Introduzione
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il mondo occidentale si trovava diviso tra movimenti di pensiero contrastanti. Da un lato vi era un crescente fervore motivato dalle innovazioni scientifiche, dall’altro canto proprio la stessa fiducia nella scienza andava via via sgretolandosi.
Già a partire dall’ultimo ventennio dell’Ottocento si cominciava ad avvertire tra gli intellettuali un senso di smarrimento e di assuefazione che generava l’immagine di un uomo contemporaneo incapace di forti passioni, annoiato dal vuoto e dall’inutilità della propria esistenza. Erano gli esordi un movimento culturale che aveva davanti a sé un longevo e variegato percorso, il Decadentismo.
Di contro a questi pensatori che avvertivano, quasi come una premonizione, che ben presto l’umanità avrebbe dovuto affrontare un cataclisma epocale c’era l’altra faccia di questi primi anni del Novecento ossia la cosiddetta Belle Époque.
L’ottimismo pareva regnare sovrano e la fiducia nella scienza e nel progresso aveva raggiunto livelli mai visti prima.
S’immaginava un futuro caratterizzato dal benessere e questa speranza era alimentata da scoperte scientifiche così importanti da stravolgere la vita quotidiana, rendendola certamente migliore. Persino le crescenti tensioni internazionali causate da contrastanti interessi coloniali venivano sottovalutate.
Le invenzioni realizzate in questi anni furono fondamentali per lo sviluppo dell’umanità, basti pensare al progetto di Wright che realizzò il primo prototipo di aeroplano o agli studi dei coniugi Curie riguardo la radioattività ed i raggi X. Appartengono a questo secolo fondamentali personalità come Albert Einstein (ideatore della teoria della relatività) e Sigmund Freud (i cui studi sulla psicoanalisi hanno segnato una fondamentale svolta per la psicologia moderna).
La diffusione delle ferrovie, l’utilizzo del petrolio in sostituzione del carbone, il cinema, i servizi igienici, l’acqua corrente e l’illuminazione delle strade furono le innovazioni che maggiormente segnarono la vita quotidiana.
Tutte queste innovazioni lasciavano ben sperare in un futuro in cui le malattie sarebbero state debellate e la serenità tra i popoli potrebbe essere assicurata. Invece, contrariamente ad ogni aspettativa, proprio quelle invenzioni che dovevano migliorare la vita delle persone condussero parallelamente allo sviluppo di armi sempre più potenti e distruttive ed al desiderio d’affermare la supremazia di una nazione sulle altre.
Le rivalità più o meno latenti in questi anni, venivano ancora coltivate da molti paesi. Primi tra tutti risaltavano le animosità tra Germania e Francia risalenti alla guerra Franco-Prussiana tramite la quale i tedeschi avevano ottenuto l’annessione dell’Alsazia e della Lorena.
Come delle scintille, appena percepibili, i conflitti internazionali prendevano forma sempre più.
Dalla Belle Époque alla Grande Guerra il passo fu tutto sommato breve.
Ciò per il quale vorrei posare maggiormente la mia attenzione sono le motivazioni che scatenarono una guerra così logorante.
Maturando la convinzione che la storia sia attuata dalle persone comuni e non solo dai grandi nomi che troviamo sui libri, punto la mia attenzione sulla condizione di tutti coloro che persero tragicamente la vita in trincea o a quelle famiglie devastate da un conflitto della quale molto spesso ignoravano persino le origini.
Sfruttando le tesi dei grandi pensatori del ‘900, letterati e scienziati, ho ricercato le basi di quella crisi morale e logica che inglobò l’intera società di quegli anni e che vari studi hanno contribuito a sviluppare. Integrando tra loro i diversi aspetti ho tentato di ricostruire le basi di questo senso di disorientamento, che Erich Fromm definì egregiamente nel suo libro “Fuga dalla libertà”.
Origini storiche della “crisi della ragione”
Il senso di disorientamento e terrore che spianò la strada al primo conflitto mondiale ha delle origini relativamente lontane nel tempo. Le motivazioni di politica internazionale furono certamente determinanti e ciò è innegabile, ma la crisi nella quale era immersa l’umanità non può essere ignorata dato che rappresenta il quadro di riferimento dell’intero periodo e da essa derivano gran parte dei successivi avvenimenti.
Gli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900 furono un momento storico difficilissimo. I valori sulla quale si era soliti fare affidamento erano stati abbattuti, uno alla volta, inesorabilmente.
