La Prima guerra mondiale
Kevin Aldeghi
Wilfred Owen e la poesia Dulce et decorum est
The British soldier-poet Wilfred Owen, before being killed in a militar action, when he was observing the trenches of the First World War he wrote a poem about a dormitory asphyxiated it, is also incorporated in the text an observation of the Latin poet Orazio: "Dulce et decorum est pro patria mori", that we can translate it's 'sweet and beautiful to die for the fatherland."
The poem Dulce et decorum est ends this way:
If you could hear, at every jolt, the blood
Come gargling from the froth-corrupted lugs
Bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues,-
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.
La memoria della guerra
It was a cry from a man who, as the war became less personal and more devastating, the motivation of going to war and national pride became more questionable.
The wood crosses have become the symbol not only of death, but also of the war, as evidenced by the tombs of unknown soldiers - or "known only to God" - according to the English mention.
For all the belligerents, the creation of military cemeteries was felt as a primary duty, during and after the conflict.
These sacred spaces are "nationalized" and they continue to bear the mark of the war: blacks stems for the defeated, white for the winners.
Il poeta-soldato inglese Wilfred Owen, poco prima d’essere ucciso durante un’azione, osservando le trincee della Prima Guerra Mondiale scrisse una poesia su di una camerata asfissiata, incorpora nel testo anche un’osservazione del poeta latino Orazio: «Dulce et decorum est pro patria mori», cioè «È dolce e bello morire per la patria».
La poesia Dulce et decorum est si conclude in questo modo:
Se si potesse sentire, ad ogni sobbalzo, il sangue
Vieni gargarismi dai polmoni schiuma-corrotti
Amaro come il cud
Di vili, incurabili piaghe su lingue innocenti,-
Il mio amico, non ti avrebbe detto con tale alta scorza
Per i bambini ardenti per qualche disperata gloria,
La vecchia menzogna: Dulce et decorum est
Pro patria mori.
Si trattava di un grido da parte di un uomo che, man mano che la guerra diventava sempre meno personale ed ogni volta più devastante, la motivazione dell’andare in guerra e l’orgoglio nazionale diventava sempre più discutibile.
Le croci di legno sono diventate il simbolo non solo della morte, ma anche della guerra stessa, come dimostrano le tombe dei militi ignoti o «conosciuti solo da Dio», secondo la formula inglese.
Per tutti i belligeranti, la creazione di cimiteri militari è stata sentita come un dovere primario, durante e dopo il conflitto.
Tali spazi sacri vengono «nazionalizzati» e continuano a portare il segno della guerra: steli neri per i vinti, bianche per i vincitori.
La caricatura inglese
Caricatura inglese dell’inizio della Grande Guerra corredata da un significativo testo:
«Ascoltate, ascoltate i cani abbaiare:
Tutta l’Europa deve coalizzarsi contro il bassotto tedesco rabbioso,
Finché non si trovi la museruola giusta.
Se i cani vengono sguinzagliati,
La pace è perduta».
Il conflitto
Il conflitto che si apre nel 1914 inaugura l’era delle catastrofi per l’Europa e per il mondo intero: iniziano sul continente europeo, ma ben presto si trasformano in un immenso scontro mondiale, non soltanto militare, ma anche economico e ideologico.
Tutte le risorse delle società belligeranti vengono messe al servizio di questa “Grande Guerra delle patrie”. Il conflitto è mondiale: ogni paese viene coinvolto, se non in campo di battaglia, almeno fornendo uomini, materiale e rifornimenti.
La guerra diviene ben presto totale, dal momento che milioni di civili vengono coinvolti in prima persona dal conflitto: molti sanno che cosa significa l’invasione, l’occupazione o la vicinanza dei campi di battaglia; alcuni subiscono i primi bombardamenti aerei della storia, quasi tutti lavorano direttamente o indirettamente per il conflitto, per l’approvvigionamento e l’equipaggiamento dei combattenti.
