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Madre Teresa e la mia storia personale

Ho scelto di approfondire la figura di Madre Teresa perché la considero una persona molto importante, soprattutto nella mia storia personale.

Il fatto di essere qui, in salute e con una famiglia che mi ama, lo devo essenzialmente a lei: se non fossi stata accolta nella “casa dei bambini”, chiamata anche “Shishu Bhavan”, da lei fondata, non so cosa ne sarebbe stato di me …

Mi ha dato la possibilità di ricominciare una nuova vita, che è bellezza e va ammirata, è un’opportunità e va colta… è vita, e va difesa.

Inno alla vita

La vita è bellezza, ammirala.

La vita è un’opportunità, coglila.

La vita è beatitudine, assaporala.

La vita è un sogno, fanne una realtà.

La vita è una sfida, affrontala.

La vita è un dovere, compilo.

La vita è un gioco, giocalo.

La vita è preziosa, abbine cura.

La vita è una ricchezza, conservala.

La vita è amore, donala.

La vita è un mistero, scoprilo.

La vita è promessa, adempila.

La vita è tristezza, superala.

La vita è un inno, cantalo.

Io a Shishu Bhavan

La vita è una lotta, accettala.

La vita è un’avventura, rischiala.

La vita è felicità, meritala.

La vita è la vita, difendila.

Purtroppo affrontare il tema dell’adozione non è stato sempre semplice per me, ci sono stati momenti in cui mi sono sentita confusa e incompresa, ma le sue parole mi sono state d’aiuto, mi hanno confortato.

E ho imparato ad apprezzare ciò che ho, perché è frutto dell’amore, anzi, di due amori diversi, proprio come racconta nella sua “Storia di un bambino adottato”.

Storia di un bambino adottato

C’erano due donne che non si erano mai conosciute, una non la ricordi, l’altra la chiami mamma:

la prima ti ha dato la vita la seconda ti ha insegnato a viverla.

La prima ti ha creato il bisogno d’amore, la seconda era lì per soddisfarlo.

Una ti ha dato la nazionalità l’altra il nome; una il seme della crescita, l’altra uno scopo, una ti ha creato emozioni, l’altra ha colmato le tue paure.

Una ha visto il tuo primo sorriso, l’altra ti ha asciugato le lacrime; una ti ha lasciato, era tutto quello che poteva fare, l’altra pregava per un bambino e il Signore l’ha condotta a te.

E ora mi chiedi la perenne domanda: eredità o ambiente, da chi sono plasmato?

Da nessuno dei due, solo da due diversi amori.

In questo percorso d’esame voglio riscoprire l’India, che considero parte di me: la sua lotta per ottenere l’indipendenza, caratterizzata dalla non-violenza promossa dal Mahatma Gandhi, è la storia del mio Paese d’origine e Calcutta, dove Madre Teresa ha maggiormente operato, è la mia città natale; mi rende orgogliosa il fatto che sia lodata da illustri scrittori quali Dominique Lapierre, che nel suo romanzo “La città della gioia”, scrive: “Tu sia benedetta, Calcutta, poiché nella tua sventura hai generato dei santi”.

… Sally Pisu

Madre Teresa di Calcutta

Anjeza Gonxhe nasce il 26 agosto 1910 a Skopje da Drane e Kolë, in una famiglia albanese benestante.

Con la morte del padre avvenuta quando aveva otto anni, la famiglia si trova in gravi difficoltà economiche.

Da giovane partecipa alle attività della parrocchia del Sacro Cuore di Skopje, e inizia a conoscere l’India tramite le lettere di missionari gesuiti attivi nel Bengala.

Nel 1928, appena maggiorenne, decide di entrare come aspirante nelle “Suore di Loreto”, un’organizzazione che svolgeva attività missionaria in India, che raggiunge nel 1929.

Dopo due anni trascorsi nel Darjeeling, alle pendici dell’Himalaya, dove completa la sua preparazione alla lingua e come aiuto-infermiera, il 24 maggio 1931 prende i voti temporanei, assumendo il nome di Maria Teresa, ispirandosi a Santa Teresa di Lisieux. Dopo aver preso i voti, raggiunge Calcutta, dove per 17 anni vive e insegna storia e geografia nel collegio cattolico di “Saint Mary's High School”, nel sobborgo di Entally, ma viene sempre più a conoscenza delle terribili condizioni di vita negli slum di Calcutta confinanti.

