Estratto del documento

Introduzione

Ho deciso di affrontare questo argomento perché il tema del potere mi affascina molto. Ho letto numerosi libri fantasy e i cattivi sono quasi sempre coloro che ambiscono al potere ma hanno anche caratteristiche positive: la determinazione, il coraggio e quella misteriosa aura che li circonda. Il problema si pone quando queste qualità vengono adottate per scopi malvagi e pericolosi; in questo caso, come si nota dal mio percorso, i risultati sono deleteri.

Se invece queste stesse caratteristiche fossero utilizzate in vista di obiettivi volti al miglioramento dell’esistenza e con un certo grado di buonsenso, si giungerebbe a grandi risultati. L’interrogativo che più di ogni altro mi ha spinto a realizzare questo tema è fino a che punto può spingersi l’uomo che aspira al potere, domanda che sorge quasi spontanea nel percorso didattico svolto in questo anno scolastico.

L’imperialismo come manifestazione di potenza

L’imperialismo si afferma nel periodo compreso tra la nascita del Reich tedesco (1871) e lo scoppio della prima guerra mondiale (1914) e viene definito come la corsa di tutte le principali potenze alla conquista di un impero, cioè di territori sui quali esercitare una qualche forma di dominio.

Le cause

Diverse sono le teorie sulle cause che portarono all’Imperialismo, le numerose tesi produssero, e tutt’oggi producono, un vasto dibattito.

  • J.A. Hobson. La prima significativa indagine sulle ragioni che hanno spinto le grandi potenze a spartirsi l’interno pianeta venne proposta nel 1902 da J.A. Hobson. Il concetto fondamentale che animava i suoi scritti era quello secondo cui il fenomeno aveva prevalentemente radici economiche. Egli riprese le osservazioni di Malthus e Marx sulle crisi di sovrapproduzione che investivano il sistema produttivo capitalistico e osservò che l’imperialismo consisteva fondamentalmente nella ricerca di nuovi sbocchi per i manufatti che non era più possibile vendere sul mercato interno, e di nuovi campi di impiego per i capitali in eccesso.

“La sovrapproduzione (…) e il sovrappiù di capitale che non poteva trovare un investimento profittevole all’interno del paese, forzarono la Gran Bretagna, la Germania, l’Olanda e la Francia a collocare le loro risorse economiche al di fuori dell’area del loro attuale dominio politico e perciò spinsero ad intraprendere una politica di espansione per conquistare nuove aree.”

(J.A. Hobson, L’imperialismo, trad. di L.Meldolesi e N.Stame, Newton & Compton, Roma 1996)

  • V.I. Lenin. Egli riprese l’idea secondo cui l’imperialismo era provocato principalmente da ragioni di tipo economico. Proponeva un’interpretazione marxista dell’imperialismo, collegandolo al modo di produzione economica del capitalismo. A suo dire, la sempre maggiore concentrazione di capitali produceva necessariamente la colonizzazione del mondo da parte delle potenze industriali allo scopo di accaparrarsi nuovi mercati, ma soprattutto di esportare il capitale eccedente.

“(…)L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.”

(V.I. Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, 1974)

Gli studiosi socialisti ritenevano che l’imperialismo avrebbe proseguito la sua corsa inarrestabile fino al momento in cui l’ultima regione del globo fosse risultata conquistabile, esso sarebbe continuato persino dopo che la spartizione del mondo fra le potenze fosse stata completata, in quanto i grandi stati industrializzati avrebbero allora iniziato a sbranarsi fra loro, per strapparsi a vicenda i rispettivi imperi.

L’esplosione della prima guerra mondiale è sembrata la conferma empirica dell’interpretazione marxista; in realtà la lettura comunista e socialista appariva incompleta per almeno due aspetti. Innanzitutto non rendeva chiaro il motivo per cui le grandi potenze decisero di conquistare territori non proficui economicamente e perché si posero l’obiettivo di amministrare direttamente queste terre. In secondo luogo finiva per considerare gli stati e i governi totalmente succubi dei grandi industriali e dei banchieri quando invece i finanzieri non erano così particolarmente interessati ad espandere i loro capitali al di fuori dei propri Paesi, come dimostra un attento esame del fenomeno dell’investimento dei capitali all’estero.

Lo studio mostra che solo una minima quantità di denaro venne indirizzata verso i nuovi territori acquisiti. La Francia ne è l’esempio più esemplificativo: i finanzieri francesi investirono solo il 9% dei propri capitali verso le colonie, mentre una notevole quantità di denaro venne impiegato in Russia, impegnata a far decollare le proprie industrie.

Similmente gli Stati Uniti impiegarono appena il 4% dei capitali all’estero verso le Filippine e Portorico.

Entrambi i quesiti possono essere compresi se si prendono come principali soggetti di decisione autonoma i governi (e non gli industriali) che furono senz’altro influenzati da pressioni economiche, ma agirono in primo luogo seguendo una strategia di potenza, col fine ultimo di mostrare agli altri stati la propria forza e le proprie capacità belliche.

Conquistare nuovi territori significava innanzi tutto fornire una manifestazione di potenza.

Le conseguenze

La maggior parte delle conquiste coloniali furono caratterizzate dall’uso indiscriminato della forza contro le popolazioni indigene e le rivolte che ne derivarono vennero interrotte con violente repressioni da parte dei colonialisti. Essi agivano in nome della cosiddetta “missione civilizzatrice” che obbligava l’uomo europeo a portare la civiltà alle popolazioni dei territori che sottomettevano, considerate “primitive”.

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Sintesi

Storia:

Imperialismo

Psicologia:

David Kipnis

Latino:

Seneca

Diritto:

La separazione dei poteri

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