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Le catene invisibili della schiavitù moderna

Da Tocqueville a Huxley: i nuovi volti del dispotismo

Michele Gimondo III A

Anno scolastico 2013/2014

Il contrasto vero dei tempi nuovi non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità.

Piero Gobetti

Il bello, il perfetto non è l’uniformità, non è l’unità, ma la varietà e il contrasto.

Luigi Einaudi

Introduzione

Quale libertà per le nuove generazioni?

Non posso nascondere che in questi anni di Liceo il tema che mi ha maggiormente appassionato e a cui ho dedicato gran parte delle mie letture sia stato quello della libertà e del pensiero liberale.

Da Tucidide a Demostene, da Eramo a Lutero, da Locke a Kant, il tema della libertà ha sempre occupato un posto di primo piano nella riflessione dei più grandi pensatori e filosofi proprio in virtù della sua vitale importanza: che cosa è la libertà, se non la più alta e nobile aspirazione dell’uomo? Ogni generazione, però, ha il dovere di rielaborare gli ideali del passato in quanto il mondo

Piero Gobetti, mio modello cambia velocemente, non si ferma ad aspettarci: il

da sempre per il suo presente si divincola se proviamo ad ingabbiarlo nelle

coraggio e la sua coerenza

cristallina. formule di ieri, il futuro ci crolla addosso se non siamo pronti ad affrontarlo.

Eppure, anziché procedere per quella strada, abbiamo rinunciato, come dice Zagrebelsky, alla riflessione sui fini dell’azione politica, che si è trasformata in ordinaria amministrazione, incapace di suscitare coinvolgimento e passione nei cittadini. Come possiamo allora elevare il livello della discussione? Un primo passo credo che potrebbe essere la riscoperta della libertà e la ridefinizione del liberalismo. Il pensiero liberale non consiste nell’ideologia del “libero mercato”, né in altri postulati economici, perché, come sosteneva Benedetto Croce, esso ha fondamento morale e filosofico.

Esso è, prima di tutto, un metodo e un mezzo: un metodo perché incarna un modo di vedere la realtà senza sovrastrutture ideologiche, un mezzo perché il suo fine è e sarà sempre la difesa della libertà dell’individuo contro ogni tentativo di oppressione dei suoi diritti fondamentali e omologazione della sua personalità. La virtù di colui che voglia difendere la libertà è la diffidenza verso ogni sorta di potere enorme, arbitrario e intrusivo, verso ogni valore che miri a sostituirsi a quello della dignità dell’uomo. Il compito del liberale consiste, allora, nello studio del proprio tempo, volto alla ricerca delle condizioni che promuovano l’esercizio della libertà.

Perché essere liberali nel 21° secolo? Credo che non ci sia stata epoca storica più difficile e, al contempo, più stimolante per i difensori della libertà: il nostro ruolo consisterà nel difendere il valore della persona umana non più dall’assalto di brutali tiranni, ma da insidie ben peggiori e, per la loro natura, ancora più umilianti: la servitù volontaria, la perdita della privacy (a causa sia di Internet e dei “social network”, sia delle intrusioni governative “a difesa della libertà dei cittadini”), l’incredibile suggestionabilità a cui siamo esposti nel mondo consumistico in cui siamo immersi, l’indifferenza e la mancanza di vigilanza sulle questioni essenziali per la vita democratica.

Come diceva la Signora di Stael, “bisogna ricordare a tutti che la libertà è antica e il dispotismo è

Luigi Einaudi, un punto di riferimento ideale. Simbolo dell’Italia semplice, pulita e laboriosa.

moderno”. Questa affermazione è fondamentale: se il liberalismo deve essere pensato con il criterio interpretativo di “risposta a una sfida”, questo significa che di fronte ad una realtà sociale, ad un mondo che cambia, anche le nostre risposte devono cambiare: il dispotismo contro cui dovevano combattere gli antichi era molto diverso da quello del nostro tempo, molto più mite e impersonale, ma più esteso.

