Percorso letterario
1 parte: natura matrigna
Ho deciso di trattare la tematica della natura perché essa sta continuamente di fronte agli occhi dell’uomo, è impossibile fare a meno di vederla; è una realtà innegabile e indiscutibile.
Essa ci mostra ogni istante la sua forza maestosa, la sua bellezza e la sua crudeltà che possono portare all’attrazione o alla repulsione.
Nel corso del tempo la filosofia l’ha indagata, l’arte l’ha ritratta, la poesia l’ha celebrata in versi.
L’emozione di un cielo stellato, di un mare in tempesta, una brezza leggera ha indotto molti a riflettere sul senso di ogni cosa e della propria vita.
Ma con la natura si sono confrontati, misurati anche artisti, intellettuali e scrittori di ogni tempo per offrirne immagini sempre nuove e a seconda dell’interpretazione soggettiva essa si può presentare o come una spietata matrigna o come una madre benevola.
Per quanto riguarda il primo caso, Leopardi è l’esempio più lampante che possiamo fare.
Egli, in un primo momento, definì la natura come un’entità positiva, capace di grandi e generose illusioni che rendono l’uomo soddisfatto e appagato: la sua infelicità non era un dato costitutivo, ma storico.
Infatti mentre gli antichi erano ancora in grado di generare solide illusioni, i moderni hanno perso questa capacità. (Pessimismo storico).
Ma dopo aver elaborato la teoria del piacere, secondo cui l’uomo, dopo aver raggiunto il piacere a lungo conseguito, è destinato a non essere soddisfatto e tende a bramare un desiderio sempre superiore e illimitato, Leopardi comprende che l’infelicità dell’uomo è determinata dalle sue stesse condizioni di vita.
La natura non è più una madre benevola, ma una matrigna crudele. (Pessimismo cosmico).
Egli compose diverse opere in cui ritroviamo questa poetica, ma nei Canti Pisano-recanatesi (Grandi idilli), la condizione umana è molto evidente.
Gli interrogativi esistenziali vengono universalizzati.
Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, fallito il tentativo di entrare in comunicazione con la natura, interrogandola nella forma-simbolo della luna, al pastore, non resta altro che avanzare ipotesi sul senso dell’esistenza.
Ma nessuna ipotesi sarà in grado di dargli conforto, se non quello dato dai propri stessi interrogativi; rispetto alla Natura che se ne sta indifferente di fronte all’insensatezza e al dolore del “pastore=umanità”.
Riguardo la sofferenza universale, Leopardi compone la Ginestra, nella quale, tra l’altro, c’è un primo approccio al positivismo.
Il paesaggio desolato del Vesuvio è il luogo-simbolo della condizione umana sulla terra, pronta a smentire ogni forma di ottimismo consolatorio; per cui dolore, malattia, morte renderanno dolorosa la vita dell’uomo.
Questa consapevolezza deve essere acquisita da tutti, affinché si prospetti un’umanità liberata.
In questo modo l’individuazione del vero nemico dell’uomo, la Natura, risulterà più semplice, ed è contro di essa che si deve compiere un’alleanza tra tutti gli uomini.
Il modello positivo è dato dall’umile ginestra, che attende sulle pendici del vulcano la distruzione, pronta a piegarsi sotto la lava, priva di orgoglio e di viltà.
Anche l’amore fu per Leopardi un’esperienza deludente; infatti nel ciclo di Aspasia, e in particolare “A se stesso”, c’è la denuncia di una condanna durissima della negatività dell’esistenza.
L’opera registra infatti il manifestarsi della disillusione dopo la fine dell’amore per Fanny Tozzetti; ne consegue un invito, da parte del poeta, a non illudersi più e a credere che non esista nulla sulla terra che sia degno di amore.
L’amore è infatti un’illusione non smascherabile, è la dimostrazione dell’infelicità umana, poiché amare implica un’ipotesi di felicità, che non è però mai realizzabile.
Parallelamente al pensiero leopardiano, un grande filosofo, Schopenhauer, affronta similmente le stesse tematiche.
Secondo il filosofo infatti la vita non è altro che dolore, poiché volere significa desiderare e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che si vorrebbe avere.
Il desiderio può quindi essere definito come assenza, vuoto, ossia dolore.
La situazione si mostra connessa alla teoria del piacere di Leopardi (Vedi slide).
Infatti ciò che gli uomini chiamano godimento e gioia, non è nient’altro, come anticipò Leopardi, che una cessazione del dolore.
Affinché ci sia piacere bisogna per forza che vi sia uno stato precedente di tensione o dolore.
La stessa cosa non vale per il dolore che non può essere ridotto a cessazione del piacere perché un individuo può sperimentare una catena infinita di dolori senza che questi siano preceduti da piaceri.
Pertanto il piacere è una funzione derivata del dolore; e non appena viene meno lo stato di brama, cessa anche la possibilità del godimento.
(Proprio come diceva Leopardi: il piacere vero e proprio risiede nell’attesa del piacere stesso).
E proprio quando viene meno lo stimolo del desiderio, subentra la noia.
Per questo la vita dell’uomo è paragonata ad un pendolo che oscilla tra dolore e noia, passando attraverso un intervallo momentaneo: il piacere.
Analogamente al pessimismo cosmico leopardiano, Schopenhauer sostiene che la sofferenza non è del singolo, ma universale.
Il dolore non riguarda solo l’uomo, ma ogni creatura.
Tutto soffre: il fiore che appassisce (souffrance, passo dello Zibaldone), dal bimbo che nasce (<Nasce l’uomo a fatica, ed è rischio di morte il nascimento> “Canto notturno”), al vecchio che muore.
Materie e argomenti
- Italiano: Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli
- Filosofia: Arthur Schopenhauer
- Arte: Edvard Munch
- Latino: Seneca
- Inglese: William Wordsworth
- Storia: colonialismo italiano in Libia