Estratto del documento

Le sfumature della bellezza

Guido Benigni

Esame di Stato 2014

Liceo Scientifico Statale “Benedetto Rosetti”

San Benedetto del Tronto

Breve introduzione alla bellezza 1

“Cos’è la bellezza?”

Mi sono domandato prima di poter cominciare a scrivere questo documento.

Credo che in molti, come me, si siano posti questa domanda senza riuscire, però, a trovare una risposta efficace.

Alcuni affermano che la bellezza sia soggettiva, che cambi da persona a persona, che sia libera, multiforme, sfuggevole, limitata, altri credono che la bellezza non risieda in ciò che è oggettivamente bello, ma in ciò che piace. Quindi, come poter distinguere la bellezza?

E soprattutto, dove possiamo cercare la bellezza?

Il problema maggiore, però, non credo sia quello di definire la bellezza in un concetto o inserirla nei confini di una definizione, ma quello di vedere quali conseguenze provochi in noi.

Il bello provoca in noi diversi sentimenti: estasi, stupore, meraviglia.

Possiamo meravigliarci, infatti, di fronte ad un affresco di Michelangelo, stupirci di fronte alla maestosità del Colosseo, emozionarci all’ascolto di una poesia, estasiarci ascoltando una Sinfonia di Beethoven ma, comunque, non potremmo mai limitare così tanta bellezza in una sola composizione poiché andremmo a provare una voglia di possesso di tutta questa bellezza senza provare in realtà nulla per essa.

È necessario che l’uomo sia sensibile alla bellezza, poiché questa è la linfa che lo sprona a porsi sempre delle domande e lo spinge sempre oltre il proprio immaginario; come diceva Eugenio Montale in Maestrale: “Tutte le immagini portano scritto- più in là-.”

Albert Einstein diceva: “Chi non è più capace di fermarsi a considerare con meraviglia e venerazione è come morto: i suoi occhi sono chiusi. La più bella esperienza che si possa fare é quella del misterioso. È questa la vera sorgente di ogni arte e di ogni scienza.”

Un’opera d’arte comincia sempre da un avvenimento, un incontro: e questo lo pensavano sia Thomas Eliot che Eugenio Montale.

Quanto siamo distanti, oggi, dall’amore di Dante per Beatrice quando lui canta:

“Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta. Nel Canto I quando Dante incontra Beatrice dopo 10 anni, la fissa negli occhi poiché questi sono bellissimi: “lucevan li occhi suoi più che la stella” (Inferno, Canto II, 57); ma Beatrice volge subito lo sguardo verso l’alto (v. 116), perché c’è qualcosa di più bello sopra di lei e di più vero: la bellezza divina dalla quale attingono tutte le cose. 2

L’uomo, spesso, non è capace di raccontare la bellezza e né di comunicare le emozioni suscitate da essa, come Dante, il quale, una volta vista la magnificenza della Grazia Divina (“L’amor che move il sole e l’altre stelle” Paradiso, Canto XXXIII, v. 145) non sente di avere i mezzi per descriverla agli uomini, e quindi di imprimere questa visione sulla carta (“Trasumanar per verba non si poria; però l’essemplo basti a cui esperienza grazia serba” Paradiso, Canto I, vv. 70-72).

Invero, tutta la realtà è bellezza: ma non siamo in un rapporto giusto con essa, e quindi non ne riusciamo a cogliere la vera natura; causa di tutto ciò è la modernità che ha portato ad un distacco dal simbolico, ovvero, l’uomo oggi ha molti indizi (pensiamo alle numerose conoscenze scientifiche acquisite) ma non sa ricomporli. È come se si fosse perso il legame tra particolare ed universale.

Le opere d’arte (in particolare quelle contemporanee nelle quali l’idea prevale sulla forma) spesso non vengono comprese dal pubblico che, per questo, ricorre alla critica artistica ma è necessario comprendere che il lavoro svolto dall’artista è completo solo attraverso la meraviglia dello spettatore che non è comprensibile poiché il criterio della nostra bellezza non proviene da esterni o dalla moda del tempo, ma dal nostro essere e dalle nostre emozioni.

In questo documento, non mi accingerò, quindi, a determinare la bellezza, ma a raccogliere documenti, citazioni, pensieri sulla bellezza appartenenti ad alcuni personaggi della cultura e della storia sia di ieri che di oggi per conoscere le loro esperienze di vita e per riflettere su come e quanto, oggi, la bellezza influenzi la nostra quotidianità e la società in cui viviamo. 3

Estetica, parte 1

Il culto della bellezza 4

La bellezza che muove il mondo

“La bellezza non è nel viso. La bellezza è nella luce del cuore.”