Pensiamo, per esempio, a fenomeni sociali come il consumismo omologante, che riduce l’uomo “a una sola dimensione”, per citare Marcuse, l’accentramento progressivo del potere e la “super-organizzazione”, che screditano inevitabilmente il significato della democrazia, concentrando la ricchezza e l’influenza politica in una élite tecnocratica intoccabile, la “sovrappopolazione”, il problema spinoso per eccellenza delle future generazioni, il dilagare di un’ “Etica Sociale” che riduce il singolo ad essere nient’altro che un mero ingranaggio al servizio della collettività.

Credo che Alexis de Tocqueville e Aldous Huxley, pur nelle loro differenze, abbiano previsto con una lungimiranza quasi profetica l’evolversi della storia e della civiltà moderna e che quindi sia dal loro pensiero che dobbiamo ripartire, se vogliamo recuperare quegli “anticorpi” senza i quali non saremo in grado di affrontare le sfide del presente per scongiurare la perdita del valore più importante del mondo in cui viviamo: la libertà umana.

Tocqueville, un aristocratico alle prese con la democrazia

L’intellettuale e il suo tempo

“La libertà è la prima delle mie passioni. Ho per le istituzioni democratiche un gusto di testa, ma sono aristocratico per istinto, cioè io disprezzo e temo la folla”

1837, Appunti Alexis de Tocqueville nasce a Parigi nel 1805 in una famiglia aristocratica di nobili legittimisti sfuggiti al “Terrore”. Nel 1826 si laurea in Legge. Il 1827 è un anno fondamentale per la sua vita, in quanto viene nominato giudice uditore a Versailles e nel 1831, proprio grazie al suo incarico di magistrato, viene inviato negli Stati Uniti insieme all’amico Gustave de Beaumont per studiare il sistema penitenziario americano.

Tocqueville, tuttavia, è interessato non solo dall’aspetto giudiziario, ma soprattutto a quello politico e sociale del “Nuovo Mondo”: egli è affascinato dal livellamento sociale della società americana, dall’assenza di privilegi di nascita e dalle pari opportunità che consentono ad ognuno, indipendentemente dal ceto di appartenenza, di salire la scala sociale. Egli nota anche come l’accentramento burocratico sia controbilanciato da un ampio decentramento amministrativo.

La “Democrazia in America”, un vero e proprio resoconto di viaggio ricco di appunti e considerazioni, viene pubblicato in due parti: la prima nel 1835, la seconda nel 1840. Nel 1849 viene eletto deputato del villaggio della Normandia che porta il suo nome e, sotto la presidenza di Luigi Bonaparte, diventa Ministro degli “Affari Esteri”. Due saranno le questioni che lo vedranno maggiormente coinvolto in questo incarico: l’abolizione della schiavitù nelle colonie e la riforma delle prigioni.

Muore a Cannes nel 1859 a 54 anni.

“La democrazia in America”

L’opera che indiscutibilmente lo ha reso celebre è la “Democrazia in America”, un testo fondamentale dal punto di vista storico e sociale non solo per comprendere gli Stati Uniti del diciannovesimo secolo, ma anche per riflettere sulle dinamiche e gli sviluppi delle democrazie occidentali.

Tocqueville è convinto che le nazioni moderne tendano progressivamente verso la democrazia, che l’intellettuale concepisce non nel senso strettamente etimologico di “potere del popolo”, ma in quello sociale: egli è convinto che l’uguaglianza di condizioni, la quale si traduce in uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, mobilità sociale e aspirazione all’uguaglianza, sia destinata a prevalere perché meglio di altre forme è in grado di garantire la maggior felicità al maggior numero di persone.

Questa uguaglianza, però, è compatibile con l’esercizio della libertà? Ecco la domanda e il timore profondo di un uomo sempre diviso nella tensione tra vecchio e nuovo, tra valori liberali e democrazia, tendenza dei nuovi tempi.

Tocqueville è scettico perché nella democrazia rappresentativa l’individuo tende a delegare il suo potere nelle mani del governo di turno, evitando di partecipare direttamente alla vita politica del suo paese e, così facendo, attraverso il suffragio universale, si concretizza il rischio della “tirannia della maggioranza”, in cui si riduce drasticamente lo spazio per chi dissente: il risultato è una società omologata, conformista e, al contempo, paradossalmente atomista, in quanto l’individuo, avendo delegato tutto, si rinchiude nella sua esistenza privata, perdendo di vista la comunità.