Nel 1937 si reca a Darjeeling e pronuncia i voti perpetui per cui diviene definitivamente Madre Teresa.

Tornata a Calcutta, nel 1944 viene nominata direttrice della scuola e si dedica all’accoglienza di orfani e bambini abbandonati, curati nello stesso convento di Entally, trasformato in un ospedale militare britannico. Nel 1946, quando a Calcutta si fanno sempre più frequenti gli scontri sanguinosi tra diverse fazioni indipendentiste, Madre Teresa decide di recarsi a Darjeeling per svolgere dieci giorni di esercizi spirituali, e la sera della partenza, come lei stessa ha affermato, ha capito che la sua vocazione era servire i “più poveri tra i poveri”.

Solo nel 1948, dopo aver riscontrato una forte opposizione per la sua scelta, ottiene l’autorizzazione dal Vaticano ad andare a vivere da sola nella periferia della metropoli, a condizione che continui la vita religiosa; lascia quindi le “Suore di Loreto” e ottiene la cittadinanza indiana.

Decide di andare ad abitare in una capanna dello slum di Motijhil, dove accoglieva anche bambini poveri per istruirli, con l’aiuto di alcuni volontari, tra cui Michael Gomes, grazie al quale nel febbraio 1949 ha potuto trasferirsi in una vera casa, con una stanza adibita all’assistenza ai malati e ai moribondi.

Sempre nel 1949, con l’ex allieva Shubashini Das, crea le basi per una modesta comunità.

Nel 1950, Madre Teresa fonda la congregazione delle Missionarie della carità, la cui missione era prendersi cura dei “più poveri tra i poveri”, che aveva come divisa un semplice sari bianco a strisce azzurre, poiché l’azzurro era il colore della Vergine Maria.

La congregazione riscuote da subito un grande successo tanto che diventa necessario lo spostamento della sede “54A Lower Circular Road”, in cui la vita si ispira agli ideali di povertà di San Francesco.

Nel 1952 viene inaugurata la “Casa Kalighat per i morenti”, chiamata anche “Nirmal Hriday, casa dei puri di cuore”, nata inizialmente per offrire cure e assistenza ai numerosi malati rifiutati dagli ospedali cittadini e poi per assicurare il reinserimento lavorativo delle persone guarite e l’assistenza ai bambini abbandonati o rimasti orfani.

L’insegna di legno all’entrata della sede “54° Lower Circular Road”

Nel 1953 apre al numero 78 della Lower Circular Road di Calcutta, “La casa dei bambini” chiamata “Shishu Bhavan”, che per primo ospite ha avuto, il 15 febbraio, un bambino prematuro di circa un chilo e mezzo trovato avvolto in un foglio di giornale. Oggi la struttura accoglie alcune ragazze madri ma soprattutto bambini malati, con handicap, orfani, abbandonati o comunque bisognosi d’aiuto, e si preoccupa di curarli, nutrirli, istruirli e trovare loro una famiglia per mezzo delle adozioni possibili da ogni parte del mondo.

Madre Teresa con un bambino

L’impegno contro la lebbra e l’espansione della congregazione

Madre Teresa decide di dedicarsi anche alla piaga della lebbra, a quel tempo largamente diffusa.

Nel 1957, con l’aiuto di un medico, comincia ad accogliere e assistere alcuni lebbrosi e a realizzare delle cliniche mobili. Nel 1958 apre un centro per i lebbrosi a Tigarah, nella periferia di Calcutta, dedicata a Gandhi in ricordo del suo impegno per i lebbrosi e chiamata quindi “Gandhiji's Prem Niwas” (“Dono d’amore di Gandhi”). Per dieci anni opera a Calcutta ma nel 1959 apre una struttura a Ranchi, nello Jharkhand.