Basti pensare alla religione che venne messa in discussione dapprima da scissioni interne e poi dal positivismo (che faceva della scienza l’unica verità certa perché empiricamente dimostrabile), oppure alla teoria copernicana (che privava l’uomo del suo privilegiato “posto al centro dell’universo”).
Svilita la sua spiritualità e colpito nel proprio ego, l’uomo si affidò istintivamente alla scienza che doveva potergli garantire le certezze del quale necessitava.
Ma la scienza, invece di rappresentare un rifugio, è stata rivelatrice di amare verità. Darwin con i propri studi sull’evoluzione ha reso nota all’uomo la propria natura. La scoperta “scandalosa” definiva gli antenati comuni tra uomo e primati. Per la prima volta nella storia l’uomo, tradizionalmente esaltato per la propria ragione, viene invece paragonato a qualsiasi altro animale.
Il colpo peggiore inferto all’uomo fu però dato dagli studi di uno psicologo, Sigmund Freud.
I suoi studi misero in evidenza la presenza interna all’individuo di Es, Io e Superio. L’Es è costituito dagli istinti naturali, mentre il superio dalle regole imposte dalla società.
Ciò che maggiormente desta preoccupazione è l’Io che rappresenta quella parte dell’animo umano nella quale vengono relegati i ricordi delle esperienze passate. Del tutto inaspettatamente, l’Io può manifestarsi in comportamenti istintivi che l’individuo non può né prevedere né controllare.
Da ciò si desume l’immagine di un individuo frazionato al proprio interno ed in balia dei propri impulsi (anche di natura sessuale), le cui azioni talvolta sono manifestazione di emozioni latenti della quale può persino non avere consapevolezza. Proprio tale concezione freudiana è stata ampiamente ripresa nella cultura novecentesca. La ritroviamo infatti in Italo Svevo (nella Coscienza di Zeno ad esempio), nelle tesi ideate da Fromm, persino implicitamente condivise da Proust (con le memorie involontarie) ed infine a fondamento del movimento Surrealista.
Il novecento, così come fu il secolo dell’esaltazione della scienza, è anche il secolo in cui la fiducia in essa decade. I letterati decadenti mettono infatti in rilievo la necessità di verità superiori, di risposte al quale la scienza non riesce a sopravvenire.
Alla luce di queste teorie l’uomo si riscopre solo, perso e disperato, senza alcuna certezza oggettivamente valida. In balia di se stesso e del mondo, ogni individuo non sa più come risolvere i propri problemi, si trova investito di una libertà apparente che non sa gestire e di cui ha paura.
La Grande Guerra
L’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914 ad opera di uno studente serbo, costato la vita all’arciduca ed erede al trono asburgico, Francesco Ferdinando e a sua moglie Sofia, fu la miccia che fece esplodere la Prima Guerra Mondiale. L’Austria, dopo essersi assicurata l’appoggio dell’impero tedesco, il 28 luglio 1914, dichiarò guerra alla Serbia, scatenando l’inferno in Europa.
La Francia, a sua volta, dichiarò guerra all'Austria e alla Germania, e fu presto appoggiata dalla Russia e dall'Inghilterra, in seguito all'occupazione tedesca del Belgio. L'Italia mantenne per circa un anno un atteggiamento di neutralità, schierandosi nell'aprile del 1915 (Patto di Londra) al fianco delle forze dell'Intesa, in cambio del riconoscimento dei diritti su Trentino, Alto Adige, Trieste, Istria e Dalmazia.
Il conflitto assunse carattere mondiale con l'entrata in guerra del Giappone, al fianco di Austria e Germania, e degli Usa, al fianco dell'Intesa.
Nei primi anni la guerra vide in forte difficoltà le forze dell'Intesa, con i tedeschi che arrivarono alle porte di Parigi. Ma tra il 1917 e il 1918 gli inglesi, i francesi, gli italiani, gli statunitensi e i loro alleati sbaragliarono la resistenza di austriaci e tedeschi, costringendoli alla capitolazione. Nella Prima Guerra Mondiale persero la vita oltre 37 milioni di persone.
