LA REALTA’ OLTRE LE
APPARENZE
Il problema di noi uomini non è il
cervello, bensì i nostri sensi.
Se riuscissimo ad assecondarli
meglio riusciremmo a vedere la
realtà celata dietro l’apparenza.
A volte un’ombra riesce ad avere
INDICE
INTRODUZIONE ………………………………………………………………...p
ag.4
ITALIANO
Luigi Pirandello:…………………………………………………………….
…...........pag.5
Enrico IV …………………………………………………………………....
…..pag.7
Uno, nessuno, centomila………..…………………………………………...
…...pag.9
Il fu Mattia Pascal………………………………………………………………
pag.10
FILOSOFIA
Arthur Schopenhauer:………………………………………..………………..
……pag.13
Il mondo come volontà e
rappresentazione……………………………………pag.13
STORIA
La propaganda dei regimi autoritari:
……………………………………………..….pag.17
2 La propaganda fascista……………………………………………………..
…..pag.18
La propaganda nazista ………………………………………………...
………pag.27
La propaganda
staliniana……………………………………………………….pag.37
I tratti comuni dei totalitarismi:
……………………………………………………..pag.41
Il totalitarismo in Italia: il Fascismo di
Mussolini……………………...….….....pag.43
Il totalitarismo in Germania: il Nazismo di Hitler………………….
……….…..pag.48
Il totalitarismo in Russia: la “dittatura del proletariato” di
Stalin……….….……pag.53
INGLESE
Oscar Wilde:…………………………………………………………………….
….pag.56
The Picture of Dorian
Gray……………………………………………………pag.58
FRANCESE
Gustave Flaubert:……………………………………………………………...……
pag.61 3
Madame Bovary……………………………………………………..…………
pag.62
STORIA DELL’ARTE
Han Van
Meegeren..............................................................................................
....................pag.66
MATEMATICA
Limite di una funzione:forme
indeterminate.......................................................................pag.74
Teorema di De L’Hospital…………………………………………………..…
pag.76
FISICA
Il paradosso dei gemelli………………………………………………………..
……pag.77 INTRODUZIONE
Ho sviluppato questo percorso interdisciplinare attorno al tema “La
Realtà oltre l’Apparenza”.
4 “res”
Il termine realtà deriva dal latino e indica un oggetto
materiale,contrapposto a ciò che soltanto “appare” o “sembra” essere.
Questo tema ha suscitato il mio interesse perché, se pensiamo alla
nostra quotidianità, gli oggetti che ci circondano nel primo istante in
cui li osserviamo ci appaiono per quello che effettivamente sono; li
esaminiamo secondo il bagaglio di idee, cultura, educazione e pensiero
che costituiscono il nostro Io e solo in un secondo momento, con
un’attenta analisi, possiamo capire l’oggettività della realtà.
Nelle letterature e filosofie europee, un periodo che più di altri è
dominato dall'interrogativo su cosa siano la realtà e l'apparenza è
quello che va dalla prima metà dell'800 alla seconda metà del’900,
periodo durante il quale la frammentazione della realtà e la personalità
dell'individuo sono divenute centro dell'interesse di autori come Arthur
Schopenhauer, Oscar Wilde, Gustave Flaubert e Luigi Pirandello.
Arthur Schopenhauer analizza la contrapposizione tra realtà (Volontà) e
apparenza (Rappresentazione) nella celebre opera “Il mondo come
volontà e rappresentazione”.
Nella letteratura inglese Oscar Wilde aveva affrontato a suo modo il
tema dell’apparire e dell’essere in una delle sue opere più famose: “The
picture of Dorian Gray”.
Gustave Flaubert sviluppa la sua opera più conosciuta “Madame
Bovary” sull’esperienza di vita e il sogno e sull’immensità del desiderio
e la banalità dell’esistenza che caratterizza la protagonista.
Ho scelto Luigi Pirandello per la letteratura italiana, poiché il punto
fondamentale della sua poetica è proprio il contrasto tra apparenza e
realtà esposto nelle sue diverse opere ed in particolare “Enrico IV”, “Il
fu Mattia Pascal” ed “Uno, nessuno e centomila”.
Nell’arte possiamo imbatterci in questo dualismo nel lavoro del più
abile falsario, il fiammingo Han Van Meegeren.
Tale contrasto è caratteristico anche della storia del Novecento, secolo
contrassegnato dall’avvento del fascismo, del nazismo e della dittatura
staliniana, ideologie che apparivano come il bene per il popolo ma che
celavano la loro reale identità sotto false apparenze. 5
Durante questo periodo la difficoltà di distinguere tra realtà e non-
realtà è stata affrontata in maniera consistente: non si tratta di illusioni
ottiche, ma di illusioni che risiedono nell'animo dell'individuo, di ciò
che abbiamo sempre dato per scontato essere vero. L'unica cosa
rimasta certa è che esistono mille sfaccettature con cui una realtà,
oscura a tutti, si propone ad ognuno di noi.