E’ in queste condizioni, dice Tocqueville, che si può verificare una forma terribile di dispotismo, che, proprio a causa delle sue caratteristiche, minaccia le nazioni democratiche.

Quale specie di dispotismo devono temere le nazioni democratiche

Nell’ultima parte dell’opera Tocqueville esprime preoccupazione per il futuro delle nazioni democratiche: egli è convinto che uno stato sociale democratico possa offrire una facilità singolare allo stabilirsi di una forma particolare

“Una mandria di animali timidi e industriosi, di cui il governo è il pastore”

di dispotismo, molto differente rispetto a quello che caratterizzò il mondo antico.

Tocqueville risale all’Antica Roma: “sebbene il governo dell’impero fosse accentrato nelle sole mani dell’imperatore, (…) i particolari della vita sociale e dell’esistenza individuale sfuggivano generalmente al suo controllo”. La loro tirannide, pur gravando straordinariamente su qualcuno, non si estendeva sulla maggioranza: era nello stesso tempo violenta e ristretta.

“E’ probabile che il dispotismo, se riuscisse a stabilirsi presso le nazioni democratiche del nostro tempo, avrebbe un altro carattere: sarebbe più esteso e più mite e degraderebbe gli uomini senza tormentarli”.

Nel futuro prospettato dal pensatore i sovrani riusciranno più facilmente rispetto al passato a concentrare tutto il potere nelle loro mani e lo utilizzeranno per penetrare più abitualmente e più approfonditamente nella vita privata delle persone.

Pensando, però, alle “piccole passioni degli uomini del nostro tempo, alla mollezza dei loro costumi, all’estensione della loro cultura” Tocqueville non teme “che essi troveranno fra i loro capi dei tiranni, ma piuttosto dei tutori”.

La forma d’oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo, (…), le antiche parole dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa è nuova, (…)”.

Tocqueville immagina una folla innumerevole di uomini uguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. “Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri”.

Al di sopra di essi si eleva un potere immenso, tutelare, assoluto, particolareggiato, regolare e previdente, che “rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca irrevocabilmente di fissarli nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi.

Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri”.

Insomma, si chiede Tocqueville, non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere? Questo potere ogni giorno rende meno necessario e più raro il libero arbitrio, restringendo l’azione della volontà e togliendo a poco a poco ad ogni cittadino perfino l’uso di se stesso.

Dopo aver preso nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, che impediscono anche agli spiriti più originali di elevarsi al di sopra della massa.

“Esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi e industriosi, della quale il governo è il pastore”.

Le paure di un aristocratico

Nell’ultima parte del capitolo Tocqueville sostiene che questa specie di servitù possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo.

“I nostri contemporanei sono incessantemente affaticati da due contrarie passioni: sentono il bisogno di essere guidati e desiderano di restare liberi; non potendo fare prevalere l’una sull’altra, si sforzano di conciliarle: immaginano un potere unico, tutelare e onnipotente, eletto però dai cittadini, e combinano l’accentramento con la sovranità popolare.

Ciò dà loro una specie di sollievo: si consolano di essere sotto tutele pensando di avere scelto essi stessi i loro tutori. Ciascun individuo sopporta di sentirsi legato, perché pensa che non sia un uomo o una classe, ma il popolo intero a tenere in mano la corda che lo lega.

In questo sistema il cittadino esce un momento dalla dipendenza per eleggere il padrone e subito dopo vi rientra”.

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Sintesi

Introduzione schiavitù moderna, tesina

La seguente tesina di maturità tratta del tema della schiavitù moderna. La tesina abbraccia anche i seguenti argomenti nelle varie discipline scolastiche: "Il mondo nuovo", "Ritorno al mondo nuovo" di Aldous Huxley in Letteratura; "La democrazia in America" di Alexis De Tocqueville in Storia e Filosofia.

Collegamenti

Schiavitù moderna, tesina

  • Letteratura - "Il mondo nuovo", "Ritorno al mondo nuovo" di Aldous Huxley.
  • Storia e filosofia - "La democrazia in America" di Alexis De Tocqueville.
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