André Mare, opera cubista; 1914
Ognuno ha almeno un familiare al fronte, per il quale e con il quale soffre con la speranza che la fine della guerra sia vicina. Il conflitto ha esteso la “cultura di guerra” ai popoli di tutto il mondo.
Il bilancio si riassume in poche cifre: nei quattro anni di guerra circa 70 milioni di uomini hanno indossato l’uniforme, vi sono stati 30-40 milioni di feriti e quasi 10 milioni di persone hanno perso la vita.
La guerra genera un numero imprecisato di orfani e vedove, i genitori perdono uno o più figli, le sorelle uno o più fratelli, i mutilati vedono la propria vita definitivamente spezzata da questo immenso conflitto.
Le cause della guerra
È difficile capire quali siano state le cause della guerra nel 1914 e rimane in parte ancora un mistero il modo in cui le potenze europee si siano lasciate trascinare verso la catastrofe.
“Più un evento è ricco di conseguenze – scrive François Furer – meno è possibile pensarlo a partire dalle sue cause”.
La ferocia con cui si è passati dalla pace alla guerra e il massiccio investimento degli europei nel conflitto che inizia nell’agosto del 1914 oggi può dare l’impressione che l’Europa stesse vivendo nella psicosi, se non addirittura nell’attesa della guerra.
Ma si tratta di un mito: il luglio 1914 fu un mese d’estate come tanti altri.
È vero però che le frange nazionaliste esaltavano la guerra come mezzo di salvezza, ma rimanevano comunque una ristretta minoranza.
Perché mi riferisco, in primo luogo, al:
- Contrasto anglo-tedesco: grande progresso raggiunto dall’industria germanica nel campo della metallurgia, della meccanica e della chimica, minacciava e persino superava il primato inglese fino ad allora indiscusso.
- Contrasto franco-tedesco a proposito dell’Alsazia e della Lorena strappate dalla Germania alla Francia, la cui offesa aveva alimentato nei francesi la volontà di rivincita.
- Contrasto austro-russo nei Balcani dove gli interessi dei russi al controllo dei Dardanelli, importante via commerciale, originava una forte aspirazione di piena indipendenza dei popoli balcanici.
- Non dimentichiamo l’aspirazione dell’Italia, che mirava a togliere all’Austria il Trentino e la Venezia Giulia per portare a termine il processo d’unificazione nazionale.
Germania e Gran Bretagna si lanciarono ben presto in un’accesa competizione per il primato industriale, commerciale e navale.
L’Inghilterra, fortemente interessata a conservare in Europa tale situazione, affrontò pertanto spese quasi insostenibili per conservare la propria egemonia anche nel campo marittimo.
Tali ideologie avevano in comune l’esaltazione della guerra e della violenza, vista come un ottimo strumento per dirottare sui nemici esterni le tensioni e i conflitti sociali che dividevano le singole compagini nazionali.
«La guerra, il sangue, le stragi, le durezze, le crudeltà non erano più oggetto di deprecazione e di ripugnanza e di obbrobrio, ma, come cose necessarie ai fini da conseguire, si facevano accettevoli e desiderabili, e si rivestivano di una certa attrazione poetica, perfino davano qualche brivido di religioso mistero, per modo che si parlava della bellezza che è nella guerra e nel sangue, e dell’eroica ebrezza che solo per quella via all’uomo è dato celebrare e godere.»
Benedetto Croce
Tali minacce hanno avuto un ruolo fondamentale nella formazione delle due alleanze: la Triplice Alleanza (Germania, Austria-Ungheria e Italia, che però nel 1914 resta neutrale) e la Triplice Intesa (Francia, Regno Unito e Russia).
La scintilla di Sarajevo
Sono le 11 del mattino del 28 giugno 1914.
Un’autovettura, una Graf Stift quattro cilindri scoperta, sfreccia nel centro di Sarajevo, capitale della Bosnia.
Sul sedile posteriore siede l’arciduca Francesco Ferdinando, nipote dell’imperatore Francesco Giuseppe ed erede al trono, e la consorte Sofia.
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