LUIGI PIRANDELLO: ILLUSIONE E REALTA’
Scrittore, drammaturgo e
narratore, rappresentò sulle
scene l’incapacità dell’uomo di
identificarsi con la propria
personalità, il dramma della
ricerca di una verità al di là delle
convenzioni e delle apparenze.
Al centro della concezione
pirandelliana c’è il contrasto tra
apparenza e sostanza. La critica
delle illusioni va di pari passo
con una drastica sfiducia nella
possibilità di conoscere la realtà:
qualsiasi rappresentazione del
mondo si rivela inadeguata all’in
attingibile verità della vita,
La posizione fondamentale dalla quale è necessario partire per capire
la concezione della vita di Pirandello e quindi la sua poetica, è quella
del contrasto tra illusione e realtà.
L’esperienza pirandelliana è quella di tutta la generazione dei
decadenti, vale a dire di uomini che avevano visto vanificare gli ideali
ottocenteschi di progresso, scienza, di pacifica collaborazione tra gli
uomini, e si trovavano a vivere una realtà storica ben diversa, avviata
verso la catastrofe della 1° Guerra Mondiale.
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In seguito a ciò, nacque la convinzione del fallimento. La vita si
presentava assurda nella sua casualità e tale che ogni illusione era
destinata a mostrare il suo risvolto negativo.
Pirandello sostiene che, il contrasto tra apparenza e realtà, non esiste
solo fuori di noi, ma anche e soprattutto nell’intimo della coscienza:
contrasto tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, tra ciò che
siamo e ciò che risultiamo agli occhi degli altri, perchè “la vita è un
flusso che noi cerchiamo di arrestare in forme stabili e determinate”
come i concetti, gli ideali...
Di conseguenza ciascun personaggio presenta centomila realtà interne,
per questo la vera realtà è nessuna. Tra realtà e non-realtà ci sono due
distinte dimensioni:
La dimensione della realtà oggettuale, ovvero la realtà esterna
agli individui, apparentemente è uguale e valida per tutti, presenta per
ognuno le stesse caratteristiche fisiche ed è la non-realtà inafferrabile e
non riconoscibile.
Della realtà oggettuale esterna noi cogliamo quegli aspetti che sono
maggiormente confacenti al particolare momento che stiamo vivendo,
in base al quale riceviamo dalla realtà certe impressioni, certe
sensazioni che sono assolutamente individuali e non possono essere
provate da tutti gli altri individui;
La dimensione della realtà soggettuale, ovvero la particolare
visione che ne ha il personaggio, dipendente dalle condizioni sia
individuali sia sociali, presenta tante dimensioni quanti sono gli
individui e quanti sono i momenti della vita del singolo.
Per i personaggi pirandelliani non esiste, quindi, una realtà oggettuale,
ma una realtà soggettuale, che, a contatto con la realtà degli altri, si
disintegra e si disumanizza.
L’uomo però deve adeguarsi ad una legge imposta dalla società, e per
farlo si costruisce una maschera; poiché il personaggio non ha alcuna
possibilità di mutarla si verifica la sua disintegrazione fisica e spirituale
che si può riassumere nella teoria della triplicità esistenziale:
Come il personaggio vede se stesso; 7
Come il personaggio è visto dagli altri;
Come il personaggio crede di essere visto dagli altri.
Le conseguenze sono tre; il personaggio:
1. E’ uno, quando viene messa in evidenza la realtà-forma che lui si
dà;
2. E’ centomila, quando viene messa in evidenza la realtà-forma che
gli altri gli danno;
3. E’ nessuno, quando si accorge che ciò che lui pensa e ciò che gli
altri pensano non è la stessa cosa, quando la propria realtà-forma non è
universale, ma assume una dimensione individuale e soggettiva.
La forma è la maschera, l’aspetto esteriore che l’individuo-persona
assume all’interno dell’organizzazione sociale o per propria volontà o
perché gli altri così lo vedono e lo giudicano, è determinata dalle
convenzioni sociali, dall’ipocrisia, che è alla base dei rapporti umani.
Nella società l’unico modo per evitare l’isolamento è il mantenimento
della maschera: quando un personaggio cerca di rompere la forma, o
quando ha capito il gioco, è allontanato, rifiutato, non può più trovare
posto nella massa in quanto si porrebbe come elemento di disturbo in
seno a quel vivere apparentemente rispettabile.
Tutta l’esistenza si fonda sul dilemma: o la realtà ti disperde e
disintegra, o ti vincola e ti incatena fino a soffocarti.
Quando interviene l’accidente che libera il personaggio, tutti pensano
che la diversità di comportamento sia dovuta all’improvvisa alienazione
mentale del personaggio, ad una sua forma di follia che scatena in tutti
il riso, perché non è comprensibile da parte della massa.
Solo la follia permette al personaggio il contatto vero con la natura
(quel mondo esterno alle vicende umane nel quale si può trovare la
pace dello spirito) e la possibilità di scoprire che rifiutando il mondo si
può scoprire se stessi.
Ma questi contatti sono solo momenti passeggeri, spesso irripetibili
perché troppo forte il legame con le norme della società.