Kahlil Gibran.

La società nella quale viviamo predilige la bellezza esteriore a quella interiore, ovvero, alle qualità morali ed intellettive: infatti, si è soliti sottoporsi (non solo il genere femminile ma anche quello maschile) ad interventi chirurgici di tutte le tipologie per raggiungere una bellezza ideale imposta dai media e dai cartelloni pubblicitari.

Ma che cos’è questa bellezza? Essa potrebbe essere definita come una “qualità dei corpi”.

Nel corso della storia della nostra civiltà ci si è più volte interrogati sulla natura della bellezza, e svariate soluzioni sono state teorizzate e messe in pratica, senza che nessuna tuttavia prevalesse sulle altre. Una sola considerazione sembra poter accomunare diversi pensieri: chi osserva la bellezza prova piacere.

Bellezza e arte sono due concetti ben distinti.

Nell’antichità la bellezza era un termine che apparteneva solo alla natura, mentre, era considerata “arte” tutto ciò che serviva per realizzare oggetti ed utensili, ognuno avente il suo scopo nella quotidianità. Più tardi furono, poi, distinte le tre discipline dell’architettura, della scultura e della pittura.

Differenti criteri di bellezza possono esistere nella stessa epoca, oppure, susseguirsi nei vari periodi storici.

  • Greci “Il più giusto è il più bello”

L’oracolo di Delfi, alla domanda sul criterio di valutazione della bellezza.

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Secondo la mitologia greca, Zeus avrebbe donato ad ogni essere vivente un limite agli eccessi, scaturiti dal Caos, dal quale è nato il mondo. È da qui che nascono l’armonia e l’ordine che regolano la realtà.

Nell’antica Grecia cominciarono a figurare due figure contrapposte tra loro:

Apollo è il dio che incarna questa visione perfettamente ordinata del mondo, mentre Dioniso è il dio del divertimento, degli eccessi e del caos generale.

Queste figure verranno riprese, inoltre, da Nietzsche nella sua prima opera “La nascita della tragedia” per spiegare i due concetti di “apollineo” e “dionisiaco”.

I Greci non avranno una concezione ben definita di bellezza fino all’età di Pericle.

Per i Pitagorici, la struttura metrica, la regolarità del ritmo e l’armonia dei suoni della musica sono il fondamento dell’armonia universale del Bello.

Con loro si parte da una concezione unicamente numerica della bellezza, alla concezione geometrica-spaziale dell’unione tra vari punti e il rapporto che c’è tra di essi: l’armonia è data dall’opposizione tra gli opposti (retta-curva, impari-pari, infinito-limitato) ma uno solo di essi rappresenta l’ordine (il giusto), l’altro è l’opposto del buono, il cattivo.

L’armonia, invece, per Eraclito deriverà proprio da questa costante “tensione” generata dal contrasto tra questi opposti.

In Platone la bellezza assume in sé una dimensione etica: il bello diviene anche buono. “Tutto ciò che è buono è bello, e non senza misura è la bellezza”

Platone, Timeo

Per Platone l’uomo non potrebbe essere armonioso se in esso non coesistono l’anima e il corpo, però, chi rivolge maggiore attenzione alla propria anima e alle “cose immortali” sarà più felice degli altri uomini.

Perciò, chi arriva alla bellezza legata alla verità, oltre che alla bontà, raggiungerà la felicità.

Platone, inoltre, si guarda bene dall’identificare la bellezza nell’arte poiché quest’ultima è un copia della realtà, che, a sua volta, è copia delle idee o noumeno; quindi, l’arte non farebbe altro che allontanarci dalla verità ontologica.

“Ciò che è bello, sia un animale sia ogni altra cosa costituita di parti, deve avere non soltanto queste parti ordinate al loro posto, ma anche una grandezza che non sia casuale; il bello infatti sta nella grandezza e nell’ordinata disposizione delle parti”

Aristotele, Poetica

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Aristotele vede il bello di un’opera d’arte nella sua proporzione, ossia, nell’idea che ogni sua parte costituisca un certo ordine dell’insieme. Quindi ciò che Aristotele evidenzia è la totalità dell’opera e l’accordarsi tra gli elementi costituenti della stessa. Anche lui, comunque, considera l’arte come “mimesi” (imitazione della natura), ma, a differenza di Platone, non in senso negativo.