Nel 1961, in un terreno al confine con il Bihar, affidato alle Missionarie della Carità dal Governatore del Bengala, fonda “Shanti Nagar” (“Città della Pace”), dove i lebbrosi potevano vivere in compagnia di volontari sani, e lavorare.

Nel febbraio 1965 papa Paolo VI concede alle Missionarie della Carità di operare anche fuori dall’India e nel corso di tutti gli anni settanta e ottanta vengono quindi create alcune sedi in altri Paesi, tra cui la prima a Cocorote, in Venezuela, seguita da quella a Colombo, nello Sri Lanka, e da quelle in Africa, Asia, Europa e Stati Uniti. La congregazione si estende poi grazie alle organizzazioni laicali, riservate ai laici, e il Corpus Christi aperto ai sacerdoti.

Madre Teresa stringe amicizia con papa Giovanni Paolo II, grazie al quale riesce ad aprire tre sedi a Roma e una mensa a Città del Vaticano; continua a svolgere opere di carità, fino al 1989, quando la sua salute, già da qualche tempo vacillante, peggiora in seguito a un infarto e alla contrazione della malaria. Il 13 marzo 1997, a causa delle sue gravi condizioni, affida la guida delle Missionarie della Carità a suor Nirmala Joshi, e incontra papa Giovanni Paolo II prima di rientrare a Calcutta, dove muore il 5 settembre, all’età di ottantasette anni, suscitando grande commozione in tutto il mondo.

La sua tomba si trova a Calcutta, presso la sede delle Missionarie della Carità e sulla lapide bianca è stato inciso il verso del Vangelo di Giovanni che recita: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.

Madre Teresa e Paolo Giovanni II

Dopo soli due anni dalla sua morte, per la prima volta nella storia della Chiesa, Giovanni Paolo II fa aprire il processo di beatificazione concluso nell’estate del 2003 e proclamata il 19 ottobre dello stesso anno.

Madre Teresa e Paolo Giovanni II

Riconoscimenti

Madre Teresa ha ricevuto diversi premi come riconoscimento per i suoi meriti, tra cui il più importante Premio Nobel per la Pace, nel 1979, quando rifiuta il convenzionale banchetto cerimoniale per i vincitori, e chiede che i 6000 dollari di fondi siano destinati ai poveri di Calcutta.

Altri riconoscimenti ricevuti sono il “Premio Magsaysay per la Pace e l’Intesa Internazionale” del 1962, il “Padma Shri”, il “Premio della Pace papa Giovanni XXIII” del 1971, il “Premio Kennedy”, il “Premio Templeton” del 1972, il “Premio Internazionale Albert Schweitzer” del 1975, il “Premio Ceres Medal per i contributi allo sviluppo sociale” della FAO, nel 1976, il “Premio Balzan per l’umanità” del 1978, il “Bharat Ratna” del 1980, la più importante onorificenza civile dell’India, la “Legion d’Honneur” di Haiti del 1981, il “Medal of Freedom” degli Stati Uniti del 1985, la nomina a “Cittadina Onoraria degli Stati Uniti” e l’assegnazione della “Medaglia d’Oro Congressuale” del 1996.

Madre Teresa alla premiazione del premio Nobel per la Pace

Oggi è considerata una promotrice dei “Movimenti per la Vita” che condannano l’aborto, e dell’ecumenismo, data la sua frequente affermazione: “C’è un solo Dio, ed è Dio per tutti”, le sue vicende, la sua storia e i suoi pensieri sono raccolti in vari libri, tra cui il celebre “La Cité de la joie”, (“La città della gioia”), scritto da Dominique Lapierre nel 1985 e dal quale è stato tratto l’omonimo film.

Dominique Lapierre

Dominique Lapierre nasce a Châtelaillon-Plage, in Francia, il 30 luglio 1931.

All’età di 17 anni lascia Parigi con poco denaro e lavora a bordo di una nave, sbarca quindi negli Stati Uniti e compie un viaggio in America, da cui trae, nel 1949, il suo primo best seller intitolato “Un dollaro, mille chilometri”.

Entrato nell’esercito francese come militante di leva e successivamente divenuto interprete, nel 1954 incontra un soldato americano chiamato Larry Collins, con cui instaura una profonda amicizia.