Il soldato al fronte
In tutte le nazioni la propaganda di guerra e innumerevoli scritti successivi alla fine del conflitto mondiale hanno presentato il soldato eroico, paziente, convinto della grande missione della propria patria. La realtà - come va apparendo da numerose testimonianze e da studi recenti e approfonditi – è in parte diversa. Il combattente è stato sì a volte capace di atti di valore e di abnegazione, è stato certo il protagonista della guerra, ma è stato anche disperato, pieno di angoscia, desideroso di pace, mortificato nella sua personalità, sottoposto a una tensione indicibile.
Un primo segno della psicologia del soldato è dato da un ritorno alla superstizione; egli crede in apparizioni miracolose, tiene su di sé amuleti e portafortuna, crede, di vedere sovente segni del Cielo che annunziano pace e serenità.
In secondo luogo è da considerare il comportamento del combattente durante le azioni di guerra: il soldato compie atti eroici non già per motivi ideali, ma per motivi comuni, per un interesse immediato; quasi sempre uccide per non essere ucciso; durante i bombardamenti in trincea nei soldati si arresta addirittura il pensiero; essi stanno fermi, sentono il sibilo e lo schianto dei proiettili, ma il cervello è fermo.
In terzo luogo è da considerare il grado di informazione e di cultura del soldato: quando si parla di civiltà e di popoli da salvare dalle barbarie essi non capiscono e si dimostrano totalmente estranei: essi subiscono e accettano la guerra come un agricoltore subisce e accetta la tempesta e la siccità; il soldato pensa a sé, alla sua famiglia, alla sua casa; le grandi parole come patria, giustizia, progresso, non risvegliano in lui nessun sentimento.
Inoltre è da considerare il grado di partecipazione alla vita che sta conducendo: il soldato cessa di essere se stesso; la sua vera natura è un'altra; la vita che conduce al fronte è una parentesi, una interruzione della sua vera esistenza; in trincea il soldato non vive la sua vita, e quindi sembra estraneo a se stesso.
Vi è ancora da ricordare un fenomeno rilevante: il combattente, per essere ricoverato nelle retrovie e per lasciare la linea del fuoco si procura una infermità; elenchiamo i casi più frequenti: iniezioni di petrolio, di benzina, di olio di vaselina per procurarsi febbri o stati di intossicazione; bruciature sul corpo causate da acqua bollente o soda caustica; parziale blocco della circolazione sanguigna prodotta da lacci, cordini, fazzoletti stretti attorno a caviglie o polsi; otiti provocate immettendo sostanze corrosive nell'orecchio; disturbi alla vista provocati immettendo tabacco o grani di sabbia nell'occhio; mutilazioni o ferite provocate sparandosi un colpo di fucile o di rivoltella in una mano o in un piede; esposizione volontaria, in trincea, di una mano, in modo da essere colpito da un avversario.
Vi è infine da considerare il fenomeno della decimazione: nel corso della guerra alcuni reparti furono accusati di scarsa combattività, di scarso entusiasmo dimostrato nel corso dell'attacco alle postazioni nemiche, di rifiuto di obbedire agli ordini; per questo le autorità militari procedettero a punizioni orrende: alcuni soldati, scelti a caso, furono fucilati da un plotone d'esecuzione composto da soldati degli stessi reparti dei condannati.
Il dopoguerra in Italia ed ascesa del Fascismo
Nell'immediato primo dopoguerra, la situazione italiana era molto difficile, infatti nonostante la vittoria le condizioni sociali e politiche del nostro Paese erano tutt'altro che rosee. Si parlò di “Vittoria Mutilata” in quanto gli accordi internazionali presi dalle Nazioni vincitrici riunite nel Congresso di Parigi, di fatto estromettevano l’Italia dalla spartizione dei territori (vennero concessi solamente Trentino, Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Trieste ed Istria. Fiume venne dichiarata “città libera” e rimase contesa tra Italia e Jugoslavia).
Le perdite economiche ed i sacrifici umani subiti divennero la causa scatenante d’un forte malcontento popolare, fomentato dai partiti nazionalisti.
Vi era per prima cosa la difficile situazione dei reduci della Grande Guerra che dovevano fare i conti oltre che con le ferite fisiche, le mutilazioni, anche con un difficile reinserimento post-bellico nella vita quotidiana, un reinserimento tutt'altro che agevole vista anche la grave crisi economica in cui versava l'Italia a causa dei debiti contratti con le spese belliche.
In primis vi era la situazione dei contadini, i quali erano l'ossatura del nostro esercito e ai quali il Generale Diaz aveva promesso come incentivo, a guerra finita la terra, o meglio una equa distribuzione delle terre che avesse "accontentato" tutti; ma ciò si scontrava con l'opposizione dei grandi proprietari terrieri, gli agrari i quali sostenevano che le terre vanno date ai contadini quando si perde una guerra e non quando la si vince.