“Crisippo invece ritiene che la bellezza non consista nella simmetria degli elementi, ma in quella delle parti, del dito in relazione al dito e di tutti insieme in relazione al metacarpo e al carpo, e di questi rispetto all’avambraccio, e dell’avambraccio rispetto al braccio, e di tutti essi rispetto al tutto, secondo quanto appunto è scritto nel Canone di Policleto”

Galeno, Sulle opinioni di Ippocrate e Platone

Policleto nel 450 a.C. scrisse un canone perduto sull’anatomia dell’uomo che venne poi utilizzato anche per il modulo architettonico. Si basava sulla proporzione degli elementi che compongono il corpo (la testa o il dito) rispetto al tutto (nel Doriforo, ad esempio, la testa del soggetto è 1/8 dell’altezza, 3/8 il busto, 4/8 le gambe). Inoltre, si cercò di donare alle opere un ritmo incrociato, o chiasmo in modo da ordinare la composizione: quindi noteremo le rispondenze tra braccio destro e gamba sinistra, braccio sinistro e gamba destra, ora alternativamente rilassati o in tensione, che generano una struttura che ricorda la “chi” greca (χ).

Qual è il legame da stabilire o da evitare tra valore morale, bellezza e bruttezza?

“Questo, è un tema immenso che ha attraversato tutta la storia. C’è l’identificazione classica del bello col buono, però, già sin dall’inizio si sapeva che si può rappresentare bellamente la bruttezza, poiché si può rappresentare bellamente il vizio della corruzione. A quel punto, c’è stata una divisione tra arte e morale, perché un conto è che si possa rappresentare bellamente il disvalore, un conto se si ha il dovere o il diritto morale di farlo. Questo dibattito ha avuto delle sottigliezze. Io mi sono occupato dell’estetica di Tommaso D’Aquino: cioè, la questione dell’appartenenza o meno alla bellezza di un’opera d’arte dell’adeguatezza a tutti i suoi scopi. Quindi, se uno degli scopi è negativo dal punto di vista morale, questo toglie bellezza all’opera d’arte.”

Panoram Italia, intervista ad Umberto Eco

Medioevo

  • L’universo viene ad assumere significati simbolici e basato su delle serie numeriche che hanno legami estetici: come il quattro che diviene un numero perno poiché la natura stessa può essere definibile in quattro parti (quattro sono i punti cardinali, i venti principali, le fasi della luna, le stagioni) ed in essa rientra anche l’uomo nel quale, come spiega Vitruvio nel De Architectura, la larghezza dell’uomo a braccia spalancate corrisponderà alla sua altezza dando così la base e l’altezza di un quadrato ideale.

Il miracolo dell’armonia universale

Il nome di Fibonacci, matematico italiano vissuto tra il 1170 e il 1250, è essenzialmente legato alla famosa sequenza di numeri: i cosiddetti “numeri di Fibonacci” nella quale i primi due termini sono 1 e 1, mentre tutti gli altri sono la somma dei due termini che li precedono. Una proprietà molto interessante di questi numeri sta nel rapporto tra un numero della serie e quello che lo precede, poiché il quoziente dato dal rapporto si avvicinerà sempre di più al numero 1,61803398874989 … detto “Sezione aurea” o “Numero aureo”.

Pitagora e i suoi discepoli chiamavano, invece, questo numero “Proporzione divina” (metafora della continua ed armonica tensione verso la perfezione). L’uomo fin dall’antichità ha fatto uso di questo “numero magico”: lo ritroviamo, infatti, nel Partenone di Atene, nel Tempio di Atena a Paestum, nelle statue di Fidia, nell’uomo Vitruviano del Da Vinci e nella Venere di Botticelli.

Ma in natura nulla è legato al caso: tutto è un flusso legato ad una perfetta matrice geometrica, tutto segue un ordine preciso ed un equilibrio armonico.

Quindi, anche la natura sembra prediligere i numeri di Fibonacci: il rapporto tra l’altezza di un essere umano e l’altezza da terra dell’ombelico è la sezione aurea, così come il rapporto tra il braccio e l’avambraccio.

Troviamo questi numeri anche nella fillotassi (ordinamento delle foglie su un gambo) e nel girasole, nell’equilibrio dinamico di una galassia nell’universo, nella simmetria di una conchiglia, nella struttura di un echinoderma.