Al termine del servizio militare, viene assunto come reporter al “Paris Match” mentre Collins lavora per la “United Press”, con sede a Parigi, e ciò permette ai due d’incontrarsi nuovamente.

La sua amicizia con Collins porta quindi alla pubblicazione, nel 1965, di “Parigi brucia?”, il primo bestseller scritto in collaborazione, cui seguono “Gerusalemme! Gerusalemme!” del 1972, “Stanotte la libertà” del 1975, e “Il quinto cavaliere” del 1980.

Nel 1980 ha sposato Dominique Conchon-Lapierre con la quale ha fondato, nel 1981, l’“Action pour les enfants des lépreux de Calcutta”, un’organizzazione nata per i figli dei lebbrosi, dopo un viaggio a Calcutta da cui ha tratto, nel 1985, il famoso romanzo “La Cité de la joie”, in italiano tradotto come “La città della gioia”.

Dominique ha pubblicato in seguito diversi romanzi come “Alle cinque della sera” del 1988, in collaborazione con Collins, “Più grandi dell’amore” del 1990, “Gli eroi della città della gioia” del 1994, “Mille soli” del 1999, “Mezzanotte e cinque a Bhopal” del 2001, con Javier Moro; “New York brucia?” del 2004, con Collins, “C’era una volta l’URSS” del 2005, “Luna di miele intorno al mondo” del 2006, “Un arcobaleno nella notte” del 2008, “India mon amour” del 2011.

“La città della gioia”

Il racconto è ambientato negli anni ’70, e narra la storia di tre personaggi che, per motivi diversi, andranno a vivere nella “Città della Gioia”, lo slum più povero di Calcutta.

Il primo è Hasari Pal, un contadino, costretto ad emigrare nella megalopoli con la propria famiglia in cerca di un nuovo lavoro per sopravvivere, dopo la devastazione del raccolto che rappresentava l’unica fonte di sostentamento e guadagno, a seguito di un monsone troppo violento.

Dopo mille peripezie trova un impiego come uomo-cavallo, cioè come guidatore di risciò.

Il secondo è Paul Lambert, un missionario francese che ha deciso di vivere nella povertà e nella disperazione per poter realmente capire tutti quelli che soffrono, ed aiutarli. L’esperienza risulta più devastante del previsto e farà riflettere a fondo il missionario sulla fede e la solidarietà che lega le persone dello slum anche in mezzo a tanta miseria. Capisce le vere esigenze della popolazione e si adopera per reclutare giovani medici in grado di fornire l’assistenza sanitaria assente e costruire una clinica, destinata soprattutto ai lebbrosi dopo le straordinarie persone conosciute.

Il terzo è Max Loeb, un giovane medico statunitense, figlio di un rinomato cardiologo di Miami, che decide di appoggiare il progetto di una nuova clinica a Calcutta per vivere nuove esperienze e praticare la professione.

A Calcutta, questi tre personaggi incroceranno le loro vite, cambiandole definitivamente: Hasari imparerà infatti cosa significano dignità e libertà, Lambert capirà che alla gente locale non manca la fede in Dio e il sentirsi amata da lui, bensì il sentirsi amata dagli altri; Max scoprirà un’India fatta di persone solidali e felici nella loro disgrazia, capaci di amare la vita più di quanto non sappia fare lui nel suo benessere.

Lapierre scrive di un’India capace di dignità nella più disperata miseria, amore nel più straziante dolore e coraggio nelle situazioni avverse; descrive una Calcutta estremamente povera dove i malati, come i lebbrosi e i bambini, sono abbandonati a se stessi, ma ricca però di persone solidali e generose, di santi, tra cui Madre Teresa, e di un’inspiegabile pace che le vale il nome di “Città della gioia”.

Dal libro è stato tratto anche un film omonimo in cui vengono raccontate le storie di Hasari e di Max, che denuncia la realtà di disagio della megalopoli indiana.

“India mon amour”

Il libro inizia con un piccolo fatto molto significativo:

“Nella campagna del Bengala.