Tutto ciò finì col fare da catalizzatore ad una situazione già tesa, tanto che gli ex combattenti senza terra in molte regioni invasero i latifondi incolti, insieme con i contadini più poveri. Se quindi nelle campagne la situazione era al limite, meglio certamente non andava nelle città, infatti il costo della vita aumentava a dismisura anche a fronte di provviste scarse, i salari allo stesso tempo rimanevano fissi e addirittura in qualche caso diminuivano; tutto ciò portò anche al saccheggio di molti negozi da parte di persone allo stremo, ridotte alla fame.
Gli operai abbinavano alle loro rivendicazioni economiche, ideologie politiche sull'esempio della rivoluzione russa, tutto ciò avrebbe portato al "biennio rosso" (1919-1920) caratterizzato dall'occupazione delle fabbriche da parte degli operai che in alcuni casi cercarono di ispirarsi al motto diffusosi in quegli anni in tutta Europa, "fare come in Russia".
Paradossalmente chi risentì maggiormente della difficile situazione economica, furono i cosiddetti "ceti medi", tra i quali figuravano molti complementari dell'esercito e anche generali, senza dimenticare il malcontento degli "arditi di guerra" un gruppo di assalto costituito negli ultimi anni di guerra, che ora si trovava a disagio nel nuovo clima di democrazia e di pace.
E' in questo scenario che si inserisce la figura di Benito Mussolini, il quale, finita la guerra, nel 1919 fondò i fasci di combattimento.
Il nuovo movimento era inizialmente noto come "sansepolcristi" (da P.zza San Sepolcro a Milano, dove il 23 Marzo 1919 furono fondati i "fasci italiani di combattimento" e fu emanato il "programma di San Sepolcro") che non a caso fece leva sul disagio diffuso soprattutto tra i ceti medi, i militari e gli ex combattenti, per ottenere un consenso sempre maggiore, rivendicando inoltre la cosiddetta "vittoria mutilata" in cui l'Italia non aveva ottenuto il giusto riconoscimento ai suoi sacrifici, bellici e umani, che aveva sostenuto.
Analizzando il "Programma di San Sepolcro" possiamo notare tra gli altri punti trattati da Mussolini e i "sansepolcristi", una serie di provvedimenti volti a cercare di risolvere la difficile situazione sociale instauratasi nel Paese all'indomani della fine della guerra:
tra le altre cose si chiede una legge che sancisca la giornata legale di otto ore di lavoro, una modifica alla legge sull'assicurazione e sulla vecchiaia (la pensione potremmo dire) con abbassamento del limite di età da 65 a 55 anni.
Da questo momento cominciò l'escalation dei fascisti che avrebbero fatto largo uso della violenza squadrista per prendere il controllo, prima con il "fascismo agrario" con squadre fasciste che pagate dai proprietari terrieri cercavano di far tornare nelle loro mani il controllo dei latifondi in cui le cosiddette "leghe rosse" sembravano aver preso il potere, obbligando tra l'altro i proprietari terrieri ad accettare condizioni come l'imponibile di manodopera (ovvero erano le stesse leghe rosse a imporre al proprietario la lista dei lavoratori per quel certo latifondo).
Divenuto deputato al Parlamento con le elezioni del 1921, Mussolini si avvicinò maggiormente alla monarchia (mentre il suo programma originario era di fedeltà agli ideali repubblicani) con il discorso di Udine (20 settembre 1922).
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Introduzione La crisi della ragione, tesina
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il mondo occidentale si trovava diviso tra movimenti di pensiero contrastanti. Da un lato vi era un crescente fervore motivato dalle innovazioni scientifiche, dall’altro canto proprio la stessa fiducia nella scienza andava via via sgretolandosi.
In questa tesina si analizza la crisi della ragione trattando di argomenti come il Positivismo e il Decadentismo.
Collegamenti
La crisi della ragione, tesina
- Filosofia - Positivismo, Darwin, Fromm, Freud, Schopenhauer
- Storia - Prima guerra mondiale, Fascismo, Mussolini, Hitler
- Italiano - Decadentismo, Romanzo Psicologico, Svevo, Pirandello
- Letteratura inglese - Joyce
- Scienze - Einstein
- Francese - Dadaisme