità”, e senza dubbio questo dolore
che fu costretto a provare gli depredò la mente e gli lacerò il corpo al punto tale che dopo
tre anni da quando, nel 1987, uscì dal carcere, morì di meningoencefalite, debilitato da
altre complicazioni fisiche.
- In parte ascrivibile come esteta, in parte no, la figura di Yukio Mishima (nome di fantasia
dello scrittore giapponese Kimitake Hiraoka, classe ’25) è una delle più accattivanti ed
ambigue del XX secolo: figura contradditoria, vincolata dalla nostalgia per le tradizioni
avite del bushido (era assai dedito al libro di aforismi di samurai ‘Hagakure’) e del mito
dell’imperatore, ma in perenne tensione di libertà e di fascino per il moderno ed il futuro
tecnologico a cui andava incontro.
I suoi romanzi hanno avuto una funzione catartica ed esorcizzante di sé e della propria
incomprensione – rendendo espliciti al pubblico quei sentimenti e quelle convinzioni così
intime che lo stesso Mishima avrebbe vergogna di riconoscere a se stesso. Egli riesce a
scongiurare quel senso di solitudine e di ignominia che da sempre affliggono la sua
personalità (una vera e propria ‘displicentia sui’, cui lui cercherà rimedio per tutta la vita
creandosi sempre nuove maschere, a partire dal suo ossessionante culto della vita e
dell’estetica, che non fanno altro che celare quel lato oscuro che lo induce, poi, al
sadomasochismo e all’autodistruzione).
Cosciente dell’effimera caducità della bellezza, l’esteta Mishima vede nella tragedia una
degna chiusa allo splendore raggiunto, desidera scomparire finché è ancora all’apice del
successo, prima che il trascorrere del tempo ne offuschi la fulgidezza e conduca alla
degenerazione del corpo; convinto, allora, della necessità di un evento che lo faccia
ricordare per sempre e sentito crescente il disonore imposto dalla sconfitta nella seconda
guerra mondiale e dalle imposizioni belliche date dai vincitori statunitensi al proprio
indomito paese, si dedica in tutto e per tutto alla missione di restaurare le condizioni del
Giappone antecedenti al 1/01/1946 (resa e la totale smilitarizzazione del paese), lo spirito e
la coscienza di sé che da sempre contraddistinguono il nitore nipponico; finché, con il
plateale suicidio tramite seppuku, in diretta nazionale, del 1970 non pone fine alla sua
travagliata e metamorfica vita.
I temi ricorrenti delle sue opere sono quelli della morte, dell’erotismo e della bellezza: una
triade il cui primo ed ultimo membro sono in funzione di quello mediano (come quando
Mishima, nel suo secondo romanzo “Confessioni di una Maschera” incentrato
autobiograficamente sulla storia di un ragazzo soggetto ad un tremendo dissidio interiore
causato dalla propria omosessualità latente, giustappone alla rappresentazione del martirio
di San Sebastiano la percezione di piacere dovuta ad onanismo, e dice: «[...] Nell’attimo in
cui scorsi il dipinto, tutto il mio essere fremette d’una gioia pagana. Il sangue mi tumultuò nelle vene, i
lombi si gonfiarono quasi in un empito di rabbia. La parte mostruosa di me ch’era prossima a
esplodere attendeva ch’io ne usassi con un ardore senza precedenti, rinfacciandomi la mia ignoranza,
ansimando per lo sdegno. [...] Eruppe all’improvviso, portando con sé un’ebbrezza accecante…»).
L’erotismo mishimiano rientra in un ordine che trascende la morale e l’immaginazione:
questo nettare divino pare accessibile solo a chi viva il sesso e la contemplazione estetica
in situazioni rischiose coniugandole all’eccitazione sessuale in uno stordimento che superi
gli orgasmi comuni – uno ‘sregolamento di tutti i sensi’ che non possa che concepirsi come
associato al disadattamento o alla trasgressione; l’infelicità proveniente dal
disadattamento, come il vizio dalla trasgressione, si trasformano eroticamente in sacre
oscenità o sacre sofferenze, poiché nella loro violenza simili esperienze possono
scardinare i confini della realtà materiale per rientrare nella metafisica. ‘Confessioni di
una Maschera’ (Kamen no Kokuhaku) è uno dei capolavori di Mishima, in quanto lo
scrittore, mai volgare né opprimente bensì continuamente stimolante, seleziona e conduce
le parole con insuperabile portamento nel raccontare il dissidio del giovanissimo Kochan
tra ciò che è e ciò che pretende di essere: ne risulta un nodo inestricabile di costruzioni
mentali e di sublime immaginazione, desideri carnali, ingenue contraddizioni, rimorsi
sofferenze ed insicurezze – un duplice contrasto di amore (corrispondente allo sguardo,
alla voce, alla purezza di Sonoko) e desiderio (corrispondente alla virilità dei suoi efebici e
ardenti amori, non corrisposti) con cui il giovane si scontra in cerca della propria identità, e
quindi della propria felicità, «Quando non si è mai conosciuta la felicità non si ha il
diritto di disprezzarla. Ma io do un’impressione di esser felice in cui nessuno potrebbe
scoprire la benché minima incrinatura, e quindi ho il diritto di disprezzarla né più né
meno di chiunque altro».
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Introduzione: sofferenza come forza motrice artistico-letteraria, tesina
Questa tesina di maturità liceo classico descrive la sofferenza come forza motrice artistico-letteraria.
Da sempre, la sofferenza è sentita dall’uomo come uno stato congenito dovuto alla propria complessa psiche e causato da un eterno sentimento di incontentabilità: si differenzia dallo stato brado di dolore tramite l’accettazione graduale del proprio stadio. Ma da questa ‘fase negativa’, in alcuni casi, non ne è scaturita una rassegnazione né uno sterile torpore, bensì dell’arte eccelsa, che geniali individui hanno prodotto nel corso della storia, denudando e servendosi della parte più intima della loro anima: la fragilità. La tesina permette anche dei collegamenti con le varie discipline scolastiche.
Collegamenti
Italiano
Mishima, Confessioni di una maschera; Majakovskij, A piena voce, poesie e poemi; Alda Merini, Fiore di poesia 1951-1997, Delirio amoroso, L'altra verità; Garcia Lorca, Sonetti dell'amore oscuro; Leopardi, Canti; K. Cobain, Oh our last and final name is Nirvana (Cobain diaries); V. Van Gogh, Lettere a Theo; testo delle canzoni degli Alice In Chains (band grunge).
Filosofia
Freud, Disagio della civiltà; Natoli, L'esperienza del dolore; Borgna, Le emozioni ferite; Nietzsche, Così parlò Zarathustra; Camus, Il mito di Sisifo.
Inglese
Wilde, De Profundis, Ballad of Reading Gaol, Divagazioni sulla felicità; Plath, Ariel, poems.
Greco e Latino
Saffo, poesie; Lucrezio, De rerum natura (II,IV,V).