Una bambina camminava a fatica sulla piccola diga che separava due campi di riso. Portava una borsa piena di libri e di quaderni. Tornava da scuola, ed ero sicuro che dall’alba non aveva mangiato più niente. Mi rivolse un bel sorriso e mi salutò con la mano. Mi frugai in tasca sperando di trovarvi qualcosa da offrirle. Ne estrassi soltanto un biscotto e glielo diedi. Mi ringraziò come se le avessi messo in mano la luna, poi riprese il cammino.

La seguii con lo sguardo. Qualche minuto dopo incrociò un cane scheletrico. Vidi che la bambina spezzava in due il biscotto e ne dava la metà all’animale.

L’India mi aveva dato una bellissima lezione di condivisione”.

La copertina di “India mon amour”

In “India mon amour” Lapierre racconta il suo viaggio in India e nel continente asiatico, compiuto assieme alla moglie e a Larry Collins con la sua famiglia, esaltando le meraviglie del Paese e il coraggio degli sventurati abitanti che affrontano ogni giorno la miseria con il sorriso.

Definisce questa sua passione per questo Paese come una vera e propria storia d’amore e riscopre un’India nuova, finalmente libera dal dominio britannico, con proprie lingue e tradizioni religiose, ideali profondi e amore verso il prossimo.

Descrive come l’atroce e il sublime si mescolino perfettamente tra loro, sbalordendolo in continuazione.

Inizia il viaggio con la sua amata Rolls-Royce Silver Cloud, definita l’auto dei Maharaja, recandosi al Tempio d’oro di Benares; poi prosegue a New Delhi in terza classe e a Calcutta in risciò, provando anche l’indimenticabile esperienza di trainarne uno. Visita la casa di Gandhi, incontra Madre Teresa e le Missionarie, intervista il fratello dell’assassino del Mahatma.

Supera quindi il confine indo-pakistano passando per l’Afghanistan fino a giungere alla decisione di fondare un’organizzazione umanitaria.

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Sintesi

Introduzione percorso verso la pace - Tesina

Ho scelto di approfondire la figura di Madre Teresa nella mia tesina di terza media, perché la considero una persona molto importante, soprattutto nella mia storia personale.

Il fatto di essere qui, in salute e con una famiglia che mi ama, lo devo essenzialmente a lei: se non fossi stata accolta nella “casa dei bambini”, chiamata anche “Shishu Bhavan”, da lei fondata, non so cosa ne sarebbe stato di me.

Mi ha dato la possibilità di ricominciare una nuova vita, che è bellezza e va ammirata, è un’opportunità e va colta... è vita, e va difesa. Purtroppo affrontare nella mia tesina il tema dell’adozione non è stato sempre semplice per me, ci sono stati momenti in cui mi sono sentita confusa e incompresa, ma le sue parole mi sono state d’aiuto, mi hanno confortato.

E ho imparato ad apprezzare ciò che ho, perché è frutto dell’amore, anzi, di due amori diversi, proprio come racconta nella sua “Storia di un bambino adottato”. In questa tesina voglio riscoprire l’India, che considero parte di me: la sua lotta per ottenere l’indipendenza, caratterizzata dalla non-violenza promossa dal Mahatma Gandhi, è la storia del mio Paese d’origine e Calcutta, dove Madre Teresa ha maggiormente operato, è la mia città natale; mi rende orgogliosa il fatto che sia lodata da illustri scrittori quali Dominique Lapierre, che nel suo romanzo “La città della gioia”, scrive: “Tu sia benedetta, Calcutta, poiché nella tua sventura hai generato dei santi”.

Collegamenti

Percorso verso la pace - Tesina

  • Religione - Madre Teresa di Calcutta e Papa Giovanni II.
  • Italiano - Dominique Lapierre: “la città della gioia” e “India mon amour”.
  • Storia - Mahatma Gandhi e l’indipendenza indiana.
  • Storia dell’arte - La storia della fotografia e i diversi generi fotografici.
  • Musica - Ashwarja Ray.
  • Geografia - L’Asia e l’India.
  • Educazione tecnica - Albert Einstein.
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