La musica ha numerosi rapporti con la matematica e, quindi, con la Sezione Aurea: nel pianoforte, per esempio, particolare evidente è la relazione che la struttura della tastiera ha con i numeri di Fibonacci.

L’ottava musicale è composta nel pianoforte da tredici tasti (8 bianchi e 5 neri), divisi tra loro in gruppi da 2 e da 3: 2-3-5-8-13.

Molti degli intervalli musicali naturali sarebbero, poi, riconducibili ai rapporti in termini di numeri di Fibonacci: una “sesta maggiore” di “La” e “Do” 5/3, una “sesta minore” di “Do” e “Mi” 8/5. 8

La bellezza nel Quattrocento sarà considerata attraverso un duplice significato: come imitazione della natura e come contemplazione di qualcosa di perfetto e di sovrannaturale che si manifesta comunque nel mondo sensibile.

  • Rinascimento Il Rinascimento riporta all’attenzione dell’uomo, l’uomo stesso e viene così modificato il concetto di bellezza.

La figura femminile mette in mostra tutto il proprio corpo del quale risalta spesso il volto enigmatico e dai tratti psicologici non ben definiti.

L’uomo di potere ha ben delineati i tratti somatici causati dalle funzioni che esercita: quindi, sarà raffigurato in carne, senza alcuna traccia di piacere o dei canoni di bellezza perfetta dell’arte classica.

Nel Rinascimento coesistevano due spiriti: uno che credeva nella teoria della parte per il tutto armonico, l’altro, invece, inquieto che cominciava a profilarsi alla fine di questo lungo e proficuo periodo.

  • L’epoca della Riforma La dissoluzione della Bellezza classica, nelle forme del manierismo e del barocco, indica già i segni di altre forme di espressione della Bellezza: il sogno, lo stupore, l’inquietudine.

Il Manierismo ritiene la bellezza classica vuota, priva di spirito: perciò questa corrente artistica eleva le sue opere ai limiti del fantastico, dell’irrazionalità che esprimono, però, una lacerazione dell’animo. 9

Nel Barocco la concezione di bellezza assume una nuova forma che si manifesta in tutto ciò che sorprende, meraviglia e scuote gli animi.

  • Settecento “Non si può dare alcuna regola oggettiva del gusto, che determini per mezzo di concetti che cosa sia bello. Poiché ogni giudizio derivante da questa fonte è estetico, la sua causa determinante è il sentimento del soggetto, non un concetto dell’oggetto.”

Kant, Critica del Giudizio

La Bellezza dell’eccezionalità, dello sfarzo e dell’eccedenza di gusto Barocco persiste negli ambienti aristocratici (Rococò), mentre dalla borghesia ritorna un gusto razionalista dalla veste classica: il Neoclassicismo.

La bellezza empirica kantiana

Kant ne La Critica del Giudizio studia il sentimento inteso come la facoltà mediante la quale l’uomo fa esperienze delle finalità del reale. I giudizi sentimentali sono divisi in giudizi determinanti (determinano la realtà fenomenologica attraverso le forme a priori universali) e in giudizi riflettenti (interpretano la natura secondo le nostre esigenze); questi ultimi, a loro volta, si suddividono in giudizio teologico (studia i fini della natura) e in giudizio estetico (verte sulla bellezza).

Kant, inoltre, esprime diverse definizioni di bellezza secondo alcune caratteristiche:

  • Secondo la qualità, una cosa bella è bella perché è bella, non per altri motivi: il giudizio estetico, quindi, è disinteressato;
  • Secondo la quantità, il bello è ciò che piace universalmente perché è vissuto spontaneamente;
  • Secondo la relazione, la bellezza non è definibile in schemi conoscitivi;
  • Secondo la modalità, la bellezza è percepita intuitivamente ma è impossibile da spiegare concettualmente. “Il giudizio di gusto esige il consenso di tutti; e chi dichiara bella una cosa, pretende che ognuno dia l’approvazione all’oggetto in questione e debba dichiararlo bello allo stesso modo.”

Kant, Critica del Giudizio

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Sintesi

Arte: l'evoluzione del concetto di bellezza dai Greci ai giorni nostri

Italiano

"Il Piacere" - Gabriele D'Annunzio

Matematica

La sezione aurea

Inglese

Oscar Wilde

Latino

"La cena di Trimalchione" - Petronio

Filosofia

"La vita estetica" - Kierkegaard

"La contemplazione estetica dell'arte" - Schopenhauer

"Il giudizio estetico" - Kant

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