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ENRICO IV
Così accade ad Enrico IV, un nobile del primo Novecento fissato per
sempre nella rappresentazione del personaggio storico da cui prende il
nome, dopo aver battuto la testa per una caduta da cavallo. Alla messa
in scena prendono parte anche Matilde di Spina, donna di cui è
innamorato, ed il suo rivale in amore Belcredi è quest'ultimo che
disarciona Enrico IV.
La follia dell'uomo viene assecondata dai servitori che il nipote Di Nolli
mette al suo servizio per alleviare le sue sofferenze; dopo 12 anni
Enrico guarisce e comprende che Belcredi lo ha fatto cadere
intenzionalmente per rubargli l'amore di Matilde, che poi si è sposata
con Belcredi ed è fuggita con lui. Decide così immedesimarsi nella sua
maschera per non voler vedere la realtà dolorosa.
Dopo 20 anni dalla caduta, Matilde, in compagnia di Belcredi, della loro
figlia e di uno psichiatra vanno a trovare Enrico IV. Lo psichiatra è
molto interessato al caso della pazzia di Enrico IV, che continua a
fingersi pazzo, afferma che per farlo guarire si potrebbe provare a
ricostruire la stessa scena di 20 anni prima e di ripetere la caduta da
cavallo. La scena è così allestita, ma al posto di Matilde recita la figlia.
Enrico IV si ritrova così di fronte la ragazza, che è esattamente uguale
alla madre Matilde da giovane, la donna che Enrico aveva amato e che
ama ancora. Ha così uno slancio che lo porta ad abbracciare la ragazza,
ma Belcredi, il suo rivale, non vuole che sua figlia sia abbracciata da
Enrico IV e si oppone. Enrico IV sguaina così la spada e trafigge
Belcredi ferendolo a morte: per sfuggire definitivamente alla realtà
"normale" (in cui tra l'altro sarebbe stato imprigionato e processato),
decide di fingersi pazzo per sempre.
La guarigione di Enrico IV dalla pazzia, improvvisa e fisicamente
inspiegabile, proietta il personaggio nelle vicende quotidiane, ma lo
rende anche consapevole di non poter più recuperare i 12 anni vissuti
fuori di mente, quindi non gli resta che fingersi ancora pazzo dopo aver
9
constatato che nulla è rimasto ormai della sua gioventù, del suo amore,
e che molti lo avevano tradito.
In questo modo Enrico IV tenta, nonostante abbia ormai ammesso la
sua guarigione, di dimostrare quanto false ed ipocrite siano le vite di
coloro che lo circondano, cristallizzate in una forma di cui non sono
neanche consapevoli. La stessa morte di Belcredi per mano di Enrico IV
simboleggia non la vendetta per gelosia, ma il bisogno esasperato di
netto taglio con il passato perduto. Spaventando tutti, potrà continuare
a fingersi pazzo, vivendo la propria vita in libertà e non più costretto da
rigide imposizioni delle quali oramai è libero.
I venti anni perduti gli sembrano riconquistati, quando gli appare
Frida, figlia di Matilde e ritratto della stessa da giovane, ma è
un'illusione che dura poco: solo rifugiandosi di nuovo nella pazzia, con
l'omicidio di Belcredi, Enrico IV si sottrae di nuovo al fluire del tempo
ed al rimpianto degli anni perduti.
Enrico è vittima non solo della follia, prima vera poi cosciente, ma
dell'impossibilità di adeguarsi ad una realtà che non gli si confà più,
stritolato, nelle altrui vedute, assume una forma immutabile agli occhi
di tutti, ma non di se stesso, l’unica “via di scampo”è quella di rifugiarsi
nel già vissuto.
In Enrico IV troviamo l’esasperazione del conflitto fra apparenza e
realtà, fra normalità e anormalità, fra il personaggio e la massa, fra
l’interiorità e l’esteriorità.
Per superare questo conflitto il personaggio tende sempre più a
chiudersi in se stesso, perciò l’anormalità diventa sistema di vita.
La crisi dei vecchi valori è nata secondo Pirandello dalla scoperta della
relatività di ogni cosa; la modernità è un insieme di spinte
contraddittorie condannate alla relatività del proprio punto di vista:
non esiste più una verità assoluta.
10
A questa crisi l’autore risponde con l’elaborazione di una nuova
poetica, fondata sull’umorismo, sollecitata dalla lettura di maestri
dell’umorismo europeo e di studiosi di psicologia.
L’uomo da sempre vive in una dimensione illogica all’interno della quale
cerca di crearsi una serie di inganni ed illusioni che la rendano
apparentemente sensata; l’umorismo è la tendenza dell’altro a svelare
le contraddizioni e nasce dalla crisi dei valori ottocenteschi che
minaccia il concetto
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- Italiano: Luigi Pirandello
- Filosofia: Arthur Schopenhauer
- Storia: La Propaganda dei Regimi Autoritari
- Inglese: Oscar Wilde
- Francese: Gustave Flaubert
- Storia dell’arte: Han Van Meegeren
- Matematica: Limite di una funzione
- Fisica: Paradosso dei gemelli